Ci sono gli archeologi tradizionali, che scavano nel passato per riportare alla luce antiche vestigia, città dimenticate, tesori sepolti, oggetti e reliquie di civiltà scomparse, spazzando la polvere dei secoli con cazzuole e scopette. Ce ne sono altri, che compiono spesso nell’ombra un lavoro simile e altrettanto e anzi più alto. Quello di rompere il muro del silenzio su orribili crimini. Un silenzio che, malgrado il regime comunista sia caduto da 25 anni, perdura ancora, in Romania. Un silenzio contro il quale da anni si batte Marius Oprea, uno dei più coraggiosi cacciatori di «criminali di regime», criminali sotto il regime di Ceausescu, spesso riciclati in ruoli apicali nella Romania democratica.

Oprea è un nome che in Italia ai più dice poco. Ma l’ignoranza e l’oscurità che avvolgono la sua nobile figura dureranno per poco. Se anche gli italiani potranno conoscere Oprea e la sua «squadra di archeologi della contemporaneità», gli indagatori dei misfatti di Ceausescu e della sua cricca, lo si deve a un libro in distribuzione in questi giorni, “La tortura del silenzio”, edito per i tipi della San Paolo (176 pagine, euro 15). Autore, il giornalista de “Il Piccolo” Guido Barella, che ha dedicato tempo e impegno a raccontare le vicissitudini di Oprea, intellettuale e dissidente che si è battuto e si batte contro quella tortura del silenzio – il silenzio sui morti di regime, sulla svolta democratica gestita spesso dagli stessi uomini del Conducator – che è stato inflitta all’intera società rumena anche dopo la caduta del Muro di Berlino. E scrittore, fra «i più importanti della Generatiei ‘80», il riconoscimento a Oprea del Nobel per la Letteratura Herta Müller.

Una vicenda, quella di Oprea raccontata nel libro di Barella, degna di massima attenzione. Degna, perché racconta le vicissitudini del dissidente ai tempi di Ceausescu, fondatore poi dell’Istituto per la ricerca sui crimini del comunismo, che percorre la Romania in lungo e in largo, alla ricerca delle fosse dove la Securitate, la temutissima polizia segreta, faceva seppellire chi osava sfidare il potere, una minoranza. O semplicemente era considerato pericoloso, sgradito, anche se «non aveva fatto nulla di grave contro le autorità».

La penna di Barella accompagna così Oprea, «affiancato nel lavoro sul campo da tre colleghi archeologi» e da medici legali, mentre cerca le ossa, le trova. Le ossa, «tutte uguali». «Sono ossa di uomini, sono ossa di martiri. E non è nemmeno un problema di numeri, più o meno grandi. I martiri non sono statistiche, i martiri sono persone, ogni singolo numero è un uomo e ogni uomo ha la sua storia», dice Oprea.

E di martiri, in Romania, ce ne sono stati tantissimi, durante i bui anni del regime più oppressivo del blocco sovietico nell’Europa orientale, secondo solo a quello di Hoxha in Albania. L’elenco delle vittime del regime, compilato dal «Simon Wiesenthal dei crimini del comunismo rumeno», così l’ha definito Paolo Rumiz, è arrivato a quota 617.816 e non accenna a fermarsi. Numeri che, in una Romania democratica, non dovrebbero più far paura a nessuno. Ceausescu e la moglie Elena – anche se certi sondaggi dicono che sei rumeni su dieci, prostrati da povertà e sfiducia nel futuro, rimpiangono addirittura il Conducator – sono solo un ricordo sbiadito. Ma non è così. I “securitisti”, gli ex sgherri del dittatore, hanno spesso continuato anche dopo la caduta del regime a lavorare per i nuovi potenti, a volte loro stessi lo sono diventati, hanno fatto carriera. O semplicemente non vogliono seccature. Da qui, minacce, telefonate minatorie, persino il trasferimento forzato della famiglia di Marius in Germania, per scongiurare rischi più gravi, vendette.

Ma Oprea non è rimasto mai del tutto solo. Ha trovato un alleato in Sorin Iliesiu, intellettuale, regista, oggi senatore, testimone vivente della repressione contro i sacerdoti e i fedeli greco-cattolici durante il regime. E un fedele compagno di indagini di Oprea è stato anche Dan Voinea. Voinea che a Bucarest è leggenda. Era stato lui a sostenere la pubblica accusa nel processo-lampo contro Ceausescu ed Elena, nel 1989 a Targoviste. «Non riconosco questo tribunale», gli urlò contro Ceausescu dopo la condanna a morte. Dittatore giustiziato, ma le sue vittime? «Non hanno avuto giustizia», ha concluso Voinea. Si è ucciso il padre-padrone «per non processare il regime».

Anche da qui discende l’importanza del lavoro, dei numeri di Oprea, a cui ha contribuito lo stesso ex procuratore militare, indagando e sbattendo spesso contro un muro di gomma. La “tortura del silenzio” racconta tutto questo. E nel farlo, svela la Romania nascosta del 1989, e quanto di quel totalitarismo sopravviva nella Romania moderna ed europea dei giorni nostri. Una storia in gran parte ancora da scrivere.

Di Stefano Giantin, IL Piccolo 20 maggio 2014