Accompagnato da grandi squilli di tromba ricompare Nanni Moretti, “fedele elettore del PD” come si definisce in una delle tante interviste di questi giorni.

Orfano delle oramai lontane carnevalate dei girotondi, progenitori chic del grillismo, ansioso di dare il suo contributo alla lotta dei salotti caviale, champagne e antifascismo contro i barbari al potere, Moretti ci propone un grande classico degli anni ’70, uno dei miti fondamentali della mitologia della sinistra: il golpe cileno di Pinochet.

Un evento che ha ossessionato per anni, se non per decenni, la sinistra in tutte le sue forme ed articolazioni, inclusa la lotta armata, condizionandone molte scelte (Berlinguer lo pose lla base della strategia del compromesso storico) e sul quale è stata costruita una narrazione epica e superficiale che non ha mai permesso di comprendere seriamente i fatti.

Il senso dell’operazione di Nanni Moretti è chiarissimo già dal titolo, “Santiago Italia”, e la tesi sottostante più che evidente: “finite le riprese, è diventato ministro dell’ Interno Matteo Salvini allora ho capito perché avevo girato quel film. L’ho capito a posteriori…” ha dichiarato il regista accodandosi disciplinatamente al coro dei pappagallini politicamente corretti che, distaccati dalla realtà, incapaci di accettare una inevitabile sconfitta politica (e culturale) ed a corto di idee, preferiscono starnazzare istericamente contro il pericolo di una immaginaria dittatura “fascista” invece che riconoscere i propri limiti e i propri errori.

Proprio quello che è successo col golpe del Cile, figlio di gravi errori politici ma nell’immaginario collettivo della sinistra italiana vissuto unicamente come una ingiusta sconfitta nella lotta del bene marxista contro il male assoluto del “fascismo” e dell’imperialismo capitalista.

Di certo il documentario di Nanni Moretti, dichiaratamente di parte (“io non sono imparziale” dice il regista in una delle interviste) e appositamente costruito per esaltare le emozioni legate alle vicende umane della repressione non aggiunge niente di nuovo o di utile alla ricostruzione storica dei fatti ed alla loro comprensione, restando solo uno dei soliti esercizi di retorica politica.

Eppure le vicende cilene, oggi come ieri, avrebbero molto da insegnare alla sinistra. Ci sarà un motivo se nei 201 anni di storia del Cile come repubblica indipendente quella di Pinochet è stata l’unica dittatura militare, un’eccezione nella storia politica di un paese che fino ad allora da questo punto di vista aveva rappresentato a sua volta un’eccezione nel continente latino americano. L’esercito era sempre stato il garante dell’ordine costituzionale ed era intervenuto direttamente nella politica nazionale un’unica volta, nel 1924, ma solo per porre fine ad un periodo di pericolosa instabilità e ripristinare l’ordine costituzionale riconsegnando il potere al parlamento meno di un anno dopo.

Il mito che ci tramanda un Salvador Allende presidente eletto dalla maggioranza del popolo per formare un governo di unità popolare è piuttosto lontano dalla realtà.

Alle elezioni presidenziali del 4 settembre 1970 Allende, candidato di una coalizione che comprendeva socialisti, comunisti, radicali e democratici cristiani dissidenti, aveva ottenuto 1.066.372 voti pari al 36,29%; Jorge Alessandri del Partito Nazionale, cioè la destra conservatrice, 1.050.863 voti pari al 35,76%; Radomiro Tomic del Partito Democratico Cristiano del Cile 821.350 voti pari al 27,95%.

Soltanto un accordo parlamentare con i democristiani di Tomic permise ad Allende di diventare presidente col voto del Congresso, non degli elettori, e la nomina fu ratificata solo dopo che ebbe firmato un apposito “Statuto di garanzie costituzionali” un documento che impegnava Allende al rispetto del pluralismo politico e delle garanzie costituzionali, in pratica a non trasformare il Cile in un regime comunista

Da quel momento il paese divenne la cavia del pericoloso esperimento politico denominato via cilena al socialismo“, una miscela tossica di velleità, utopia, estremismo, castrismo, lotta di classe e vetero marxismo che in poco tempo getterà il paese nel caos spianando la strada alla dittatura.

Anche per governo di Allende, come per tutti i regimi e i movimenti comunisti, le migliori intenzioni a contatto con la realtà si sono trasformate in abbagli letali.

Giunto al potere Allende, istigato dalla componente più radicale della sua coalizione (bene impersonata dall’estremismo avventurista del segretario del partito socialista Carlos Altamirano) mette subito in atto i piani di trasformazione a tappe forzate del Cile in un repubblica socialista ispirata all’esempio della Cuba di Fidel Castro, con la quale ristabilisce subito i rapporti diplomatici (unico paese dell’OSA) e instaura relazioni preferenziali, suggellate verso la fine del 1971 da una visita di Stato di quattro settimane durante le quali Castro, accolto con tutti gli onori, visita il paese.

Allende cerca di stabilire, ma senza successo, un rapporto privilegiato anche con l’URSS di Breznev (che però ritiene che una sola Cuba sia più che sufficiente) e persino con la Corea del Nord dove va in missione, senza esito, Carlos Altamirano.

Ce n’era abbastanza per esaurire la già scarsa pazienza del duo Nixon-Kissinger, che reagiscono di conseguenza mobilitando la CIA.

Il governo Allende tira diritto ed espropria senza indennizzo le partecipazioni straniere, quasi tutte americane, nelle miniere di rame (che erano già controllate dallo stato al 51%), nazionalizza le banche e le grandi imprese strategiche, vara una riforma agraria che espropria tutte le proprietà di più di ottanta ettari irrigati, aumenta i minimi salariali, attribuisce grandi poteri ai sindacati nelle imprese e nella pubblica amministrazione, riorganizza il sistema sanitario e quello educativo.

Nello stesso tempo vengono sospesi i pagamenti del debito estero e dei crediti da versare ai finanziatori stranieri il che provoca l’isolamento finanziario del Cile che non può più trovare credito sui mercati internazionali.

Gli effetti delle riforme di Unidad Popular hanno conseguenze disastrose sull’economia e sull’equilibrio sociale del Cile: la spesa pubblica aumenta dal 26% del 1970 al 31,1% dell’inizio 1972, il debito pubblico si dilata così come l’inflazione, che nel 1972 balza al 75,21% per poi esplodere al 311,11% del 1973; le esportazioni calano del 24% mentre le importazioni crescono del 26%, quelle di beni alimentari del 149%. La spirale della recessione diventa incontrollabile.

Il governo tenta di reagire calmierando i prezzi dei beni di prima necessità, che spariscono così dai negozi per finire al mercato nero, ed aumentando i salari, inutilmente perché gli aumenti vengono vanificati dal rialzo incontrollabile dei prezzi.

Il grave peggioramento delle condizioni di vita della popolazione innesca un’ondata continua di scioperi e proteste soprattutto del ceto medio: medici, insegnanti, gruppi studenteschi, piccoli imprenditori, commercianti, i sindacati dei professionisti oltre ai camionisti ed ai lavoratori dell’industria del rame.

Anche la Chiesa cattolica prende posizione contro il governo

Unidad Popular risponde mobilitando i sindacati di sinistra ai quali ha consegnato il controllo delle fabbriche e dei lavoratori dell’agricoltura. Il confronto tra momios (termine dispregiativo per i conservatori) ed upelientos (termine dispregiativo per i sostenitori di Allende) si radicalizza e subisce un’escalation di violenza che presto diventa incontrollabile fino a degenerare in atti di terrorismo e guerriglia urbana.

Alla crisi sociale si somma ben presto quella politica: la Democrazia Cristiana, che aveva permesso la nomina di Allende e che con la sua astensione al Congresso forniva al governo il necessario appoggio parlamentare, rompe con Unidad Popular e si unisce all’opposizione.

Il governo di Allende resta così in minoranza al Congresso e le elezioni legislative del 4 marzo 1973 non cambiano la situazione: Unidad Popular raggiunge solo il 44,23% e 63 seggi contro il 55,49% e 87 seggi della Confederación Democrática, la coalizione di opposizione.

Il parlamento ostile accresce le già serie difficoltà di Allende e dei suoi che reagiscono mobilitando i propri sostenitori organizzati e forzando sia le procedure parlamentari che l’applicazione delle leggi.

La crisi politica degenera così rapidamente in una crisi istituzionale: nell’agosto 1973 la Corte Suprema denuncia pubblicamente l’incapacità del governo di fare rispettare la legge e il 22 la maggioranza della Camera dei Deputati si appella ai militari affinchè pongano ”fine immediata alle violazioni della Costituzione […] con lo scopo di reindirizzare l’attività del governo nell’alveo del diritto ed assicurare l’ordine costituzionale della nostra Nazione e le basi essenziali della coesistenza democratica tra i cileni”.

Il governo Allende viene accusato di voler “conquistare il potere con l’ovvio scopo di assoggettare tutti i cittadini al più stretto controllo politico ed economico da parte dello Stato […] per stabilire un sistema totalitario […] commettendo sistematiche “violazioni della Costituzione”.

La risposta di Allende è durissima: il 24 agosto 1973 si rivolge al Congresso accusandolo di promuovere un colpo di Stato e una guerra civile, di avere violato a sua volta una dozzina di articoli della costituzione e di usare l’espressione “stato di diritto” per riferirsi ad “una situazione che presuppone l’ingiustizia economica e sociale che il nostro popolo ha rigettato.” rivolgendosi “ai lavoratori, a tutti i democratici e i patrioti” perché si unissero a lui nella difesa della costituzione e del “processo rivoluzionario”. Il governo, oramai ostaggio della sua componente più estremista intensifica lo scontro e il Cile piomba nel caos.

Secondo Patricio Aylwin primo presidente eletto democraticamente dopo la fine della dittatura, “il governo di Allende aveva esaurito, con un totale fallimento, la via cilena verso il socialismo e si apprestava a consumare un autogolpe per instaurare con la forza la dittatura comunista. Il Cile visse sull’orlo del “Golpe di Praga” che sarebbe stato tremendamente sanguinoso, e le Forze Armate non fecero altro che anticipare quel rischio imminente”.

Il 9 settembre Carlos Altamirano in un comizio con Miguel Enríquez, capo del MIR (Movimiento de la Isquierda Revolucionaria, organizzazione incline alla lotta armata ma che fiancheggia il governo) e Oscar Garretón del MAPU (Movimiento de Acción Popular Unitaria, un altro partito di estrema sinistra) accusa la Marina di preparare il golpe ed incita le masse popolari a prendere le armi per difendere la Revolución Chilena perchè “il conflitto armato sarà inevitabile”.

L’11 settembre 1973, solo due giorni dopo, i fatti gli daranno tragicamente ragione.

Il 29 giugno l’esercito stesso aveva sventato il Tanquetazo del colonnello Roberto Souper, che aveva circondato con un reggimento di carri armati il Palazzo della Moneda. Stavolta, però, il Generale Augusto Pinochet Ugarte, nuovo comandante delle forze armate nominato pochi giorni prima dallo stesso Allende, fa sul serio.

Sappiamo come è finita: la Moneda bombardata e in fiamme, Allende assediato che riscatta i suoi gravi errori politici con una fine eroica, armi in pugno, nobilitando la sua figura di militante ed entrando per sempre nel Pantheon degli eroi della sinistra: “Solo crivellandomi di colpi potranno fermare la volontà volta a portare a termine il programma del popolo” dice il presidente sotto il fuoco dei golpisti nel suo ultimo messaggio radiofonico trasmesso alle 8.45, poco prima di suicidarsi con l’AK 47 regalatogli da Fidel Castro.

Poi la dittatura militare, la durissima repressione con 3.000 fra morti e desaparecidos e circa 30.000 persone torturate secondo le stime del Rapporto Rettig, l’inchiesta ufficiale condotta dopo il ritorno alla democrazia.

Anche gli oppositori di Allende, però, favorevoli all’intervento dei militari hanno sbagliato i conti: contrariamente a quanto speravano e a quanto era sempre avvenuto in Cile, Pinochet non si limita a ristabilire l’ordine, ma resta in carica per ben 17 anni.

La dittatura finirà di fatto nel 1988 quando, dopo avere promulgato una nuova Costituzione, viene sconfitto nel plebiscito da lui stesso promosso per essere confermato alla presidenza (55,99% dei voti contro il 44,01%).

A norma della Costituzione vengono quindi convocate le prime elezioni libere dal 1973 che nel novembre 1989 portano alla presidenza Patricio Aylwin, sostenuto da una coalizione di centro sinistra. L’11 marzo del 1990 Pinochet lascia la presidenza. Dopo numerosi tentativi, tutti infruttuosi, di processarlo in patria e fuori, morirà il 10 dicembre 2006 all’Ospedale Militare di Santiago del Cile ricevendo gli onori militari e l’omaggio di molti sostenitori.

E’ evidente che le vicende del golpe cileno appartengono ad un’altra epoca e ad un altro mondo, lontanissimi da quelli di oggi.

Non ha quindi nessun senso quello che Erik Merino, esule dal Cile negli anni Settanta, dice alla fine del documentario di Moretti: “Sono arrivato in un paese che aveva fatta la guerra partigiana e che aveva difeso lo statuto dei lavoratori. Oggi viaggio per l’Italia e che somiglia sempre di più al Cile, alle cose peggiori del Cile. Un consumismo terribile, quello che si vede, dove la persona che hai al tuo fianco se può ti calpesta. C’è ormai solo individualismo”.

Nelle intenzioni del regista dovrebbe essere la morale del film, nella realtà è solo una sciocchezza senza senso che lo qualifica definitivamente per quello che è: una banale operazione di propaganda politica con la quale Nanni Moretti aderisce all’ultimo vezzo degli intellettuali della sinistra da salotto e ai loro grotteschi deliri sottoculturali, ultimo e mediocre rimasuglio dell’egemonia culturale che fu.

Se una volta ci si doveva confrontare il talento ed il valore di un Pierpaolo Pasolini o di un Elio Petri, oggi ci ritroviamo alle prese con una insopportabile congrega di caricature e macchiette. Gente come Michele Serra con i suoi altezzosi corsivi carichi di disprezzo per il popolino bue e ignorante; Edoardo Albinati che si augurava la morte in mare di un bambino per poter accusare il governo; Roberto Saviano con i suoi ben retribuiti deliri da professionista dell’antimafia; Sandro Veronesi, che vede il nuovo fascismo oramai alle porte, assimila il decreto sicurezza di Salvini alle leggi razziali e profetizza una nuova edizione del programma hitleriano di soppressione dei disabili; Michela Murgia, con la ridicola e grossolana ignoranza del suo fascistometro; Antonio Scurati anche lui convinto che il nuovo fascismo sia alle porte e che si propone di “rifondare l’antifascismo” scrivendo una biografia romanzata di Mussolini zeppa di errori e strafalcioni storici.

Ora nel gregge è entrato pure Nanni Moretti, ma come diceva proprio lui in Ecce Bombo forse lo si sarebbe notato di più se fosse rimasto fuori.