Ecco a voi una piccola guida (tutta malgieriana…) tra gli scaffali delle librerie per un periodo natalizio da passare all’insegna della lettura.

DOMENICO FISICHELLA, Il Risorgimento tra “virtù” e “fortuna”, pp. 240, € 10

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La complessa vicenda risorgimentale viene rivisitata da Domenico Fisichella, uno dei maggiori politologi italiani e storico delle idee, in tutti gli aspetti anche quelli più problematici e “nascosti” con l’intento, prodigiosamente riuscito, di fornire al lettore una visione globale dell’evento che ha portato alla costruzione dello Stato nazionale. In questo libro, nel quale il travaglio storico si coniuga con quello culturale e le passioni si sposano alle speranze, l’autore si pone il problema, quasi mai affrontato, del percorso del processo istituzionale e politico in un quadro europeo. Dunque, Fisichella, lungi dallo scansare, come molti storici sono usi fare, il contesto continentale nel quale il Risorgimento si situa, documenta proprio in rapporto a quanto accadeva nelle altre nazioni in via di formazione o di smembramento, l’avventura storica sabauda fino alla edificazione di un edificio costruito con le categorie machiavelliane della virtù e della fortuna. È questo un approccio assolutamente rilevante alla comprensione di tutta la vicenda descritta in ogni singolo aspetto che si nutre di una certezza, quella che Fisichella rivela alla fine dell’intenso saggio: “Di per sé, la nazione non è un assoluto, poiché nella storia nulla è tale. Tutto ciò che ha nascimento ha anche una fine. Però le nazioni ancora esistono, e non mostrano di voler togliere il disturbo. Uno Stato nazionale unito, forte, dignitoso, può competere e può collaborare con le altre nazioni, in Europa e fuori”. Un auspicio quanto mai realistico.

LUIGI IANNONE, Roger Scruton, Fergen, pp. 122, € 10

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Un saggio agile, asciutto, essenziale, come i volumi della collana “Profili” in cui appare, di uno studioso di Roger Scruton al quale ha dedicato un libro-intervista. È un’ottima introduzione del pensatore britannico, definito, anni fa, dalla rivista New Yorker come “il più influente filosofo al mondo”. In realtà è molte cose, come l’autore, ci spiega: musicologo e musicista, agricoltore, narratore, raffinato intenditore di vini, ma soprattutto un grande pensatore conservatore che s’interroga sui  destini della modernità ed in particolare su quelli dell’Occidente. Scruton vede accrescere la sua fama negli ultimi anni per il suo “conservatorismo dinamico”, come è stato definito, dimostrando di essere uno studioso (e polemista) reattivo, proiettato verso l’avvenire senza rinnegare il passato e fondando il rinnovamento sulla tradizione. Iannone, con pennellate degne di uno scrittore di vaglia, contribuisce a dare sostanza alla comprensione del “cammino” filosofico-politico di Scruton nella prospettiva di accendere maggiormente l’interesse attorno alla sua opera che offre un’interpretazione originale tra le macerie della destra europea incapace di darsi un’anima e dunque una direzione.

ADA FICHERA, Mario Carli, Fergen, pp. 113, € 10

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Mario Carli, giornalista e scrittore ingiustamente dimenticato, è uno degli intellettuali più affascinanti ed intriganti del primo Novecento. Fu molte cose e, se il tempo glielo avesse concesso, in tante altre si sarebbe cimentato. Fu futurista, rivoluzionario, combattente, ardito, poeta, romanziere, fondatore e direttore di giornali e riviste. Il quotidiano L’Impero fu quello a cui legò la sua fama. Sulle pagine del giornale, “eretico” come lo era Carli, si svilupparono dibattiti politici e culturali di grande respiro. Amante delle eresie diede il meglio come narratore in alcune opere improntate sia alla sua esperienza bellica che all’estetismo, post-dannunziano del quale rimane come insuperato esempio Notti filtrate, mentre tra i saggi politici il più interessante è certamente Fascismo intransigente. Prese parte all’impresa fiumana con D’Annunzio, ma fu anche una sorta di antesignano del nazional-bolscevismo. Ada Fichera, ne tratteggia un profilo essenziale, ma esaustivo. Con grande finezza passa in rassegna le fasi salienti della sua vita di intellettuale e di uomo d’azione. E ne ricostruisce la controversa e complessa figura che, senza retorica, può essere considerata epica ed eroica. Un personaggio che, leggendo questa biografia, non lascia indifferenti.

MARIO APPELIUS, Cannoni e ciliegi in fiore, Idrovolante edizioni, pp. 307, € 22

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Mario Appelius è ingiustamente passato alla storia come il giornalista radiofonico che durante la Seconda guerra mondiale terminava i suoi commenti con la frase: “Dio stramaledica gli inglesi”. In realtà la sua fama, oscurata nel dopoguerra, era legata ai grandi reportages giornalistici che ne fecero l’inviato più famoso degli anni Trenta, rivaleggiando soltanto con Luigi Barzini senior. Dal lavoro giornalistico che lo portò a girare, in maniera piuttosto avventurosa tutto il mondo, vennero fuori anche dei libri che a rileggerli oggi si ha come l’impressione di fare l’ingresso in un altro mondo. Un mondo tutt’altro che disprezzabile. Questo Cannoni e ciliegi in fiore, ottimamente curato da Cristina Di Giorgi, che vi premette un’illuminante nota, è una dettagliata descrizione, condita da accenti di puro lirismo, del Giappone, della sua cultura, dei suoi usi e costumi, delle sue tradizioni. Pubblicato per la prima volta nel 1941, introduce l’occidentale in una dimensione sconosciuta, ma assolutamente affascinante esercitando sul lettore un’attrazione che non si spegne neppure dopo aver girato l’ultima pagina. “Il Giappone – si legge – vi offre innumerevoli elementi e soggetti di sublimità. Il Giappone può essere visto tragicamente, liricamente, filosoficamente, buffonescamente restando sempre nel vero”. Per quanto sia cambiato, l’anima del Giappone non è difficile ritrovarla nei simboli e nei riferimenti che stupirono Appelius come i suoi lettori di settantasette anni fa. Un libro godibile e bello. Almeno quanto  Da mozzo a scrittore e La grande muraglia, ed entrambi riproposti da Oaks edizioni di recente a dimostrazione di una “riscoperta” tutt’altro che occasionale.

MASSIMO FINI, Confesso che ho vissuto, Marsilio, pp. 551, € 22

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Marsilio raccoglie – come già aveva fatto in passato con La modernità di un antimoderno. Tutto il pensiero di un ribelle – alcuni dei saggi di Massimo Fini in un unico volume. Se con il precedente aveva ripubblicato quelli più di spessore storico, filosofico e giornalistico, con questo mette insieme quelli che potremmo definire “privati” e “personali” che, leggendoli in sequenza, formano una sorta di autobiografia intima collimante tuttavia con il personaggio pubblico, autore di saggi ponderosi (penso alla splendida biografia di Nietzsche), polemista di raffinata qualità, reporter colto. L’esistenza inquieta di Fini è condensata nei tre volumi, uno più bello e coinvolgente dell’altro: Di[zion]ario erotico. Manuale contro la donna a favore della femmina, Ragazzo. Storia di una vecchiaia, Una vita. Un libro per tutti. O per nessuno. Questa trilogia riassume l’esistenza di Fini, ma sullo sfondo c’è non soltanto la sua inquietudine, ma anche la nostra, quella del nostro tempo, di un’epoca sostanzialmente miserabile contro la quale l’autore non è mai indulgente. Invece una sottile malinconia attraversa il racconto della sua vita con la consapevolezza che il tempo si è fatto breve. Ma quel che resta, Fini lo vivrà come sempre spavaldamente, sfidando la cecità che avanza e le incomprensioni che suscitano gli scritti che la sua straordinaria intelligenza gli detta. Lunga vita. E ad majora.

ALEKSANDR SOLZENICYN, Nel primo cerchio, Voland, pp. 949, € 26

È stato l’anno di Aleksandr Solzenicyn, ma quasi nessuno se n’è accorto. Ne scrivemmo mesi fa. Fu uno dei pochissimi contributi al ricordo di uno dei più grandi scrittori del secolo scorso. Cento anni dalla nascita e dieci dalla morte avrebbero dovuto suscitare interesse in editori, giornali, siti web, intellettuali.  Tutti ammutoliti. Distratti. Incapaci di generosità. Arcipelago Gulag è un reperto che non si porta più. Come la sofferenza dei prigionieri, dei morti e dei sopravvissuti del comunismo che si fece Stato e carcere. Non tutte le anime vennero travolte. Solzenicyn affrontò il suo calvario con la forza della fede e dell’intelligenza.

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Pose la sua capacità narrativa al servizio della verità. Si inimicò il suo Paese. Venne esiliato. Le anime belle d’Occidente che flirtavano con i residui dello stalinismo, si compiacquero della “liberalità” del breznevismo. Meglio straniero che morto. O viceversa? Comunque l’occasione dell’anniversario sarebbe stata opportuna per una rimessa a posto di una vicenda che non riguardava un solo uomo. A rimediare alla dimenticanza s’è data da fare una piccola, raffinata, prestigiosa e coraggiosa editrice, Voland, che ha pubblicato addirittura l’edizione integrale di uno dei romanzi più belli di Solzenicyn, forse il più bello in assoluto (l’Arcipelago è un’altra cosa…): Nel primo cerchio. A mezzo secolo di distanza dalla prima parziale edizione italiana, il libro è il preludio della descrizione del Gulag. L’azione si svolge in tre giorni a cavallo del Natale 1949, in una prigione alle porte di Mosca dove alcuni scienziati sono detenuti per crimini politici. Viene fuori dalle atmosfere, dai ricordi, dai dialoghi dei personaggi un affresco dell’universo concentrazionario sovietico e della vita di una nazione. Una lettura terribile ed edificante. Spiritualmente alta e coinvolgente al punto di chiedersi cosa ne è stato dell’uomo? Una vertigine, come solo la prosa di Solzenicyn ha saputo “costruire” raccontando la “vita senza menzogna”. Un regalo postumo dall’Italia che quando apparve Arcipelago Gulag fornì al sovietismo l’appoggio di intellettuali e politici che non hanno fatto in tempo a vergognarsi.

LUIGI NEGRI, La sfida. Un viaggio della fede da Giussani a Ratzinger, prefazione di Roberto de Mattei, Lindau, pp. 177, € 16,50 

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Dialogando con Giampiero Beltotto, monsignor Luigi Negri, vescovo emerito di Ferrara, trogolo, saggista ed allievo di don Luigi Giussani, focalizza con questo libro i temi drammatici che scuotono la Chiesa. Con la chiarezza e la semplicità che tanti cattolici hanno avuto modo di apprezzare in questo colto e coraggioso, fedele alla Chiesa di Roma ed alle gerarchie, ma sincero fino al dolore nel denunciare i “guasti” prodotti tra i credenti dal “fumo di Satana”, si avventura nella descrizione di una decadenza che coincide con le sue esperienze intellettuali e religiose maturate nella società italiana almeno dal Sessantotto ai nostri giorni. Nel decennio post-contestazione, afferma, si è consumato il delitto più grave: un pensiero non cristiano stava occupando la Chiesa e pretendeva di essere il motivo interpretativo della fede. Questa tragedia è ancora imminente perché quel pensiero anticristiano potrebbe diventare perfino maggioritario, ma non sarà mai il pensiero della Chiesa, perché resterà sempre un piccolo residuo del popolo di Dio saldamente ancorato alla fede”. Si capisce qual è il filo conduttore della riflessione di monsignor Livi, del quale Roberto de Mattei scrive che chi vorrà conoscere la sua figura – assolutamente di primo piano, mi permetto di aggiungere – “trarrà profitto dalla lettura di questo libro”. Un libro che svela i pericoli insiti nella Chiesa e le minacce che incombono sui cristiani.

CHRISTOPHER ROSS, La spada di Mishima, Lindau, pp. 300, € 24

Alcuni scrittori nascono «postumi». È il caso di Yukio Mishima. Con il passare del tempo la comprensione del suo pensiero e la sua fama sono cresciute a dismisura. Dei quarantesei volumi della sua opera, quasi tutti sono stati tradotti in Occidente. Qualche anno fa Mondadori pubblicò i suoi romanzi più significativi, consacrandolo anche in Italia come uno degli scrittori più importanti del Ventesimo secolo; tra gli stranieri è uno dei più letti dal pubblico italiano e le sue opere continuano ad essere ripubblicate a getto continuo. Tra romanzo, saggio e memoria è il libro di Christopher Ross, La spada di Mishima che ricostruisce attraverso un personalissimo e originale viaggio nel Giappone moderno, la vicenda di Mishima legata alla perdita della spada che utilizzò per il suo gesto estremo.

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Un libro affascinante e, a tratti, tormentato, enigmatico e non privo di fascino, che testimonia a distanza di tempo come l’impronta mishimiana sulla letteratura e sulle idee contemporanee è vivissima e anzi addirittura ingigantita dal passare del tempo. Sullo sfondo, comunque, quando si ha a che fare con Mishima resta il suo ultimo atto, compiuto il 25 novembre 1970, quasi un capolavoro letterario prima che esistenziale e perfino politico: lo spettacolare seppuku al Quartier generale dell’Agenzia di Difesa giapponese con il quale intese richiamare il suo Paese alle devastazioni della decadenza dovuta allo smarrimento delle tradizioni, al senso profondo di una visione della vita che i suoi connazionali stavano smarrendo. Maria Teresa Orsi, nell’introduzione al volume dei Meridiani afferma senza imbarazzo che Mishima «rappresenta la tradizione giapponese più autentica». Ma nello stesso tempo riconosce che è anche lo scrittore più moderno del suo paese che, tra l’altro, prima che apparisse la stella di Oe Kenzaburo, ha saputo conciliare la sua anima orientale con l’assimilazione della cultura occidentale, «fino a farne parte integrante del proprio messaggio poetico».

AUGUSTO DEL NOCE- UGO SPIRITO, Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?, Aragno, pp. 259, € 20

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L’interrogativo che si ponevano negli anni Settanta due tra i più grandi filosofi del secolo scorso, Augusto Del Noce e Ugo Spirito, è sorprendentemente attuale. Cinquant’anni dopo il Sessantotto, la contestazione e la crisi esistenziale, morale, culturale e civile che da essa scaturì sono al centro di questo volume che non ha perso niente della sua freschezza. Secondo Spirito l’invasività della tecnica è come se avesse tolto l’anima alle società riducendo l’uomo ad un automa. L’affermasi, poi dello spirito scientifico ha travolto le stesse ideologie: una diagnosi che formulata all’epoca poteva apparire azzardata, ma della quale oggi avvertiamo tutta la dirompente carica di sovversione dei valori tradizionali. Il cui rifiuto, aggiunge Del Noce, ha provocato la crisi della civiltà contemporanea contro cui il mito della scienza, o sarebbe meglio dire dello scientismo, si è scagliato con una violenza imprevedibile. Il dibattito tra Del Noce e Spirito è uno dei documenti più  interessanti che si siano sviluppati nella seconda metà del Novecento e ci aiutano a comprendere le derive nichiliste attuali. Un libro da leggere e da meditare.

OSWALD SPENGLER, Anni della decisione, Oaks editrice, pp.252, €12

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Nel 1933 Oswald Spengler scrisse Jahre der Entscheidung, (Anni della decisione), accolto malissimo negli ambienti nazionalsocialisti, ma – e non è un caso – esaltato in Italia da Benito Mussolini che rimase colpito dalla nitidezza dell’analisi e dalle prospettive che in esso il pensatore tedesco intravedeva. È il libro più politico di Spengler nel quale la critica al liberalismo si accompagna alla critica spietata al razzismo biologico e all’antisemitismo, che contribuì a consolidare la sua fama, mentre gli procurò altri nemici. In tre mesi furono vendute centomila copie del volume, ma ciò non impedì che da alcuni ambienti nazisti si levassero contro Spengler accuse assai vili e pretestuose per alcune allusioni sulla recente presa di potere di Hitler. Alle infamanti menzogne propagandistiche diffuse in patria dai nazisti, Spengler non replicò. I suoi pensieri navigavano verso mondi lontani, distanti dalle contingenze, in un estuario post-politico. Erano volti alla preistoria, alla riscoperta della tradizione primordiale dell’uomo europeo per il quale ed intorno al quale avrebbe voluto elaborare una compiuta filosofia. Le Urfragen, il lascito (Nachlass) raccolto dall’amico Anton Koktanek, rivelano tale intenzione. E intanto, in Anni della decisione, ammoniva sul tempo nuovo che sarebbe venuto, sull’”èra fatale” che si stava preparando: la rivoluzione mondiale bianca, la rivoluzione mondiale di colore, l’avvento dei “nuovi Cesari”, il tutto “nutrito” dagli “ideali deboli”, vale a dire l’ideologia e la religione delle lacrime. Un testo di grande forza evocativa e di straordinaria analisi interpretativa che non poteva piacere a piccoli propagandisti spacciatisi per “filosofi” come Alfred Baumler. Un libro indispensabile per comprendere l’opposizione conservatrice al nazionalsocialismo.