Nove anni di carcere per l’ex ministro Dc, Calogero Mannino. La condanna a carico dell’esponente politico scudocrociato imputato di minaccia a corpo politico dello Stato nel processo stralcio sulla trattativa Stato-mafia è stata chiesta oggi, al termine della requisitoria, dalla Procura di Palermo. Secondo Teresi, l’ex ministro avrebbe meritato una condanna a 13 anni e 6 mesi, ridotta a 9 anni grazie al rito abbreviato.

 

Per il Procuratore aggiunto di Palermo “non vi sono dubbi sulla comprovata responsabilità dell’imputato” Calogero Mannino. L’ex ministro ed ex leader della Da è stato definito dal giudice “istigatore e ispiratore principale del contatto tra Mori, De Donno, e cosa nostra perché si riuscisse a evitare in qualche modo che la mafia lo ammazzasse”. Nel corso della sua lunga requisitoria Teresi ha ribadito che: “Mannino dopo la strage di Capaci era nel mirino della mafia. Perciò cominciò le sue interlocuzioni col Ros e interferì pesantemente col Dap per dare ai mafiosi quanto si poteva loro dare e per deviare i comportamenti politici e amministrativi delle istituzioni “.

 

 

La decisione della Procura al termine di una lunga ricostruzione del clima nel quale sarebbe maturata la trattativa. Teresi ha ripercorso le tappe che l’accusa ritiene fondamentali per provare che nel 1993 vennero prese una serie di decisioni per attenuare il rigore del carcere duro culminate, poi, nella revoca di 334 provvedimenti di 41 bis. Tra le mosse messe in campo per realizzare il piano che avrebbe fruttato a cosa nostra un alleggerimento di una misura ritenuta odiosa dalla cosche anche la sostituzione ai vertici del Dap di Nicolò Amato con Adalberto Capriotti, “ex magistrato senza alcuna competenza nelle carceri”, ha detto il pm. Teresi ha a lungo parlato della nomina di Francesco Di Maggio a numero due del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria definendo l’ex magistrato una persona “vicina ai servizi segreti e a Mori”, al centro dunque dell’ambito istituzionale e investigativo, quello del Ros, che stava conducendo la trattativa con la mafia.

 

Un contesto di cui avrebbe fatto parte anche Mannino che avrebbe chiesto a Di Maggio di non prorogare i 41 bis. “Mannino – ha detto Teresi dopo la strage di Capaci era nel mirino della mafia. Perciò cominciò le sue interlocuzioni col Ros e interferi’ pesantemente col Dap per dare ai mafiosi quanto si poteva loro dare e per deviare i comportamenti politici e amministrativi delle istituzioni “.

 

Nel corso della sua lunga requisitoria il Pm Vittorio Teresi non ha risparmiato stoccate ad un altro big della Dc di quegli anni, Ciriaco De Mita. “De Mita ha fatto lo smemorato come tanti politici in questo processo. Avrebbe avuto tante cose da dire invece ha scelto di fare quello che viveva nell’iperspazio e che non si occupava di piccolezze come le stragi”. Intanto il Comune di Palermo ha chiesto un milione di euro a titolo di risarcimento del danno a Calogero Mannino. L’avvocato del Comune, che si è costituito parte civile, ha concluso oggi l’arringa al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Prima di lui hanno chiesto la condanna dell’imputato, al termine della requisitoria del Pm, l’avvocatura dello Stato e il Prc costituiti parte civile. Il processo è stato rinviato al 3 marzo per le arringhe dei legali di Mannino.