La pace si fa con il nemico e, dopo le armi, tocca sempre alla politica chiudere o aprire una fase nuova. È il caso dell’Irlanda del Nord, l’Ulster degli unionisti, un paese straziato da una guerra infinita. Un lunghissimo calvario di sangue, morti, distruzioni durato sino al 13 ottobre 2006, quando a St. Andrews in Scozia Tony Blair, allora primo ministro britannico e uomo intelligente, convinse cattolici e protestanti a deporre infine le armi e tentare d’impostare le basi per un governo interconfessionale e rappresentativo. La conferenza (tre giorni di durissime trattative) ebbe anche un fuoriprogramma imprevisto ma determinante. Il reverendo Ian Pasley (capofila degli ultrà protestanti) dovette tornare a Belfast e Blair approfittò per mettere sulla stessa macchina e sull’aereo anche il suo acerrimo nemico, Martin McGuiness (scomparso lo scorso 7 gennaio), il capo dell’IRA, l’esercito repubblicano sconfitto ma ancora non rassegnato.
Da qui prende spunto “Il viaggio”, un film bello, intelligente e, soprattutto, vero. Per lunghe, interminabili ore i due irriducibili avversari viaggiarono fianco a fianco e, obtorto collo, iniziarono (sempre spiati da una telecamera nascosta dal MI5, il servizio segreto britannico) a discutere sulle sorti future del loro piccolo paese. Quel frammento d’Europa incastonato tra la Britannia e l’Atlantico.
Grazie a due ottimi attori (Col Meaney e Thimothy Spall), la pellicola rende ottimamente il ritmo serrato del confronto — un susseguirsi di attacchi, finte, mediazioni, ricordi, rancori, velleità, battute al vetriolo e ancora mediazioni — e restituisce alla grande politica tutta la sua dignità. Poi, al termine del tribolato viaggio, finalmente una stretta di mano tra i due irriducibili. La pace.
Paisley e McGuiness governarono assieme per anni l’Ulster. Come ricorderà Paisley, il loro strano viaggio non solo ha salvato molte vite, ma le ha rese migliori. Non fu cosa da poco.