Dopo mesi di rinvii, dovuti all’emergenza del Covid, le riprese di “Lei mi parla ancora” hanno potuto avere luogo. Si tratta del film che Pupi Avati sta traendo (mentre scrivo è cominciata la post-produzione) dall’eponimo libro di Giuseppe Sgarbi, farmacista e collezionista d’arte, padre di Elisabetta e Vittorio. Nato in provincia di Rovigo nel 1921 e morto due anni fa, Giuseppe Sgarbi detto “Nino” fu convinto, superati i novant’anni, dai figli a scrivere le sue memorie; “Lei mi parla ancora” è in particolare dedicato alla lunghissima storia d’amore con la moglie, Caterina.
Cinquantaduesimo lungometraggio diretto da Pupi Avati, quarantunesimo per il cinema; oltre che regista, Avati è (come sempre) sceneggiatore (stavolta assieme al figlio Tommaso), ma la novità è che il soggetto non sia suo.
Caterina e Nino sono interpretati da Isabella Ragonese e Nino Musella per le scene giovanili, e da Stefania Sandrelli e Renato Pozzetto per quelle della maturità; i fratelli Sgarbi sono interpretati da Chiara Caselli e Matteo Carlomagno. Nel cast anche Serena Grandi, Alessandro Haber, Gioele Dix e Fabrizio Gifuni.
Film prodotto col fratello Antonio e con Luigi Napoleone; direttore della fotografia, il fidatissimo Cesare Bastelli. Ruolo musicale per Mirco Mariani, quasi simultaneamente impegnato con “Extraliscio – Punk da balera”, viaggio di Elisabetta Sgarbi nel mondo delle sale da ballo romagnole.
Produzione DueA Films e Bartleby Films; riprese divise in due fasi: a Cinecittà tra fine luglio e inizio agosto, a Ferrara e dintorni tra fine agosto e inizio settembre; ma l’ambientazione delle scene è per lo più invernale.
La scelta del grande Renato Pozzetto (dopo la rinuncia dell’esausto Johnny Dorelli, e la lite a distanza con Massimo Boldi, scelto e poi accantonato), che proprio questa estate ha compiuto ottant’anni tondi, prosegue la tradizione avatiana di affidare ruoli drammatici ad attori comici: Diego Abatantuono (“Regalo di Natale”, 1986 – film, forse il migliore di Avati assieme a “La casa dalle finestre che ridono”, dopo il quale Abatantuono non smetterà di essere “serio”), il succitato Massimo Boldi (“Festival”, 1996 – ispirato all’ormai esausto Walter Chiari che, per “Romance” di Massimo Mazzucco, aveva ceduto la Coppa Volpi proprio al Carlo Delle Piane di “Regalo di Natale”), Ezio Greggio (“Il papà di Giovanna”, 2008) e Christian De Sica (“Il figlio più piccolo”, 2010).

Quattro le date che mi hanno visto in azione attorno e sul set: sabato 29 agosto, il tampone richiesto dal protocollo anti-Covid; lunedì 31, la prova dei costumi; mercoledì 2 e giovedì 3 settembre, le riprese di due scene (rispettivamente: scena contemporanea fuori dalla stazione; scena nel 1951 in una sala da ballo). Essendo rimasto a Ferrara anche martedì, il primo del mese, mi sono avventurato sulle tracce di “La casa dalle finestre che ridono”, del quale racconterò in un altro diario di viaggio.

Il quartier generale delle riprese era in un albergo, a ridosso del meraviglioso Castello Estense. Lasciata, dopo aver percorso la Transpolesana ascoltando i Duran Duran ad alto volume, la Panda nera a Porta Paola, lunedì – una giornata grigia, lievemente afosa, resa ancor più mesta dal brutto mercatino che dal corso di Porta Reno arriva fino alla piazza della Cattedrale – mi sono presentato, con indosso una t-shirt raffigurante la locandina delle leggendarie finestre ilari; maglietta che, nel suo orrore, ha suscitato l’ammirazione di Eleonora Buratti, direttrice dei casting avatiani e anima del set.
È stato, questo bigio lunedì mattina, uno dei rari momenti in cui il quartier generale non fosse agitato e affollato. La costumista si è lamentata fin da subito e ripetutamente (“mi avete mandato un cameriere troppo alto” – non per attribuirmi paragoni di cui non sono degno, ma ben tre 007 sono alti quanto me –Connery, Lazenby e Dalton – e non mi risulta ci siano mai stati problemi a vestirli… a quali tragedie può aver portato il costume da Dracula per Sua Altezza Christopher Lee?): ero inizialmente destinato,

per la scena ambientata negli anni ’50, a un ruolo da cameriere, e gli abiti a tal proposito latitavano; ci si è comunque arrangiati, con una camicia bianca, un pantalone nero cui rifare l’orlo, un cravattino (di quelli col fiocchetto già annodato) e un ampio straccio bianco da riadattare come grembiule – tutto vano, si scoprirà il giorno dopo. Per la scena contemporanea, avrei indossato vestiti miei (“metti quello che metti per andare dagli amici” “ho portato giacca e cravatta” “dagli amici vai in giacca e cravatta?” “sì”).
Al principio dell’uggioso pomeriggio, in una Ferrara silenziosa e sonnacchiosa, sotto un accenno di pioggia ho raggiunto la mia postazione, un costernante bed & breakfast in Via del Cammello: molto meglio arrivarci da via Mazzini (quindi, da piazza Trento e Trieste – dove si trovano Cattedrale e Duomo), invece (come ho fatto al mio arrivo) di percorrere via Mayr, una delle zone più rattristanti della città estense.
Dopo le avvisaglie temporalesche del pomeriggio, un acquazzone si è rovesciato su Ferrara. Lasciando così l’aria fresca e il cielo terso per il mio “pellegrinaggio” della giornata successiva; condizioni che si sarebbero fatte rimpiangere, durante le riprese di mercoledì e giovedì.

Per l’appunto, martedì mi sono diretto a Comacchio, località Lido degli Scacchi, per visitare la Villa Boccaccini (ormai un rudere tra campi incolti e sentieri sterrati, a qualche metro dalla strada statale e da un benzinaio) e a Minerbio, in provincia di Bologna, per la chiesa di San Giovanni in Triario (non distante dal fiabesco Castello dei Manzoli): è stato il tour nostalgico di “La casa dalle finestre che ridono” – per chi abbia visto il film: la dimora delle sorelle Legnani, e la chiesa che ospita l’affresco, dipinto dal loro “compianto” fratello Buono, del martirio di San Sebastiano, attorno al cui restauro ruota la vicenda di questo splendido horror, col quale nel 1976 Avati ha inaugurato il genere del “gotico padano”; a chi non l’abbia visto, si consiglia di rimediare. Ahinoi, è stato demolito da anni il casolare che dà il titolo al film.

Mercoledì mattina: appuntamento al quartier generale per la scena della stazione. Dopo l’arrivo di Pupi Avati, con la figlia Mariantonia in veste di segretaria d’edizione, e un’attesa lunghissima dovuta al traffico di figuranti, costumisti, truccatori, maestranze varie, è giunto il momento di dirigersi verso la stazione: cinque comparse, dirette dall’indomabile Eleonora Buratti – che nel frattempo mi aveva presentato la sorpresa: il costume da “cameriere troppo alto” era stato adattato a un altro figurante, e gli altri due erano di taglia ridotta, perciò restavo scoperto; sono capace di ballare il valzer? Non facevo in tempo a rispondere un ovvio “nemmeno il ballo del qua qua”, che Eleonora inforcava un braccio nel mio e mi conduceva alla sala dei costumi, per farmi provare un completo a tre pezzi, con doppiopetto grigio gessato, più bretelle e cravatta vintage.

Catapultati come un sol uomo in riva al fossato del Castello Estense, siamo poi saliti su di un furgoncino, diretti alla stazione ferroviaria di Ferrara.
Qui, appena scesi, siamo stati assaltati prima dalla responsabile delle misure anti-Covid, poi da un’addetta ai costumi; quindi, portati al cospetto di Pupi stesso che, assiso su di un classicissimo sgabello da regista, all’ombra delle roulotte da set, ci ha fornito le prime indicazioni.
Lascio immaginare che impressione lasci, essere diretti su di un set cinematografico da un cineasta di prima grandezza.

Protagonista della scena era Fabrizio Gifuni, nel ruolo di Amicangelo (sì, il personaggio si chiama davvero così), lo scrittore che aiuterà il Nino Sgarbi di Pozzetto a trasformare il ricordo della moglie in un libro. Noi cinque figuranti ci saremmo così divisi: una donna e me medesimo (con trolley al seguito), davanti a Gifuni; due donne e un ragazzo, alle sue spalle. Poco dopo l’uscita, avrei aperto l’ombrello per riparare la mia compagna dalla neve; alle nostre spalle, Gifuni avrebbe incontrato Nicola Nocella, già protagonista di “Il figlio più piccolo”, qui nel ruolo di Giulio, incaricato di dargli un passaggio in automobile.
Ebbene sì, assieme a Gifuni, protagonista della sequenza sarebbe stata la neve, lanciata con un apposito macchinario.
Non abbiamo occupato tutta la stazione di Ferrara, soltanto una saletta che collega il piazzale ai binari (nonostante le rimostranze d’una pensionata, placcata da due poliziotti, che pretendeva di dover passare proprio lì, proprio in quel momento). La porta verso la piazza è un poco ampia – ma nemmeno un portone; nonostante il mio cavalleresco cenno alla mia compagna per darle precedenza, nelle prime riprese uscivamo immancabilmente affiancati: dato che portavo con me il trolley (regalo di mia madre e di mio patrigno, in pochi anni fedele accompagnatore da Genova a Roma, fino ad Hammamet), l’evangelica “porta stretta” rendeva la scena piuttosto goffa. Ci raggiungeva Pupi stesso:
– Mia moglie e io siamo sposati da mezzo secolo, giriamo sempre a braccetto, ma quando un passaggio è stretto abbiamo il buon senso di scioglierci. Tu non sei mai stato sposato, eh?
– Maestro, come avete indovinato?
– Con quella faccia…
Può sembrare una battuta cattiva, ma il fatto che il Maestro Avati mi abbia poi dato una manata sulla spalla per farmi chinare e scambiarci un abbraccio rende evidente quale fosse il tono. Come ribadirà Eleonora Buratti: il set dei fratelli Avati è una grande famiglia, e la loro gratitudine nei confronti di chi contribuisce alla costruzione delle loro opere, alla creazione del loro mondo, si manifesta anche con queste scherzose confidenze.
Il sole martella impietosamente il piazzale della stazione. Dopo una prima serie di riprese, si aziona la macchina della neve artificiale.
Prima di ogni ripresa, fin nella sala d’attesa giunge il grido di Pupi: “Azione!”, noto tra gli addetti ai lavori per la sua unicità – roco, esplosivo, grintoso. Ormai è deciso che non devo trascinare il trolley, ma lo devo trasportare sollevandolo (Gifuni nelle pause se lo fa portare da una ragazza…). Sono ormai quasi le tre del pomeriggio, la temperatura è di 30°, e l’addetta ai costumi mi ha fatto rintanare l’impermeabile kaki che avevo comprato due giorni prima (carino, economico e soprattutto leggero) con un giaccone a vento blu, che mi fa tenere allacciato sia con la lampo che con i bottoni esterni. Occhiali da vista, e non da sole, perché la scena risulterà adombrata.
Congedati in fretta, dopo una foto di gruppo attorno ad Antonio (l’arbitro del set, che da gentiluomo non lascia le riprese senza aver salutato e ringraziato ognuno), il furgoncino riporta il quintetto di comparse ed Eleonora al castello.

La sera, arriva il temporale, annunciato per il primo pomeriggio: se avesse rispettato l’orario, avrebbe fatto cosa gradita.
Dopo che le avevo esposto, nella maniera melodrammatica che mi è propria, le mie obiezioni alla decisione di farmi ballare, Eleonora riusciva nell’impossibile: convincermi ad accettare, proponendomi di vedere l’ingrato ruolo come una sfida.

 

Giovedì mattina mi sono presentato, non  

proprio allegramente, all’appuntamento col ballo. Sembrava che un brutto incidente mi avrebbe salvato dall’amaro calice: una ragazza, per l’apprensione, aveva avuto un malore, perciò i ballerini erano ormai dispari.
A mezzogiorno e mezzo ci siamo così diretti, in pullman, dal Castello Estense a Consandolo, frazione di Argenta, a mezz’ora dal capoluogo. La giornata, molto luminosa, era – per essere nei primi giorni di settembre, in zona estense – ancora piuttosto fresca; ma non lo sarebbe stata, per noialtri con abiti in tre pezzi, al chiuso della sala da ballo.
Appena cominciato il tragitto, Eleonora invitava vivere pienamente la giornata, riflettendo sulla “nostalgia del presente”: vivere un momento avendone nostalgia, sapendo che presto ci mancherà. Come dice il Faust di Goethe: “fermati momento, sei tanto bello”.
Ormai in piena campagna, siamo stati portati in una sala da oratorio – all’esterno, completamente anonima; all’interno, uno spaccato di passato, grazie alla scenografia che nei minimi dettagli (compreso un giornale adagiato sul bancone da bar) riportava agli anni ’50. Star della scena, Musella e la Ragonese, con la Grandi a osservare.
Già in corso d’opera, la scena sembrava assai suggestiva: dal lato del palco, le damigelle sedute, con le madri alle spalle; dall’altro versante della platea, i loro cavalieri, pronti a dirigersi verso di loro per ballare, non prima d’aver chiesto il permesso alle “guardiane”. Un presentatore declama, brevemente, la storia del valzer, raccomandando: va ballato indossando guanti bianchi (l’addetta ai costumi mi aveva già fatto togliere quelli che dapprima mi erano stati assegnati, leggermente piccoli per le mie mani, con un altro paio… di taglia inferiore, mi arrivavano insomma a metà dorso). Un’orchestrina intona: “Non partir, non partir…” (la sala sarà purtroppo quasi vuota quando, durante una sistemazione dal palco, trovato un clarinetto Pupi – jazzista prima che regista – dedicherà agli astanti qualche nota).
Le coppie di figuranti ballano attorno a Ragonese & Musella (Rina & Nino da ragazzi); Rina è una forestiera, perciò alcuni fra gli astanti la guardano di sbieco; ma nonostante la diffidenza tutt’attorno, Rina e Nino continuano a ballare, e dopo un giro di valzer e uno di polka, le altre coppie svaniscono, lasciandoli abbracciati al centro della sala.

Infine, ho dovuto ballare. Non si sa come, nonostante lo svenimento d’una fanciulla facesse pensare che la disparità lasciasse un uomo in più, le ragazze erano in maggioranza numerica. Se quindi cominciavo la scena avvicinandomi a Misia e Rita, due ragazze con cui avevo chiacchierato prima della trasferta (proprio Misia era, il giorno prima, al mio fianco nella scena della stazione), e che ora erano nel ruolo di madri di due damigelle, facendo loro il baciamano e chiedendo ai camerieri di porgere loro i bicchieri, l’avrei proseguita assieme a una damigella. Di fronte all’ineluttabilità del fatto (e ringraziando la mia buona stella, perché se fossi rimasto nel ruolo di cameriere, avrei dovuto portare dei bicchieri su di un vassoio, cosa che mi terrorizza – avrei sicuramente allagato la sala col loro contenuto – per di più cercando di evitare le coppie), ho smesso di lamentarmi; va riconosciuto che le circostanze, oltre a obbligarmi alla temuta prova, mi hanno anche fatto assegnare a una damigella assai bella. Ancor meglio: ballerina provetta quanto me – insomma, priva della minima esperienza. Ma non ci siamo, come succede nei film, pestati i piedi.
A un tratto, Pupi stesso ha fatto irruzione nella sala, e il motivo eravamo proprio noi due: “Ballate malissimo, sembrate due tronchi che saltellano!” (un risultato comunque migliore delle nostre aspettative). Qualche minuto dopo, non gli è mancata occasione per rimproverarmi ancora; essendomi accorto, durante una sua arringa a noialtri figuranti, che una colonna stava dondolando, ho provato a fermarla; beccatomi in flagranza di… gesto riparatorio, coi pugni stretti mi ha intimato: “Smettila di muovere quella colonna!” “Ma la stavo sist…”

Sono poi tornato nella sala, per un’ultima inquadratura di Musella con i figuranti che lo attorniavano a inizio scena (ero proprio alle sue spalle), nella stessa disposizione della prima ripresa.
A fine riprese, i più audaci cercano una foto con Mastro Pupi. Colgo l’occasione: ok, ve la scatto io, poi voi la scattate al Maestro e me. Dopo che ho svolto il mio dovere di fotografo, una bella signora russa ci ha scattato tre pose che restano fra le più belle del mio carnet.
Pochi istanti dopo la foto, ci siamo ritrovati faccia a faccia, mentre Pupi cercava la sua borraccia in un borsone militare. Molto gentilmente, forse informato delle difficoltà superate in nome del suo film, mi ha detto: “Sei stato bravo, Tommaso”, offrendo una stretta di mano. Dopo l’abbraccio del giorno prima, un’altra grande gratificazione: ho avuto da questo film più di quel che mi spettava.
Nonostante i gendarmi anti-Covid (una perlomeno era qualificata; un altro, un semplice bullo), ho potuto salutare anche Elisabetta Sgarbi, che a fine luglio avevo incontrato a Milano, annunciandole la mia possibile partecipazione al film sulla sua famiglia. Anche lei molto gentile, galvanizzata dal film sui genitori.

Si torna a Ferrara, al Castello. Dopo la restituzione degli abiti, liberi tutti. Quel che diceva Eleonora si dimostra, a ogni istante, veritiero: la “nostalgia del presente”, il faustiano “fermati istante, sei troppo bello”. Sarebbe bello se questo set fosse perpetuo, se finito un film se ne cominciasse subito un altro, come fosse solo un cambio di scena.
Colonna sonora del ritorno: Squallor (“O’ Camionista” è ormai l’inno dei miei viaggi in autostrada) e Roxy Music.

Al di là della tragica particolarità storica – dopo il servizio d’ordine d’uno dei primi eventi sportivi (il Giro di Lombardia a Ferragosto), il set d’uno dei primi film realizzati nell’era, che si spera brevissima, del Covid – mi restano due doni importanti: aver partecipato a un film; essere ormai integrato nel mondo avatiano – così come due sono i suoni che di tanto in tanto mi sembra di udire ancora: la canzone per la scena della sala da ballo (“Non partir, non partir…”) e l’avatiano grido “Azione!”.
Finisco quest’avventura da debitore, perché grazie a Pupi Avati si è realizzato un sogno: quello di stare in un set cinematografico – e non da ospite: da partecipante (nel mio piccolo). Creditori nei miei confronti sono anche i troppo pazienti Antonio Avati, Riccardo Marchesini, e soprattutto Eleonora Buratti.
Grazie, Maestro Pupi Avati!