Conclusa la lettura del saggio, scritto ancora una volta insieme da Nicola Gratteri, magistrato da 30 anni, in prima fila nella lotta alla mafia calabrese, detta su base regionale “ndrangheta”, e da Antonio Nicaso, docente universitario, impegnato per un identico periodo temporale nell’analisi e nella denunzia dello stesso tema, non può che essere espresso un voto pesantemente negativo sullo Stato, sui suoi organi centrale e periferici assenti, improduttivi o quanto meno inconcludenti.

   Cosa hanno concluso in questi anni, anzi in questi decenni grigi e mortificanti i parlamentari nella loro funzione ispettiva, il Ministero dell’Interno con le sue prefetture, i Ministeri dei Lavori Pubblici, dell’Agricoltura e dell’Industria e soprattutto nei suoi compiti didattici e formativi, in quella che un tempo era definita, con parola desueta ed ormai anacronistica, nella sua missione, il dicastero della Pubblica Istruzione? I giovani sono sempre più distratti, aridi, perduti nelle loro arroganze (è di questi giorni del nuovo anno l’episodio del sequestro di un’ambulanza per il trasporto di un giovane … con una distorsione al ginocchio!), senza che i dirigenti scolastici ed i docenti degli istituti di ogni ordine e grado possano o vogliano guidarli alla scoperta dei valori civici cruciali.

   Gratteri e Nicaso hanno calcolato per l’organizzazione criminale, indisturbata o frammentariamente contrastata, fatturazioni per decine di miliardi di euro.

   Alcune pagine del volume nella loro secchezza sono tremendamente icastiche. Sono da leggere perché colgono il carattere sconvolgente di mille e mille situazioni, da nulla e da nessuno seriamente e fattivamente contrastate o meglio combattute. Per Gratteri e Nicaso “prende ormai forma, giorno dopo giorno, un sistema di potere in cui i confini tra legalità e illegalità si assottigliano sempre più” con la seconda trionfante e la prima umiliata, fino da essere cancellata. E ancora – passaggio drammatico – “sono tanti i settori collusi e deviati delle istituzioni, che da sempre [e maggiormente in questi anni] negoziano quote di potere con i potentati criminali”.

   Gli autori osservano e identificano le etichette poltiche: “dall’appoggio alla destra extraparlamentare [legata a centri oscuri del potere romano], durante i moti di Reggio Calabria (luglio 1970 – febbraio 1971), si passa al sostegno ai partiti di governo. Come era successo nell’immediato dopoguerra, molti boss continuano a votare per il PCI”.

   Ancora due osservazioni: la prima è azzeccata mentre la seconda purtroppo, palesa un ottimismo vano e del tutto astratto:”A parte la reazione seguita alle stragi di Palermo, il nostro Paese, più che combattere le mafie e la corruzione, ha scelto la strada della pericolosa e preoccupante contiguità” e “Non bisogna comunque perdere la speranza . Quella contro la ‘ndrangheta è una battaglia che è possibile vincere, ponendo mano ai codici nella speranza di trovare una forte convergenza politica su una battaglia di civiltà. Contro mafie e corruzione, due mali endemici che costituiscono una zavorra e una gravissima minaccia sul presente e sul futuro del nostro Paese”.

   Guido Melis, nonostante la militanza di sinistra (è stato deputato dal 2008 al 2013), da considerare uno degli storici delle istituzioni più equilibrato e qualificato, traendo un bilancio difficilmente confutabile, ha osservato e certificato, al fondo dello sconquasso politico e sociale del nostro Paese, le cause : “Parlamento debole, governi frammentari, amministrazione impari ai suoi compiti, sistema dei partiti “supplente ma al tempo stesso fattore attivo della crisi degli altri tre soggetti: questa è la storia dell’anomalia delle istituzioni del lungo dopoguerra italiano”. 

                                                                           

NICOLA GRATTERI – ANTONIO NICASO, La rete degli invisibili, Milano, Mondadori, 2019, pp. 198. €15,30