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“Too Much Information” cantavano in video edulcorati i Duran Duran, mai come oggi colonna sonora sarebbe più azzeccata alla débâcle Liberal delle presidenziali americane.
Il termine democrazia, sino a ieri indorato dai pupazzi del decadente potere costituito, assume oggi una accezione loro beffarda.
Gli Stati Uniti, ridiscussi nella loro stessa natura dalla reggenza Obama avevano di fronte due potenziali rischi: una guerra interna, etnica e sociale, oppure esportata come da recenti tradizioni a stelle e strisce, a favore dei “sultanati petroliferi”.
Per quanto ogni elezioni porti con se un vagone di aspettative, promesse spesso frustrate dal realismo, gli Stati Uniti hanno manifestato una delle più sostanziali divergenze di vedute della loro storia recente. I programmi e le relative prospettive preventivabili con il trionfo di uno o l’altro candidato disegnavano due concezioni del colosso d’oltre oceano sostanzialmente differenti.
Sulla politica interna l’unico punto di contatto è sulla classe media, coccolata da entrambi, ma sulla libera circolazione delle armi, la libertà d’impresa industriale, la tassazione dei colossi produttivi e dei ricchi le differenze sono abissali.
Trump rappresenta il ritorno ad uno stato che preserva l’indipendenza e le libertà dei suoi cittadini, anche a costo di ridiscutere accordi internazionali sull’ambiente, a rivivere sfide all’O.K. Corral liberalizzando in maniera ancora più selvaggia la circolazione delle armi da fuoco, tagliare la tassazione dei super-ricchi e delle imprese nella nota aspettativa che questo crei benessere e lavoro.
Sulla politiche interne però lascia intendere che la sparatoria all’O.K. Coral vedrà come protagonisti i suoi principali oppositori, latini e coloured più in generale, che male digeriranno la svolta giustizialista preventivabile con la vittoria di Trump. In molti ormai tra gli opinionisti della geopolitica si attendono un approccio più neutrale rispetto alle aspirazioni espansionistiche russe, un ammorbidimento di posizioni nella polveriera Ucraina, con effetti positivi per la comunità Europea, da tempo tirata per la giacca dall’amministrazione Obama su queste vicende. Potrebbe aprirsi anche una ridiscussione delle barriere commerciali che tanto ci hanno recentemente danneggiato per pagare il nostro tributo di sangue all’alleato americano.
E’ preventivabile, con Trump, un graduale disimpegno in tutti quei teatri mediorientali dove le precedenti amministrazioni hanno destabilizzato gli stati islamici moderati per imporre aspirazioni democratiche inarrivabili e strumentali all’interesse americano. Il lento percorso di crescita di questi paesi, come la Siria, tutt’altro che perfetti ma maturanti un concetto di cittadinanza, sostanzialmente differente rispetto a quello di sudditanza di scuola Arabia Saudita, è stato bruscamente interrotto dalle molteplici ingerenze occidentali e le posizioni radicali di Hillary in tal senso facevano intendere che ancora più estrema sarebbe stata la sua svolta in tal senso, esasperando una linea diplomatica già catastrofica e foriera di altra instabilità nel cruciale scenario Mediterraneo. C’era da attendersi uno scenario ancora peggiore nel Caucaso. Obama, pur chiarendo le divisioni con la Russia non aveva varcato i confini della guerra fredda finanziaria, con Hillary l’estremizzazione di queste posizioni avrebbe condotto a esiti potenzialmente esplosivi.
L’isolazionismo più o meno marcato proferito da Trump stride apertamente con il radicalismo “democratico” della Clinton, rivolto a imporre l’ordine di idee americano per assicurare al paese a stelle e strisce un ruolo di leadership globale che rischierebbe altrimenti, nei fatti di perdere.
E’ evidente come per la prospettiva europea una tale svolta radicale di Hillary avrebbe avuto effetti ulteriormente negativi per la stabilità delle nostre relazioni commerciali e dell’espansione nello scenario mediterraneo, che avrebbe continuato ad essere instabile polveriera.
L’America che disegna Trump rinasce libera dalle tentazioni socialisteggianti e della sanità condivisa, il punto di caduta è invece l’esasperazione di tutti i conflitti e le divisioni di uno stato la cui ambiguità identitaria cresce in maniera direttamente proporzionale alla sua confusione etnica.
Porre un argine allo sfondamento dei confini meridionali appare oggi opera improba per quanto necessaria, ma il problema sicurezza e l’esplosione della guerra etnica recentemente emersa con gli episodi di polizia che hanno visto la morte di giovani coloured, esploderebbe in tutta la sua contraddizione.
Se questo possa essere poi prodromico alla disgregazione della potenza americana sotto il peso delle divisioni interne, ed esternamente funzionale a una sua perdita di presa sullo scenario globale, per portare al multi-centrismo conseguente all’emergente intraprendenza cinese e russa, lo diranno i prossimi mesi, dove dalle ugole protese si passerà ai fatti.