E adesso volano anche gli stracci nell’ex-centrodestra. Salvini che accusa Berlusconi di parlare come Prodi e Renzi è un’onta che il Cavaliere ed il suo inner circle oggettivamente non possono sopportare. Il profilo da statista che il leader di Forza Italia si è dato, può non piacere al segretario della Lega, ma insinuare che la proclamata “responsabilità” del suo antico alleato sia sinonimo di acquiescenza al governo è a dir poco lesa maestà. Berlusconi ha individuato una strategia, non soltanto per far levitare almeno un po’ il suo patrimonio elettorale, ma soprattutto per qualificarsi come “centrale” nella fase che l’Italia post-Covid si appresta ad affrontare e a definire. Perciò la sua inclinazione ad una sorta di “governissimo” guidato da una personalità autorevole, è più che legittima. Ma purtroppo non piace a Salvini e a Meloni. I quali, consapevoli che le sirene che attraggono Berlusconi pregiudicherebbero possibili alleanze post-elettorali, e dunque la condanna all’opposizione delle loro rispettive formazioni, stanno alzando il tiro della polemica contro il Cavaliere facendo balenare una rottura insanabile.

In verità la rottura si è consumata molti mesi fa e persiste, nonostante le apparenze. Complice la legge elettorale proporzionale con la quale si voterà, ognuno sta facendo i propri conti, ma non fino in fondo. Nel senso che pur consapevoli che la corsa non avverrà in team, ma da separati, hanno tutto l’interesse a proporsi uniti almeno all’apparenza per poter poi giustificare, a cose fatte, la costituzione – se i numeri lo consentiranno – di un governo di coalizione di centrodestra.

Ma è su questo punto che piani vanno a ramengo. Se i tre leader, come ragionevole calcolo elettorale suggerisce, affronteranno l’uno contro l’altro armati la prova elettorale, e non potrebbe essere diversamente, possono tranquillamente – e senza doversi giustificare in assenza di un patto comune d’azione – affrontarsi da avversari e cercare di rubarsi i voti vicendevolmente.

Questo disegno, chiaro a tutti, non prelude la rinascita, come pure qualcuno va dicendo, di un centrodestra organico, ma ne sancisce la fine a tutti gli effetti. Il quadro che si delinea è dunque, come abbiamo cercato di lumeggiare più volte, una galoppata a tre alle politiche con la speranza che uno dei competitori ottenga più voti per aspirare all’incarico di presidente del Consiglio e mettere dentro il governo vecchi alleati e – chissà – nuovi partecipanti ad un’avventura estranea alla storia del centrodestra.

È così che si ragiona in tempi di proporzionalismo più o meno “puro”: si vota un partito e ci si ammucchia dopo, a cose fatte, seguendo non lo “spirito del popolo”, ma quello un po’ più volgare della convenienza.

Da questo punto di vista l’ex-centrodestra ha poche possibilità di uscire vittorioso dalla competizione. Salvini e Meloni, pur correndo separatamente e facendo inutili manifestazioni insieme, resteranno isolati, perché per loro esplicita ammissione mai parteciperanno ad una vasta coalizione (ma Salvini è un prestidigitatore ineguagliabile: non dimentichiamo mai che dopo le passate elezioni del 2018 non esitò un istante ad allearsi e a formare un governo con il Movimento 5 Stelle, lontanissimo da lui politicamente ed “antropologicamente”: un chiaro esempio di opportunismo finito inevitabilmente malissimo). Mentre Berlusconi, proprio per le posizioni “repubblicane” che sta assumendo, si candida a puntellare un governo moderato, qualora i suoi voti fossero indispensabili, in nome di una ricostruzione nazionale che all’elettorato apparirebbe comunque indispensabile e decorosa.

Due strategie, dunque, inconciliabili. E il fronte non sappiamo più se “sovranista”, “populista” o cos’altro resterebbe al palo con i suoi milioni di voti sperperati per non aver saputo elaborare una strategia, ma mettere in campo soltanto propaganda che, soprattutto di questi tempi, interessa poco a chiunque.

Ma c’è qualcosa di più da annotare. Prima delle elezioni politiche che, con ogni probabilità si terranno nel 2023, ben dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato (e su questa partita Salvini e Meloni entreranno poco o niente, saranno semplici osservatori), si terranno le regionali – con ogni probabilità il 13 settembre prossimo. Non c’è Regione in cui l’ex-centrodestra sia d’accordo su un candidato comune. Ben più che gli stracci pubblici volano in questo caso vere e proprie contumelie che preludono a guerre senza quartiere. Dalla Campania alla Puglia, dalla Toscana alle Marche, una girandola di nomi sta facendo perdere la bussola alle segreterie locali e a quelle nazionali. Altro che unità d’intenti per vincere una competizione che si profila ricca di colpi di stiletto e di conseguenza, foriera di regali immeritati al centrosinistra ed al M5S.

È pur vero che nello schieramento avversario, come in Campania, non si presenta certamente il “nuovo”, ma capataz come De Luca e Mastella sono certamente in grado di superare di slancio un qualche non-si-sa-chi tirato fuori dai tre partiti che se per tempo si fossero i organizzati attorno a figure realmente spendibili potrebbero aspirare alla vittoria. La Campania è persa, la Toscana forse, la Puglia è in bilico e difficilmente Fitto, l’uomo dei Fratelli d’Italia, riuscirà a portarla in dote al centrodestra. Non dovrebbero esserci problemi in Liguria perché Toti non ha competitori all’altezza ed ha onestamente lavorato bene, mentre le Marche possono considerarsi già acquisite al Pd anche perché non si vede neppure un minuscolo spiraglio di composizione su un nome avanzato dalla Meloni.

Un consiglio non richiesto? Si tengano lontani quanto più possibile i tre partiti del defunto centrodestra e provino a disegnare singolarmente le loro strategie. Acquisiscano insomma identità inconfondibili e poi, a cose fatte, si siedano, se lo ritengono, ad un tavolo per cercare di formare una compagine governante. Difficile, ce ne rendiamo conto. Forse avrebbero dovuto pensarci prima, molto prima di armare manifestazioni inutili soltanto per affermarsi vanitosamente, come se avessero bisogno di sfidare avversari e virus. Francamente hanno soltanto sfidato sé stessi.