Vadim Bakatin nasce nella Siberia meridionale nel 1937; dopo la laurea a Novosibirsk, lavora da ingegnere, e nel 1964 comincia una carriera politica che lo porta nel 1986 a far parte del Comitato Centrale del PCUS e nel 1988 alla carica di Ministro degli Affari Interni. Nel 1991 Gorbaciov, furioso per il tentativo di golpe in agosto, gli riserva un compito particolarmente ingrato: smantellare il KGB, che ritiene responsabile dell’accaduto. Incarico che Bakatin svolge nel giro d’un paio di mesi: il 22 ottobre ’91 è emesso il decreto che scioglie il Comitato per la Sicurezza dello Stato, le cui attività cessano del tutto il 3 dicembre. Avendo cominciato negoziazioni con i servizi britannici e con R.S. Strauss, ambasciatore USA in Russia, Bakatin sarà travolto dalle accuse di tradimento.

Intelligente, colto, al contempo romantico e disincantato, a oltre vent’anni dalla fine della sua carriera politica (l’edizione moscovita è del 2015), Bakatin propone un memoriale che oltre a essere una bella autobiografia, è un prezioso documento storiografico, lontano dalle versioni ufficiali e ufficiose della caduta dell’URSS.

Deluso da Gorbaciov (che nel libro ridicolizza politicamente, ma rispetta umanamente) e orripilato da Eltsin (per il quale non ha mai lo stesso riguardo, non avendone a sua volta mai ricevuto dal trionfatore del golpe e predecessore di Putin), pur rassegnato a un destino da perdente di successo (nel giugno ’91 era arrivato sesto e ultimo alle elezioni presidenziali – le prime libere nella Russia sovietica – in cui il candidato del PCUS, Ryzkhov, fu sconfitto per 57% a 17% da Eltsin) e al ruolo di pedina mossa dall’altrui volontà, come L’Appeso dei tarocchi (ciò non solo quando beve l’amaro calice dell’assegnazione al KGB: in tutta la sua carriera sembra essere sospinto, addirittura trascinato da altri), rifiuta però di passare per traditore della sua Patria, cui per tutto il libro dichiara un affetto smisurato.

Si raffigura in atteggiamento quasi da gesuita, perinde ac cadaver, gettato in quella che nel titolo del capitolo XI definisce “la trappola”; ma è allora che la sua volontà e il suo amor proprio sussultano, e la citazione in epigrafe proprio a tale capitolo riassume la sua volontà rivendicatoria:

Poiché le calunnie contro di me erano diffuse da penne vendute, contrapposi loro il disprezzo (Jean-Paul Marat).

Nella nota introduttiva (La meteora del KGB), i curatori dell’edizione AGA propongono un parallelo: fra Badoglio e i suoi collaboratori, che dopo il disastro post-25 luglio e 8 settembre 1943 proposero delle versioni auto-scagionanti, e quei burocrati russi che, incastrati tra i “conservatori” (non nell’accezione tradizionale, destrorsa del termine) del sistema sovietico e i riformatori, dopo il fallito golpe furono bersaglio di entrambe le fazioni. Colpevole di troppa moderazione, ma comunque non un ignàvo, Bakatin spicca nel coro degli auto-scagionatori, per lucidità e acume (col senno di poi) d’analisi politica (e umana) e lettura dei fatti (e dei personaggi).

Vadim Bakatin

La strada nel passato

Edizioni AGA, Milano 2018

pp. 410 (+ ill. fuori testo), euro 18,00