Fino a prima della pandemia nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla disponibilità statunitense a difendere Hong Kong e i suoi cittadini. Tutti pensavamo che alla fine l’ex colonia britannica sarebbe stata sacrificata agli interessi della finanza e dei commerci. E più di noi lo pensava Pechino. La tragedia di una pandemia nata dal suo stesso seno era, nei piani della Cina, l’arma migliore per garantirsi l’apatia di un Occidente troppo impegnato a sopravvivere per aver la forza d’indignarsi. Al centro di quei piani c’era la nuova legge sulla «protezione della sicurezza nazionale».

La legge, presentata giorni fa all’Assemblea del Popolo di Pechino anziché agli organi legislativi di Hong Kong come vorrebbero i trattati, punta a smantellare con 27 anni di anticipo il principio di «uno stato, due sistemi». Quel principio impone alla Cina di garantire lo stato di diritto e la libertà d’espressione fino al 2047 e rappresenta il cardine dell’intesa del 1984 con cui Londra s’impegnò a riconoscere la sovranità cinese sull’ex-colonia. Il Dragone puntava sulla nuova legge e sull’indifferenza del grande malato occidentale per stroncare le manifestazioni di protesta, arrestare i dimostranti e seppellire in galera i leader del dissenso di Hong Kong. Ma da Washington, complice anche il nuovo clima di Guerra Fredda creato dalla Cina, qualcuno sta finalmente dicendo di no. «Quella legge suona come una campana a morto per l’autonomia promessa da Pechino. Qualsiasi decisione che pregiudichi l’autonomia e le libertà di Hong Kong avrà un inevitabile impatto, spingendoci a valutare lo stato del principio di un Paese due sistemi- ha ammonito il segretario di Stato Mike Pompeo.

L’insperata reazione americana è la diretta conseguenza della linea assunta dall’inizio della pandemia da un Donald Trump irremovibile non solo nel denunciare i silenzi, le censure e le omissioni che hanno permesso la diffusione del coronavirus, ma anche le provocazioni di una Cina pronta a imporre la propria egemonia nel sud del Pacifico. Certo per i denigratori di Trump la contrapposizione a Pechino è solo una scelta di comodo dietro la quale nascondere i propri stessi errori. Ma se anche così fosse la mossa della Casa Bianca rappresenterebbe comunque una svolta insperata. Soprattutto per gli abitanti di una città alla disperata ricerca di qualcuno pronto a difendere le loro libertà.

Trump non è probabilmente il John Kennedy che nel giugno 1963 visitò l’ex capitale tedesca chiusa nella morsa sovietica e pronunciò la famosa frase «Ich bin ein Berliner» (io sono un berlinese). Ma per i cittadini di Hong Kong rappresenta comunque l’ultima speranza. Se alla Casa Bianca ci fosse ancora quel profeta della globalizzazione chiamato Obama potrebbero già dire addio alle loro ultime libertà. E le cose andrebbero pure peggio se la loro ultima speranza si chiamasse Europa. Invece grazie alla linea della fermezza dettata dalla Casa Bianca, Hong Kong può diventare la nuova Berlino. Una città da mantenere libera per difendere e garantire le nostre stesse libertà.