«Prendeteveli o li liberiamo tutti». Dietro il brutale diktat con cui Donald Trump chiede alle nazioni europee d’appartenenza di processare e incarcerare gli 800 militanti dell’Isis detenuti nei campi dei curdi in Siria c’è una verità evidente ed innegabile.

Le nazioni europee non hanno nessuna voglia di riprenderseli sia per la mancanza degli strumenti legislativi indispensabili per giudicarli, sia per l’impossibilità di organizzare dei tribunali speciali in grado di comminare condanne esemplari a chi si è reso complice degli orrori dello Stato Islamico.

In questa condizione la consegna degli 800 terroristi rischia di rivelarsi estremamente controproducente. Se affidati ai tribunali ordinari gran parte di loro se la caverebbe con condanne inferiori ai 10 anni di galera e la certezza di ritrovarsi in libertà molto prima. Ma questa prospettiva, già poco accettabile, presenta un doppio rischio. Il primo è quello di trasformarli in simboli dell’Islam combattente, ovvero in cattivi maestri capaci – durante la seppur breve detenzione – di catechizzare e radicalizzare altri detenuti. Il secondo è quello di vederli diventare i capofila di nuove cellule pronte a celebrarli, subito dopo il rilascio, come i profeti della jihad.

L’unica soluzione per acconsentire alla richiesta di Trump e non consegnarli alla giustizia di Bashar Assad, l’unica in alternativa – competente territorialmente per i loro delitti, è quello di allestire una sorta di nuovo Tribunale su base europea. Un Tribunale capace non soltanto di distinguere tra chi ha esclusivamente collaborato, chi ha combattuto e ucciso e chi è stato il regista di attentati e crimini di massa, ma anche di comminare pene adeguate agli orrori di cui si sono macchiati questi criminali. Anche chi ha soltanto soggiornato a Raqqa senza maneggiare armi o uccidere non può e non deve tornare libero prima di aver scontato una pena significativa. La semplice scelta di quotidiana convivenza con gli orrori delle decapitazioni pubbliche e degli stermini lo ha reso inevitabilmente complice di quelle nefandezze. Quanto ai registi dell’orrore e degli attentati nelle città europee è chiaro che le sentenze non dovrebbero prevedere nulla di meno della reclusione a vita. Detto questo è chiaro che il modello di Tribunale Internazionale usato per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia non sarebbe adeguato. Molte delle sentenze di quel tribunale sono state erogate oltre dieci anni dopo la fine della guerra rivelandosi assolutamente non esemplari.

Oggi le esigenze sono molto più stringenti. Prima ancora di giudicare e condannare i colpevoli degli orrori dell’Isis è necessario interrogarli a fondo per far luce sulle cellule con cui collaboravano e individuare i complici che possono esser nel frattempo rientrati in Europa. Solo così potremo dire di aver vinto la guerra all’Isis, ripulito le città europee e aver reso giustizia a chi è caduto sotto i colpi di quei fanatici.