È andata bene. Nonostante Greta e milioni di «gretini», anche la 25ª conferenza dell’Onu sul clima (Cop25) di Madrid è stata un buco dell’acqua.

Ma non c’è nulla di cui sorprendersi. Né, tantomeno, di cui preoccuparsi. Come spiega la lettera indirizzata all’Onu lo scorso settembre da 500 fra scienziati e associazioni di 13 Paesi, le catastrofiche previsioni che preoccupano Greta non hanno nulla di scientifico. E non solo perché nessuno ha ancora provato che il riscaldamento climatico sia attribuibile esclusivamente all’uomo, ma anche perché la tanto criminalizzata anidride carbonica non è un fattore inquinante, bensì un elemento naturale prodotto di quella fotosintesi clorofilliana base dello sviluppo vegetale. Per contro, i modelli usati per ipotizzare nuove politiche climatiche hanno previsto un surriscaldamento del pianeta molto più rapido di quello effettivamente verificato.

Ma quello che rende veramente irrealizzabili le tesi discusse a Madrid è il principio assolutamente ideologico sulle «comuni ma differenziate responsabilità», sancito nel 1992, da quella Convezione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) su cui si basano gli accordi di Parigi del 2015. In base a quel principio sono i Paesi più sviluppati a doversi muovere per primi, fare più di ogni altro e, soprattutto, pagare per tutti. Quel principio ricorda da vicino quello marxista secondo cui chi ha le capacità deve farsi carico di tutto quello di cui gli altri hanno bisogno («Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni»).

Ma, rispetto ai precetti marxisti, contiene un’ulteriore, devastante distorsione. Cina e India, i due giganti dell’economia mondiale, saldamente in testa alle classifiche sulle emissioni di Co2, sono ancora, secondo l’Onu e gli accordi di Parigi, due Paesi in via di sviluppo. Come tali possono non solo continuare ad inquinare impunemente fino al 2030, ma anche spartirsi il pacchetto di 100 miliardi di dollari in aiuti che Europa, Stati Uniti e tutti gli altri Paesi-Pantalone, considerati «sviluppati», dovrebbero mettere sul tavolo per garantire nuove politiche climatiche. Insomma, più che un accordo sul clima dettato da ragioni scientifiche quello di Parigi resta un imbroglio politico-economico basato su motivazioni ideologiche e su dati anacronistici. Per questo, trasformarlo in realtà, resta, fortunatamente, una missione impossibile.