Un maldestro regista, tale Leo Muscato, manda in scena a Firenze la Carmen di Bizet stravolgendone assurdamente il finale per motivi di ridicolo e goffo buonismo politicamente corretto.
In questa penosa parodia del capolavoro di Georges Bizet (libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy. tratto dalla novella omonima di Prosper Mérimée) la vicenda non si svolge a Siviglia ma in un campo Rom dei nostri giorni, Don Josè non è un innamorato pazzo di gelosia ma un molestatore violento e Carmen ammazza Don Josè invece di essere ammazzata da lui.
Un bel minestrone buonista, quindi, un concentrato del peggiore repertorio della sottocultura politicamente corretta della sinistra di oggi.
Secondo l’ideatore di questa pagliacciata si tratterebbe di un messaggio contro il femminicidio e in difesa della dignità delle donne; nella realtà si tratta di una assurda manifestazione di ignoranza che stravolge completamente il senso dell’opera, che viene così privata del suo significato fondamentale, così sintetizzato da Friedrich Nietzsche: “Io non conosco altro esempio dove la tragica ironia che costituisce il nocciolo dell’amore sia stata espressa con tale severità, con formula così terribile come nell’ultimo grido di José: Oui, c’est moi qui l’a tuée, Carmen, ma Carmen adorée….”.
Il pubblico, giustamente, ha fischiato sonoramente le bizzarre trovate del regista, che però ha trovato un entusiasta sostenitore nel Sindaco renzista di Firenze Dario Nardella il quale – adeguandosi allo stile del suo principale – ha twittato: “Come presidente del Maggio musicale sostengo la decisione di cambiare il finale di Carmen, che non muore. Messaggio culturale, sociale ed etico che denuncia la violenza sulle donne, in aumento in Italia”.
“Messaggio culturale, sociale ed etico” una grossolana manifestazione di superficialità, faciloneria ed ignoranza?
Chissà cosa avrebbe pensato Alessandro Pavolini che da giovane e coltissimo intellettuale militante aveva fondato nel 1933 il Maggio Musicale Fiorentino, rendendolo una delle più prestigiose manifestazioni culturali nazionali, se avesse assistito a questa sceneggiata e, soprattutto, se avesse visto succedergli nella carica di responsabile della manifestazione un personaggio del livello di Nardella, scelto da Renzi per riscaldare la poltrona di sindaco di Firenze più o meno con gli stessi criteri con i quali Caligola sceglieva i suoi senatori.
Per la verità in città le farneticazioni di Nardella non sono isolate: secondo Teresa Megale, professore associato per il settore Discipline dello Spettacolo all’ Università di Firenze, il pastrocchio andato in scena al Maggio Musicale “È stata una straordinaria operazione di marketing contestata dai melomani che notoriamente sono spettatori conservatori. Anche io il finale lo avrei cambiato e non solo in quanto donna ma perché anche i capolavori della lirica, come accade nel teatro dal ‘900 in poi, devono vivere lo spirito dei tempi”.
Dall’Università della città di Renzi che fa capo ad un ministro come la Fedeli in effetti non ci si può aspettare niente di diverso.
In fondo chi sono Bizet, Verdi, Wagner, Puccini di fronte a sommi intelletti come Nardella, Muscato e questa Megale?
Come accade sempre più spesso di questi tempi, la narrazione imposta dalle manipolazioni politicamente corrette prende il sopravvento sulla cultura e sui valori, imponendo una melassa artificiale e disgustosa impastata di falsità, buoni propositi, finti principi e vera ipocrisia.
Che il capolavoro di Bizet fosse per natura sua incentrato sull’antinomia amore-morte, vecchia quanto il mondo, e che rappresenti capitolo fondamentale della cultura occidentale, non solo musicale (è l’opera che ha provocato la rottura insanabile tra Friedrich Nietzsche e Richard Wagner segnando per sempre il loro percorso intellettuale) al signor Muscato e ai suo degni difensori d’ufficio importa poco.
Nessuno di loro, evidentemente, ha mai letto “Il Caso Wagner” – col quale nel 1888 Friedrich Nietzsche recensiva magistralmente l’opera di Bizet prendendo posizione contro l’amico fraterno Richard Wagner – e non ha quindi mai avvicinato, nemmeno per sbaglio, le riflessioni del filosofo tedesco sulla natura dell’arte e sulla sua relazione con la futura condizione dell’umanità.
A questi maldestri e finti innovatori del valore culturale e musicale di questo capolavoro (come di altri) importa ben poco; per loro è di fondamentale importanza solo tirare acqua al loro ridicolo mulino sub culturale, nell’illusione di essere moralmente superiori e per questo autorizzati a qualsiasi grottesca manipolazione o volgare strumentalizzazione.
Anche George Orwell e Aldous Huxley, oltre a Pavolini, si sarebbero meravigliati di fronte a questo squallido spettacolino, nel quale avrebbero visto realizzate – addirittura nella culla del Rinascimento – alcune delle loro peggiori profezie: la manipolazione dell’arte, della musica, della lingua, della storia e, in definitiva, delle menti al servizio di un pensiero unico imposto per raggiungere un falso, artificiale ed illusorio bene comune.
Fortunatamente il duo Nardella – Moscato, squallido termometro di un problema molto più grande, può raggiungere al massimo il livello di una comica di Ridolini e non certo di una tragedia novecentesca.
Detto questo, invitiamo il sindaco Nardella a non fermarsi, a proseguire la sua crociata politicamente corretta diretta a spazzare via dalla sua città tutti rimasugli di una cultura arretrata, incivile e quindi per definizione fascista e populista.
Per facilitargli il compito gliene segnaliamo qualcuno: la Nascita di Venere di Botticelli, dove il corpo ignudo di una giovinetta viene esposto impunemente e mercificato facendo pagare un biglietto per vederlo. Un evidente oltraggio alla dignità femminile che raggiunge i confini della pedofilia.
Il David di Donatello, che incita alla violenza e all’omicidio, oltre che richiamare le pratiche dei tagliatori di teste dell’ISIS di cui costituisce, di fatto, un’apologia.
Neppure l’unica a Firenze, visto che agli Uffizi c’è anche lo Scudo con la testa [tagliata] di Medusa di Caravaggio.
Per non parlare di quel fiorentino omofobo ed intollerante di Dante Alighieri che nei Canti XV-XVI dell’Inferno considera gli omosessuali peccatori contro natura, collocandoli nel terzo girone del VII Cerchio dell’Inferno, costretti a camminare in un sabbione rovente sotto una pioggia di fuoco.
Evidente affronto alla comunità LGBT e radicale negazione dei diritti degli omosessuali di tutti i tempi, altro che unioni civili.
Su signor Nardella, si dia da fare che il lavoro politicamente corretto nella sua città non manca di sicuro.