Nel 1969, John Boorman era un regista emergente, se non già emerso: aveva già realizzato (oltre a un musicarello su di una band inglese, poi sprofondata nell’oblio, e a documentari e reportage per la BBC) due grandi film con Lee Marvin (il nume tutelare alla cui memoria Boorman tributerà gratitudine e un affettuoso documentario): “Senza un attimo di tregua” e “Duello nel Pacifico” (con l’amico e rivale Toshiro Mifune).
Londinese di Shepperton, cineasta ambizioso ma non ancora autore (non avendo sceneggiato nulla di ciò che aveva sino ad allora diretto), Boorman si trovava, grazie al successo dei due film con Marvin, nella possibilità di pensare in grande a Hollywood.
Si metteva così in società con Richard “Rospo” Pallenberg (un architetto dalle sue velleità cinematografiche – effettivamente poi realizzate) e, ispirato dalle letture di T.S. Eliot e John Cowper Powys, progettava una riduzione (di quattro ore) del ciclo arturiano, tenendo il romanzo cortese “La Morte Darthur” di Thomas Malory al centro del proprio progetto.
Ma la United Artists tentennava, e consigliava a Boorman & socio di passare a un altro adattamento: quello del “Signore degli Anelli”.

Stando a “Boorman. Un visionnaire en son temps”, ponderoso volume che Michel Ciment, acuto critico francese molto attento al nuovo cinema americano più intelligente (ammira molto anche Clint Eastwood), ha dedicato al regista inglese nel 1985 (in occasione dell’uscita d’una delle sue opere più belle, “La foresta di smeraldo”, elegia ecologista sullo scempio dell’Amazzonia), “Il signore degli anelli” è uno fra gli almeno diciassette film progettati e non realizzati da Boorman sino ad allora; prima del mancato adattamento tolkieniano, ci sarebbero stati (fra gli altri) il progetto d’un film sul capitano Cook, uno su Christopher Isherwood, uno sulla tratta di diamanti dal Sudafrica, e una collaborazione con l’amico Tom Stoppard per filmare “Rosencratz e Guildenstern sono morti”; negli anni successivi, non vedranno la luce un “Frankenstein” sceneggiato proprio da Isherwood per farlo interpretare da Jon Voight, e “Intervista col vampiro”, dal romanzo di Anne Rice (lo realizzerà, e molto bene, l’irlandese Neil Jordan: allievo di Boorman, assai degno del maestro). Molto più recentemente si era parlato di un “Memorie di Adriano”, dalla pietra miliare di Marguerite Yourcenar.

Lo stesso Boorman (tornato in questi mesi sul set) è stato prodigo di racconti sul suo “Signore degli Anelli”. La sua versione avrebbe avuto un tocco “rock”: secondo Pallenberg, i Beatles erano stati contattati, e si sarebbero detti disponibili, per sostenere i ruoli dei quattro Hobbit in marcia con la Compagnia dell’Anello; per il ruolo di Frodo sarebbe stato scelto Paul McCartney.


Almeno quattro, le scene forti previste dal progetto boormaniano.
Il consiglio di Elrond (il tedioso capitolo in cui elfi e nani e compagnia cantante riassumono le precedenti saghe di Arda, l’universo immaginato da Tolkien) sarebbe stato reso con una scena da teatro kabuki, nella quale i personaggi avrebbero recitata la vicenda di Sauron e dell’Unico Anello.
Frodo avrebbe poi ottenuto la facoltà di vedere attraverso lo specchio di Galadriel congiungendosi carnalmente con la regina elfica (trovata alquanto strana dato che, a parte l’eccitazione di Frodo alla presenza della moglie di Tom Bombadil, e la tensione erotica che in effetti attraversa il colloquio con Galadriel, la dimensione sessuale è del tutto estranea al romanzo tolkieniano). La bella elfa si sarebbe trovata, nella sceneggiatura boormaniana, ridotta a giocattolo sessuale. Giunti al cancello di Moria, i pellegrini avrebbero sepolto Gimli, lasciandogli la testa scoperta per colpirla e così risvegliare la sua memoria ancestrale, in modo da fargli ricordare la parola d’ordine.


Particolarmente affascinante sarebbe stato il duello tra Gandalf e Saruman, con i due stregoni impegnati in un diverbio sul modello delle lotte tra sciamani africani. Traduciamo da “Money Into Light”, libro di memorie di Boorman:

Gandalf – Saruman, io sono il serpente che sta per colpire!
Saruman – Io sono il bastone che schianta il serpente!
Gandalf – Io sono il fuoco che incenerisce il bastone!
Saruman – Io sono la pioggia che spegne il fuoco!
Gandalf – Io sono il pozzo che intrappola le acque!

Un ultimo dettaglio poetico sarebbe stata la visione d’un arcobaleno, accolta con un lamento: ha soltanto sette colori… si vede che il mondo è in declino (frase poi espunta anche da quella che sarà la sceneggiatura di “Excalibur”).

John Boorman riuscì a mettersi in contatto con John Ronald Reuel Tolkien, da sempre ostile all’idea di un film tratto dai suoi romanzi, a meno che si trattasse di un cartone animato (che sarà realizzato dopo la sua morte). Un’altra sua perplessità derivava dall’indifferenza di Boorman e Pallenberg per l’elemento cristiano alla base di tutta la sua opera. La United Artists pagò Boorman un milione di dollari per i sei mesi di lavoro su questa sceneggiatura; dopo di che, sborsò tre milioni di dollari per tenere l’esclusiva sul romanzo di Tolkien e realizzarne, nel 1976, un cartone animato rimasto incompiuto (si veda più avanti). Subito dopo, nel 1970, proprio John Boorman suo malgrado aggraverà la situazione economica della United Artists, col fiasco di “Leone l’ultimo”, grottesco apologo con protagonista Marcello Mastroianni (che sul set stringerà una grande amicizia col regista).


La carriera di Boorman sarà poi un continuo saliscendi: nel 1972 gira, tra molte difficoltà dovute alle riprese avventurose, quello che è forse il suo film più noto: “Deliverance”, in Italia “Un tranquillo weekend di paura”, discesa all’inferno di quattro borghesi una cui gita in canoa è funestata dall’ostilità dei montanari. “Deliverance” non otterrà l’Oscar al miglior film protagonista perché presentato nello stesso anno di “Il Padrino” (racconta Boorman che, visionato prima della cerimonia il film di Coppola, si rassegnò: impossibile vincere contro una tale meraviglia).
Nel 1974 “Zardoz”, curiosissima e fascinosa opera di fantascienza con Sean Connery in fuga dall’opprimente identificazione con James Bond; film intelligente e poetico, a tratti molto bello, ma anche sgangherato e farraginoso. Nel 1977 “L’esorcista II – L’eretico”, seguito del celeberrimo horror diabolico diretto da William Friedkin. A Boorman era stato offerto il capostipite, ma aveva trovato abietta l’idea centrale di “torturare” una bambina – parere non dissimile da quello del “pentito” Max von Sydow. La Warner bros. riuscì però a convincere Boorman della possibilità d’un sequel più “filosofico” del precedente; a sua volta, il regista convinse il colosso svedese a tornare nella parte del padre gesuita Merrin, promettendogli il ruolo di mago Merlino in un suo progetto successivo (promessa poi non mantenuta, in favore di Nicol Williamson – il quale, curiosità, avrà un ruolo in “L’esorcista III”). “L’esorcista II – L’eretico” ha tanti elementi a suo favore: un cast notevole, con Richard Burton protagonista, le musiche di Ennio Morricone, e alcune scene bellissime – su tutte, lo splendido flashback con Merrin che combatte il demone Pazuzu nelle grotte africane, e il pianosequenza a volo di cavalletta. Ma realizzare un horror ispirandosi a Teilhard de Chardin (pensatore complessissimo, che non credeva all’esistenza del Male) è una follia, e la sceneggiatura del fido Pallenberg gira quasi sempre a vuoto. Sia il pubblico che la critica infierirono (e Friedkin a distanza di decenni ancora insulta Boorman).
Nel 1981 il cerchio si chiude con “Excalibur” – si veda più avanti.

Nei dodici anni fra la sceneggiatura tolkieniana di Boorman e il suo film arturiano, il “Signore degli Anelli” è stato comunque portato al cinema.
Il cartone animato di Ralph Bakshi (regista ebreo e hippy dalla carriera interessante se vista nel suo complesso, ma priva di singoli episodi rimarchevoli – il noto “Fritz il gatto” è parecchio brutto, e “Fuga dal mondo dei sogni” è una scommessa avvincente ma persa), è un piccolo gioiello, affascinante e sottovalutato; soprattutto, è incompleto – arriva quasi alla metà dell’Anello. Sconta molto la legnosità della tecnica d’animazione, ma (a parte il Balrog un po’ patetico) ha un’atmosfera genuinamente ancestrale, un fascino visivo molto prossimo alle illustrazioni di Alan Lee – le immagini più vicine alle idee di Tolkien.

Ci si può rammaricare che il “Signore degli Anelli” di Boorman non sia stato fatto? No, perché grazie a questo accantonamento, il grande regista ha potuto realizzare “Excalibur” (tenendo buoni spunti e idee del lavoro di scrittura di dodici anni prima).


Girato nei paesaggi irlandesi che avrebbero dovuto ospitare l’Anello, “Excalibur” è un riassunto di grande intelligenza del ciclo arturiano, scandito da vari passaggi delle opere di Richard Wagner e dai “Carmina Burana” di Carl Orff (è stato forse proprio questo film a cominciarne l’utilizzo, ormai stucchevole, per le scene enfatiche); una sequela formidabile d’immagini bellissime e scene meravigliose (la mano della Dama del Lago che emerge dalle acque, la cavalcata tra i ciliegi con le note di “O Fortuna”, il duello finale…), eccesso ricercato (i cavalieri non tolgono mai le armature, giusto per rendere sfavillante ogni scena, e il sole che incombe sulla battaglia finale è troppo grande) decorativismo anche kitsch (gli orrendi draghi di plastica, la grotta arcobaleno di Merlino). Difetta nella caratterizzazione dei personaggi e nelle interpretazioni degli attori (tutti poi cresciuti bene), schiacciati dal portentoso Merlino di Nicol Williamson (“un sogno per alcuni… un incubo per altri”), ma è un film bellissimo e unico.

Ci si può rammaricare che il “Signore degli Anelli” di Boorman non sia stato fatto? Sì, perché la lacuna è stata colmata, una trentina d’anni dopo, con un mediocre kolossal hollywoodiano.
Il “Signore degli Anelli” diretto da Peter Jackson (non autore, ma regista d’una operazione collettiva pianificata a tavolino) è “grande” soltanto perché grosso.


Non ha la profondità che Tolkien, quando non divaga per centinaia di pagine inerti fra descrizioni peggio che superflue e genealogie col solo scopo di esibire le sue competenze filologiche e glottologiche, riesce ad avere; né la cultura di Boorman. Jackson è un “nerd” (quei ragazzotti tutti fumetti e saghe fantasy) interessato soltanto alla superficie. Infatti il “Signore degli Anelli” che ha invaso per tre anni le sale cinematografiche di mezzo mondo e che ha venduto vagonate di dvd è tutto esteriorità, e nemmeno tanto bella: un guscio vuoto, senza fascino, una enormità computerizzata. Non ci sono i riferimenti pittorici (come nota Mereghetti: dall’arte bizantina ai Preraffaelliti) con i quali Boorman arricchisce le sue immagini, né quelli letterari; c’è soltanto prosa, gli eventi si susseguono aritmeticamente, sono mera cronaca (dov’è il bonario e inquietante Tom Bombadil? dove sono le poesie che spesso interrompono il romanzo?), fra musiche stereotipate e attori immobili (si salvano solo la fulgida Cate Blanchett e gli anziani: McKellen, Holm e la buonanima di Christopher Lee, che bontà sua ogni anno buttava ore della sua vita a rileggersi le mille pagine di questa sbobba).

Anche Hollywood ha fatto cultura. L’indomito John Boorman, cineasta particolarissimo, è stato fra gli autori che con i suoi film (compiuti o no) ha portato al pubblico una visione del mondo, un microcosmo ideale. Non ha filmato il suo “Signore degli Anelli”, ma è come se lo avesse realizzato: perché di quell’esperienza continua a diffondere idee, visioni, parole, suggestioni e sogni.