Attenzione mi diceva tempo fa un familiare vedrai che prima o poi Giuseppe Conte sarà messo “fuorigioco” dai suoi stessi “amici”. Dalle ultime notizie sembra proprio così, soprattutto dopo le dichiarazioni di quel “bullo” fiorentino, ma non solo. Vuoi vedere che “Giuseppi”, cade proprio sull’ultimo Dpcm, sullo scontro con la Chiesa, con i Vescovi, nonostante la presunta ”opa” del Santo Padre?

Tra i commenti che ho letto sulla questione della celebrazione della messa è abbastanza singolare quello di Domenico Airoma apparso sul sito ufficiale di Alleanza Cattolica. Il magistrato napoletano, ironizzando sull’ennesima trovata del premier Conte, scrive: «sì» alle Messe aperte al pubblico, purché vi sia il morto. Sembra uno scherzo, un gioco tragico. Il problema è che è macabro davvero, e non solo per la presenza della bara». (Domenico Airoma, Tressette col morto, 29.4.2020, alleanzacattolica.org).

Sostanzialmente Airoma tralasciando l’aspetto giuridico, a quello ci sta pensando il ricorso al Tar del Lazio del Centro Studi “Rosario Livatino”, si occupa di argomentare sull’impossibilità dell’applicazione della legge insensata e ridicola in questione. Intanto non si comprende come gli “esperti” abbiano partorito una tale irragionevole legge. Chiediamoci quale sia la differenza col morto e senza il morto.

«E qualcuno è seriamente convinto – scrive Airoma – che un carabiniere possa presentarsi al cospetto dei familiari del trapassato intimando al sedicesimo partecipante di lasciare la cerimonia? Oppure che si metta a chiedere i certificati di famiglia per verificare il rapporto di parentela con il de cuius?».

Questa volta per Airoma, Conte, ha indossato i panni del becchino. Con questo suo ennesimo provvedimento ha decretato, in un colpo solo, non solo la morte del diritto (ed è davvero un colpo da maestro, considerando il suo mestiere), ma anche il «declassamento della libertà religiosa, di tutti, cattolici e non cattolici, a mero accessorio del bene comune». E’ riuscito a proclamare la “morte” della Chiesa-istituzione nel nostro Paese.

Alla fine questa pandemia non solo ha certificato l’irrilevanza sociale dei cattolici, ma anche quella della Chiesa, non più percepita come autorità sociale. Certo non è tutta opera del professore, molte colpe sono della Chiesa stessa e di tutti noi fedeli che ancora non abbiamo capito che la «nuova evangelizzazione» va fatta seriamente anche in Italia.

Tuttavia la questione della libertà di celebrare la Messa si presta ad altre considerazioni, sono interessanti quelle che ho letto sul profilo facebook di Daniele Fazio. Fazio associa le misure prese da questo governo con quelle che si prendevano nel 1700 durante il governo dell’imperatore d’Austria, Giuseppe II (1741-1790). Non è una boutade, se andiamo a leggere la circolare, del 28 marzo scorso emessa dal Ministero dell’Interno, abbiamo la conferma. In questa circolare sostanzialmente il governo elenca minuziosamente come si devono svolgere le cerimonie religiose, in particolare i riti della Settimana Santa. E’ da leggere e vediamo se non siamo ritornati al più becero “giuseppinismo”: “si specifica, la presenza di persone deve intendersi limitata ai celebranti, al diacono, al lettore, all’organista, al cantore e agli operatori per la trasmissione. I partecipanti alle celebrazioni, se sottoposti a controllo da parte delle Forze di polizia, potranno esibire l’autocertificazione in cui dichiarano nella causale “comprovate esigenze lavorative”. Sebbene il servizio liturgico non sia direttamente assimilabile a un rapporto di impiego, tale giustificazione è ritenuta valida e non saranno applicate sanzioni per il mancato rispetto delle disposizioni in materia di contenimento Covid-19”.

Ritornando alle riflessioni sul periodo storico, in quel tempo c’era una forte  contrapposizione dello Stato moderno, presto trasformatosi in Stato assoluto e la Chiesa cattolica. Questo periodo storico fu chiamato “giuseppinismo”, che indica «un certo tipo di politica “religiosa” che ingerisce negli affari interni alla Chiesa, mirando ad una sua statalizzazione. Al giuseppinismo non basta creare la frattura tra il clero e il papa, non basta requisire e riconvertire i conventi, non basta avocare la legislazione sui sacramenti, ma addirittura arriva a disciplinare in maniera minuziosa anche la liturgia: impone ai parroci linee-guida, nega le manifestazioni devozionali, fissa il numero delle candele da porre sugli altari, quanti altari una chiesa può contenere, decide la durata della predica, limita l’uso del turibolo etc.».

La politica di Giuseppe II, ha provocato contrasti nel popolo cattolico, ma anche allora non mancarono i “cattolici adulti”, chiamati giansenisti, che applaudivano allo Stato assoluto di allora. Una nota curiosa, l’imperatore d’Austria, volle che si scrivesse sul suo sepolcro il seguente epitaffio: «Qui giace Giuseppe II, colui che fallì qualsiasi cosa che intraprese».