Sopravvissuto a una prova particolarmente atroce, il Protagonista (un super-agente della CIA del quale non si specifica mai il nome) si vede affidare nulla meno che la salvezza dell’umanità, usando la stessa arma dei suoi potenziali distruttori: l’inversione del tempo. Suoi compagni d’avventura (e di sventura), da Bombai ad Amalfi passando per Tallinn, l’incantevole “socialite” Kat e il coraggiosissimo agente segreto Neil.
Il titolo (“reggente, guida”, dal nome dell’organizzazione criminale combattuta dal Protagonista) fa riferimento alle lettere della croce palindronimica al centro del quadrato magico del Sator (“creatore”, da cui il cognome del malvagio magnate russo; si cita ma non si mostra anche Arepo, l’ex amante di Kat).

Da quando ne ha la possibilità, Christopher Nolan gira soltanto film colossali. “Tenet” è forse il più esagerato: costo delle riprese (effettuate rigorosamente con le super-cineprese IMAX) stimato oltre i 200 milioni di sterline, cui se ne aggiunge un altro centinaio per il battage pubblicitario – cui ha contribuito in larga parte la casa d’orologi un cui modello svolgeva, come succede nella resa dei conti di “Tenet”, già in “Interstellar” (simpatico il fatto che Nolan sia riuscito ad accontentare lo sponsor di due delle sue maggiori produzioni, assegnando un ruolo centrale allo stesso oggetto – oltre a una quantità pletorica d’inquadrature).
Niente effetti speciali: la scena dell’aeroporto è stata girata… mandando per davvero un Boeing contro delle automobili e un magazzino. Altrettanto reali le riprese dello spaventoso inseguimento sulla tangenziale di Tallinn.
Uscita nei cinema di tutto il mondo rimandata per tre volte, a causa del Covid; sinossi del film mantenuta segreta, non fosse per quel che trapelava dal trailer (e da un lunghissimo teaser distribuito nei cinema la settimana precedente l’uscita).

Spettacolone magniloquente, esagerato, angosciante.
Pessima trovata la colonna sonora, formata quasi solo con i bassi del sintetizzatore (a parte un brutto pezzo hip hop sui titoli di coda). I suoi tonfi funzionano nell’iniziale scena dell’assalto al teatro; dopo di che diventa tediosa e detestabile. Unico altro difetto: la patetica conversazione al telefono prima del finale (altri inciampi minori qui e là nella sceneggiatura). Pochissimo humour, relegato per lo più alla scena con Caine e al personaggio con Pattinson: nel cinema di Nolan, cupo come i suoi colori dominanti, non si scherza.
Ottimo cast: dei fedelissimi di Nolan c’è solo il più glorioso, Michael Caine, in un’unica scena (il grande Kenneth Branagh è al secondo ruolo per il collega). Assai buona la scelta del protagonista: John David Washington (figlio di Denzel ed ex giocatore di football americano), col suo sguardo intenso e il suo fisico scattante. Le parti del leone però vanno ai bravissimi e affascinanti Elizabeth Debicki, bellissima cavallona d’un metro e 90 tacchi esclusi, bionda ed esangue, nel ruolo della dolente e combattiva Kat, e Robert Pattinson (finalmente lontano dall’essere l’attore più sottovalutato di Hollywood e dintorni) in quello di Neil, spia ed esperto di fisica, leale e intelligente. Meno bravo del suo solito Aaron Taylor-Johnson. La combattiva comandante della “squadra blu” è Fiona Dourif, figlia di Brad. Bello ma breve il ruolo (Laura, la scienziata che spiega al Protagonista l’inversione dell’entropia) della francese Clémence Poésy (già protagonista d’un film d’amore in tandem con Caine).
Quello di Nolan è un cinema ingegnoso e complicato, colto e intelligente, più cervellotico che cerebrale. La mania per le trame ingegnose, salti temporali (“The Prestige”, “Inception”) e paradossi scientifici si coniuga bene con la solida preparazione scientifica del regista londinese, che torna (come già con “The Prestige” e “Interstellar”), a proporre un discorso più astruso, ma anche più interessante e avvincente della sociologia un po’ piatta del ciclo di “Batman” (la cui enorme colpa è d’aver sdoganato i film “seri” tratti da fumetti – si veda il clamore dell’anno scorso per una roba da niente quale “Joker”). La scienza di “Tenet” è credibile e implausibile: il paradosso geniale è questo, Nolan basa il film su di un prodigio scientifico inesistente, fondandolo però su studi che attribuiscano a esso una credibilità – se per esempio il celeberrimo teletrasporto di Star Trek è semplice fantasia, l’inversione di “Tenet” è una ipotesi non dimostrata, ma comunque argomentata; irrealizzabile, ma non assurda.

“Tenet” si può guardare in molti modi, e alcune di queste letture sono piuttosto semplici: versione intellettuale di James Bond (azione in giro per il mondo, un cattivone che minaccia il mondo, lusso spropositato), “buddy-movie”, filmone d’azione, viaggio di formazione. Ci sarebbe una storia d’amore, ma la filiazione di Nolan dalla filosofia meccanicistica e materialista gli vieta di mettere in scena troppi sentimenti (infatti le dinamiche nella famiglia Sator restano abbozzate).
Liberando la vicenda dagli orpelli spettacolari e dalle acrobazie scientifiche, ne restano due storie: quella di due grandi amici (con tanto citazione, per l’appunto invertita, da “Casablanca”); quella d’un uomo capace di farsi sottoporre a torture orripilanti, e incapace di sopportare che si ferisca una donna. Questo è più importante di tutte le leggi fisiche e matematiche con le quali ci si possa baloccare.