FdI celebra il suo secondo congresso nazionale a Trieste. Ho simpatia e stima per la Meloni. È una donna intelligente e caparbia. E Trieste — una città orgogliosamente italiana “per scelta di civiltà” — può essere l’occasione per lanciare un messaggio forte e un pensiero lungo.

Tutto bene. No. Dopo cinque anni di attività il progetto del partito rimane ancora incompleto, debole. Ho letto le tesi congressuali e, francamente, non mi entusiasmano. Un peccato: dall’Ottocento ad oggi, i documenti dei partiti  — d’ogni segno e orientamento —  rappresentano il “biglietto da visita” di una forza politica. Sono carte e pensieri che tracciano un segno e diventano memoria, oggetto di studio e ricerca. Diventano storia e fanno la “differenza” tra un coagulo episodico, un espediente elettoralistico e una realtà seria, duratura. Da questo punto di vista l’assise giuliana è un’occasione mancata.

Qualche esempio. Al netto delle citazioni più o meno dotte, nei documenti proposti da FdI non ho scorto nessuna lettura organica, innovativa sulle sfide del futuro. Con incomprensibile frettolosità si sorvola sul mutamento epocale oggi in atto, quella sconvolgente rivoluzione tecnologica che ovunque distrugge il “vecchio” e ricompone  gli equilibri sociali e culturali del pianeta, ridisegnando un “mondo nuovo” e, per molti aspetti, inquietante. Al tempo stesso questo sisma  — l’età del caos, riprendendo una definizione di Rampini — s’intreccia con il fallimento della globalizzazione e pone, dato centrale, le basi di una rinnovata idea di Nazione e Stato. Un corto circuito culturale che archivia definitivamente le “profezie” di Fukuyama. Si torna, piaccia o meno, al pensiero di Vico. I corsi e i ricorsi. Le età del “senso”, della “ragione”, della “fantasia”. E ancora. Assistiamo al riaccendersi della vecchia disfida tra Hegel e Kant, la “questione nazionale” contro “l’illumismo giudiziario”. Uno scenario affascinante quanto impegnativo su ogni componente politica seria deve (dovrebbe) confrontarsi.

Poi la visione internazionale. Dalle carte traspare una visione angusta e terribilmente sintetica dei panorami. Peccato. Un partito che si candida al governo dell’Italia — per quanto scassato sia il Patrio Stivale conserva ancora un peso economico rilevante e una posizione geopolitica centrale   —  non può liquidare in poche righe l’equivoco della NATO, la tragedia dell’Africa o la questione dell’Islam. E poi, il Mediterraneo. Domandina banale: perchè non chiedere a Gian Micalesin, a Fausto Biloslavo, a Franco Cardini, a Pietrangelo Buttafuoco un’opinione, un contributo per tracciare un profilo più articolato e meno frettoloso? E, magari, invitare a Trieste un rappresentante del popolo curdo, un deputato egiziano, un giornalista siriano o libanese e (soprattutto) un testimone delle chiese d’Oriente.

Un altro punto dolente. Ad intermittenza emerge da parte di una frazione del gruppo dirigente di FdI un meridionalismo di vecchio stampo, zeppo di tesi obsolete, superate. Sembra che per alcuni il Friuli, il Veneto, la Lombardia, il Piemonte e la Liguria debbano il loro relativo benessere allo “sfruttamento coloniale” del Meridione. Una narrazione che potrà consolare i neo borbonici e papalini, ma è storicamente insostenibile e politicamente sbagliata. Bastava leggere (almeno)  Gioacchino Volpe, Rosario Romeo, Giorgio Rumi, Eugenio Di Rienzo.

Messaggi confusi che di certo non aiutano la difficile battaglia della destra nell’Italia settentrionale.  Purtroppo sopra il Po, con l’eccezione del Friuli Venezia Giulia, della Liguria e di una parte del Piemonte, FdI rimane — nonostante lo sforzo di quadri generosi — una forza marginale. Scarseggiano i collegamenti con i blocchi sociali di riferimento e FdI è avvertito (a torto o ragione) come un fenomeno residuale della vecchia AN. Poi lo sbaglio sul referendum. La consultazione sull’autonomia, come ben avevano compreso Viviana Beccalossi, Raffaele Zanon e Andrea Tremaglia, è stato un punto di svolta. Il compito della destra politica doveva essere (ed è) conciliare ciò che fino a qualche tempo fa appariva inconciliabile: sovranità nazionale e federalismo, l’appartenza nazionale con le autonomie locali. Il “glocalismo” anticipato da Alain de Benoist e Marco Tarchi, il “federalismo costruttivo” di Tatarella. La Meloni è critica sull’argomento ma tra pochi mesi dovrà sottoscrivere il programma di Maroni. Autonomia compresa. L’arrivo della Santachè in FdI (e la sua probabile candidatura) non compenserà lo spostamento di elettori ex AN verso Salvini e Berlusconi.

Un’ultima annotazione. A Trieste, caso unico nella storia dei congressi della destra italiana, non sarà presente alcuna delegazione straniera. A nostro avviso, anche in vista delle elezioni europee, un errore di prospettiva. Marine Le Pen, dopo aver ottenuto il voto di un francese su tre, affronta ora un passaggio difficile: la trasformazione del FN in un’altra “cosa”. La transizione sarà travagliata e per nulla indolore. In ogni caso è un rapporto da osservare e studiare. L’AFD in Germania è un’ipotesi troppo giovane per offrire modelli ed esempi, ma va seguita con attenzione. Più interessanti sono, al momento, i patrioti fiamminghi e l’FPO austriaco. In ambedue i casi i nazionalisti sono al governo e, oggi, condizionano le politiche nazionali. Sommiamo poi l’Ungheria, la Polonia, la Cechia, la Slovacchia e (perchè no?) la Russia putiniana e abbiamo un quadro interessante.Da Anversa  a Mosca si estende una linea di rottura con l’Eurolager. L’Europa sta cambiando volto. Velocemente. Rinchiudersi in una logica tutta “interna” non paga (e le porte del PPE sono chiuse).

Al netto delle nostre critiche (costruttive), speriamo che la destra italiana riesca ad elaborare finalmente una sintesi originale ed innovativa che sappia, in una cornice governista, unire il “sovranismo delle identità” al “sovranismo dei bisogni”. Trieste può essere un punto di partenza. Ciao Giorgia e buon lavoro.