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Molto si è detto in questi giorni a proposito dell’inaspettata (solo per i presunti “politologi”, “analisti”, e “sondaggisti” vari) vittoria di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Il fatto che i giornalisti non abbiano capito la reale situazione sta nel fatto che essi risiedono a New York od a Los Angeles, e mai si recano nelle altre città, ad esempio Cleveland, Des Moines, Detroit, Pittsburgh, Springfield, ecc.: gli americani vivono in piccole città o sobborghi (peraltro divisi etnicamente e sociologicamente) più che nelle metropoli, contrariamente a quello che si potrebbe pensare.

E’ opportuno pertanto porre l’attenzione su alcuni aspetti della situazione statunitense che hanno portato a questo risultato.

Noi europei siamo portati a valutare la politica americana (e quindi i comportamenti elettorali) in relazione alla politica estera. Invece la quasi totalità degli americani, tranne gli “addetti ai lavori”, non ha alcun interesse per la politica estera e, anzi, l’ignora del tutto: addirittura non sa neanche collocare geograficamente i Paesi in cui vi sono guerre, rivoluzioni, conflitti, interessi economici.

Per gli americani medi, quello che conta è la politica interna: il lavoro, la “social security”, i mutui bancari per l’acquisto della casa, l’assicurazione malattia, gli studi per i figli, le pensioni. Ebbene, negli ultimi lustri, a partire dalla famosa crisi dei “sub-prime” (ossia dei mutui immobiliari delle banche gestiti come fossero titoli di credito scambiabili) e per l’effetto della “globalizzazione” – la quale, nata ideologicamente e diplomaticamente negli Usa (cui si deve la creazione del “World Trade Organization”, l’organizzazione mondiale del commercio) per averne dei vantaggi ora si sta dimostrando negativa – le condizioni socio-economiche del popolo americano si sono aggravate.

La rivista francese di geopolitica “Conflits” diretta dal prof. Pascal Gauchon, in un suo recente “numero speciale” antecedente le elezioni, afferma: “certamente, gli Usa restano la prima economia mondiale ed una delle società più prospere. Tuttavia, sono turbati da diverse modificazioni che minacciano il “sogno americano”, alimentano la paura del declino e giustificano il crescente rifiuto della globalizzazione”.

Alcuni dati lo confermano: l’incremento della produttività nel lavoro raggiunge a stento l’1% annuo; la Cina ha sorpassato gli Usa nella produzione manifatturiera superandoli di quasi il 50% (2.100 miliardi di dollari gli Usa, 3.000 la Cina); gli investimenti sono il 20% del prodotto interno lordo negli Usa rispetto al 24% della media mondiale, e la percentuale di quello pubblico (strade, ferrovie, ponti, edifici pubblici, scuole, infrastrutture: tutto quello cui si è riferito Trump) è solo il 3%; il tasso di attività della popolazione è del 64% rispetto al 70% del 2009; il reddito medio è diminuito dal 1994 del 4%; i redditi dei cittadini più ricchi, numericamente corrispondente all’1% del totale della popolazione, è passato dal 10% al 18% del totale nazionale; la quota parte americana nelle esportazioni mondiali è passata dal 13% del 1993 all’8,8% del 2014, ed il saldo commerciale è in deficit dal 1983. Per quanto riguarda poi i dati sull’occupazione, apparentemente quella americana è bassa (circa il 6%) ma bisogna tener conto che la statistica considera anche i lavori si breve durata come “occupazione”; inoltre, la paga oraria minima è fissata, per legge federale, all’equivalente di 6, 50 euro. Da tener presente che negli Usa, a causa della scarsissima applicazione del contratti collettivi di lavoro (questa è la ragione per cui è stato fissato il salario minimo per legge federale) quell’importo è proprio la paga che viene corrisposta.

Infine, un’osservazione: i commentatori nostrani hanno sostenuto che i voti per Trump sono venuti dalle persone con scarsa istruzione, in generale non laureati. A parte che ciò non è totalmente vero, è bene ricordare che negli Usa le università sono assai care, anche perché si è costretti a viverci dentro nei “campus”, e l’onere di mantenere un figlio agli studi è talmente elevato per le classi medie ed operaie che vi rinunciano. Quindi, chi esalta i “laureati” in realtà esalta i ceti più ricchi!

Nel frattempo, gli accordi di libero commercio internazionale a suo tempo stipulati, a cominciare dal “Nafta” (North American Free Trade Association) fatto con il Messico ed il Canada hanno spinto molte aziende a spostare i propri stabilimenti in quei Paesi, soprattutto nel Messico dove il costo del lavoro, il fisco e le condizioni produttive sono assai inferiori; inoltre, l’ingresso della Cina nel “WTO” ha comportato l’ingresso illimitato di produzioni cinesi a basso prezzo.

Se a ciò si aggiungono gli allarmi (spesso esagerati ed infondati) per i cambiamenti climatici che hanno fatto chiudere miniere di carbone, acciaierie ed altre industrie, la situazione di deindustrializzazione e conseguente disoccupazione od occupazione di bassissima qualità del sistema produttivo americano è divenuta assai grande.

Tutte queste preoccupazioni erano presenti nel programma di Trump, ed il suo slogan “Facciamo tornare grande l’America!” non si riferisce, come gli europei potrebbero pensare, al dominio politico e militare (cosa che – ripetiamo – all’americano medio non interessa, e che Trump vuole ridimensionare) ma al suo tenore di vita interno.

E questo si è visto nei risultati elettorali: gli Stati industriali (Indiana, Michigan, Ohio, Pennsylvania, Wisconsin) hanno votato per Trump come gli Stati centrali basati sull’agricoltura e le miniere. La Clinton ha vinto negli Stati della finanza, del divertimento, della moda, dell’elettronica (California, Massachusetts, New York). Per questo Trump si propone di riportare in Patria le aziende che hanno esternalizzato agendo sulla leva fiscale, di bloccare l’immigrazione clandestina soprattutto dal Messico che contribuisce ad abbassare il reddito da lavoro ed aumentare la disoccupazione, di rivedere i Trattati internazionali in materia di commercio limitando i dumping nelle importazioni.

Ora, è opportuno ricordare che queste proposte programmatiche di Trump erano state fatte anche da un candidato democratico che aveva sfidato la Clinton, ossia il senatore del Vermont Bernie Sanders. Egli, sostenendo queste tesi, aveva battuto alle primarie la Clinton in ben 23 Stati americani, ottenendo circa dodici milioni di voti popolari ed il 39% dei delegati alla Convention. E’ molto probabile che molti suoi elettori, che non volevano assolutamente votare la Clinton perché espressione della “casta” politica ed affaristica, abbiano votato per Trump: si è trattato, per il candidato repubblicano, di una specie di quello “sfondamento a sinistra” che in Italia, nel passato (dal Msi a Berlusconi) la destra aveva realizzato.

Tant’è vera questa indicazione che lo stesso Sanders, assente totalmente dalla campagna elettorale della Clinton, ha dichiarato dopo l’elezione di Trump di essere pronto a collaborare “in favore della classe operaia americana” ed ha osservato come Trump “ha attinto i voti dalla rabbia della classe media stanca dell’establishment politico, economico e dell’informazione. Se egli è serio nel voler perseguire politiche che migliorino la vita dei lavoratori in questo Paese, io ed altri politici progressisti siamo pronti a lavorare con lui.”

In altri termini, si potrebbe dire che negli Usa la vittoria di Donald Trump è stata una vittoria “nazional-popolare”, posizione politica e sociale che in Italia ha avuto ed ha solide basi storiche e culturali.