I recenti avvenimenti di Roma, Treviso, Livorno e di tante altre località in cui i cittadini hanno protestato contro le imposizioni prefettizie di insediamenti di immigrati clandestini anche in condomini privati, hanno fatto emergere con evidenza il ruolo dei prefetti i quali hanno deciso senza tener conto della volontà dei cittadini, delle comunità locali e degli stessi sindaci. Se a ciò aggiungiamo le decisioni prefettizie di sospensione dalla carica in base alla famosa e discussa legge “Severino” di sindaci regolarmente eletti (sintomatico è il caso di quello di Marina di Pietrasanta) e, al contrario, della dilazione attuata – nonostante le evidenze giudiziarie d’inquinamenti criminali e corruttivi – dal prefetto di Roma Gabrielli nei confronti del sindaco Marino che viene lasciato al suo posto nonostante le dimissioni e gli arresti dei suoi assessori o consiglieri comunali, il ruolo dei prefetti che fino a qualche mese fa era solo quello di mero controllo giuridico degli atti appare nuovamente centrale nella vita politica ed amministrativa italiana. Tanto centrale da usare l’uso della forza poliziesca contro i manifestanti e da fare in continuazione dichiarazioni e prese di posizione politiche, come il succitato prefetto di Roma.

Ci sembra, allora, di essere tornati ai tempi del ministro degli interni Mario Scelba o, ancor più lontano, a quelli di Giovanni Giolitti quando i prefetti erano gli esecutori della politica governativa ed anche gli attenti manipolatori dell’opinione pubblica e dei rappresentanti politici locali per creare consenso, o comunque evitare ostilità, nei confronti del governo. Insomma, le autonomie locali tanto esaltate negli ultimi decenni e potenziate con la creazione delle Regioni con i loro Statuti e l’elezione diretta dei Sindaci, tornano nei casi sopradescritti ad essere sottomessi alle deliberazioni senza consultazioni e senza appelli dei prefetti di nomina governativa. E’ forse sintomatico il fatto che al ministero degli interni ci sia un siciliano, Angelino Alfano, la cui città natale di Agrigento non è molto distante da Caltagirone, città natale di Scelba ed è a lui accomunato dalla comune militanza democristiana.

Riteniamo che questa sia una china pericolosa verso un “centralismo democratico”, per dirla con un’espressione del vecchio Partito Comunista: ed è un altro segnale di come Renzi, sentendosi probabilmente forte degli appoggi dei “poteri forti” interni ed internazionali, prosegua indisturbato nella sua strada di eliminazione di qualsiasi “corpo intermedio” che possa creargli ostacoli. Sta facendo una riforma costituzionale ed una riforma elettorale che gli assicurerà – se vince – un potere governativo indisturbato; ignora sindacati ed associazioni imprenditoriali; centralizza il sistema bancario e finanziario colpendo le banche popolari, le banche di credito cooperativo, i fondi pensione di categoria; intende controllare la Rai con un suo amministratore delegato; ha nominato presidente dell’Inps un uomo del clan “De Benedetti” per fargli smantellare il sistema di previdenza sociale pubblica ed impoverire ulteriormente il ceto medio dei pensionati con decenni di attività lavorativa alla spalle; accentra i poteri decisionali ed amministrativi degli istituti scolatici nei presidi, certamente nominati anch’essi dal ministero. E, adesso, fa agire i suoi “prefetti” ignorando le volontà dei presidenti delle regioni, dei sindaci, delle comunità locali le quali, se protestano, trovano i manganelli della polizia.

Tra poco, forse, rivedremo nelle piazze i “caroselli” della Celere delle nostre esperienze giovanili! Dinanzi a tutto ciò, cosa dicono i “democratici” di ogni partito, che quando governava Berlusconi erano pronti ad organizzare manifestazioni di protesta ogni mese? Per dirla con le loro parole, “se non ora, quando” bisognerà far cadere questo governo che sta eliminando il ruolo di qualsiasi autonomia, politica, amministrativa, organizzativa, sociale?