Nel maggio 1814, dopo che le potenze alleate ebbero costretto Napoleone all’esilio all’isola d’Elba, fecero ritorno a Torino re Vittorio Emanuele I e la corte sabauda, di rientro dal lungo esilio in Sardegna. La popolazione locale, stremata dalle lunghe guerre napoleoniche, dalla coscrizione obbligatoria e dalle difficoltà economiche dovute alla paralisi dei commerci conseguente al Blocco Continentale anti-inglese, pareva intenzionata a salutare con favore il ritorno a Torino del sovrano, ma essa – a differenza di quest’ultimo – aveva vissuto nella modernità gli ultimi 10-15 anni e il rivedere il re e la corte di nobiltà reazionaria stretta intorno a lui ebbe un effetto raggelante: parrucche, ciprie, capelli impomatati, abiti il cui taglio era talmente fuori moda da risultare ormai grottesco, comportamenti di una curialità che il periodo napoleonico aveva spazzato brutalmente via, fecero rapidamente attribuire a questi retaggi del passato il poco edificante nomignolo de “Les révenants“, vale a dire “i ritornati, coloro che ritornano”, soggetti di totale inettitudine rimessi sul trono dalle potenze reazionarie che avevano voluto e determinato la sconfitta di Napoleone.
       Ben presto, specie nei circoli borghesi dove la ventata napoleonica aveva portato un forte desiderio di modernizzazione e aveva gettato le basi per la formazione di una coscienza nazionale, l’aristocrazia “codina” divenne oggetto di scherno, ovviamente celato con prudenza onde evitare inutili rappresaglie. Quello che a tutti parve fin da subito intollerabile, tuttavia, fu un salto tanto a capofitto nel passato, come se tutto quello che era accaduto dal 1789 in avanti fosse accaduto invano o – peggio – non fosse proprio accaduto.
       Ci pensavo stamane mentre, dal benzinaio, ascoltavo un vecchio padre che, con le lacrime agli occhi, lamentava con il titolare dell’esercizio il fatto che suo figlio, ormai tutt’altro che giovane, fosse da qualche tempo costretto ad accettare, per lavorare un po’, contratti di durata settimanale. Nella sua disperazione, il povero padre si è rivolto a me chiedendomi: “dottore, quanto durerà ancora questa agonia?”. “Poco, spero” – ho risposto – “ma posso garantirle che, più durerà, più uscirne fuori sarà traumatico ma anche dannatamente divertente”.
       Devo aver accompagnato le mie parole con un sorriso vagamente mefistofelico, perché l’uomo ha compreso e mi ha chiesto: “Lei dice?”. “Sperare non è mai vietato e poi la semina di dolore e sofferenze ormai è gigantesca e non si concluderà a costo zero e per nessuno”.
       “Ma siamo troppo poveri” – ha obiettato l’uomo, scuotendo il capo. “Proprio la povertà ci renderà liberi” – ho risposto – perché non avremo davvero più nulla da perdere. Chi non ha nulla da perdere, di cosa può avere paura? Ci pensi, quando vedrà i nuovi révenants, non meno reazionari dei loro predecessori e come loro frutto di una monarchia assoluta