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Confesso di essermi preparato alla lettura dell’editoriale sul Corsera di Antonio Polito, “Sottovalutazioni . I populisti vanno presi sul serio”, pieno di prevenzioni. Pensavo si trattasse della solita nota dei “giornaloni”, spocchiosa, sprezzante, superbiosa e saccente. Invece lo scorrere delle righe ha portato ad un ridimensionamento, senza però giungere ad un capovolgimento dello scetticismo, tanto da considerare lo scritto, una sorta di (incompleto) manifesto dell’opposizione di destra e leghista, trascurando le scelte vaghe ed ondivaghe di F.I..

“Le élites liberali [forse sarebbe più centrato definirle liberal ] dell’Occidente – apre Polito – appaiono incapaci di riconoscere la forza e la verità del messaggio dell’avversario. Dicono che sfrutta le paure della gente; che queste paure sono esagerate; e che tutta questa rabbia popolare non sarebbe altro che un errore di percezione [….]. Al massimo riconoscono ai populisti di fare le domande giuste, ma con le risposte sbagliate. Non prendono insomma sul serio i loro nemici”.

Sensatamente si domanda ed invita a proporre se “le ricette per la sicurezza di Marine Le Pen siano destinate ad esiti peggiori di quelle seguite dal governo Valls, dopo Charlie Hebdo, il Bataclan e il 14 luglio di Nizza”.

Formula, poi, quesiti non dispregiativi sulle proposte formulate da Trump a proposito della crisi economica. Ripercorre quindi le incertezze delle “forze politiche e intellettuali tradizionali”, incapaci di spiegare queste scelte, rifugiandosi sulla rabbia delle masse popolari “per la crescente ineguaglianza, per il trionfo del privilegio”.

Polito ricorre ai risultati di una ricerca curata da un istituto scientifico americano, dalla quale si apprende che “tra il 65% e il 70% delle famiglie nelle 25 economie più ricche del mondo hanno avvertito una caduta del reddito nel periodo tra il 2005 e il 2014. L’Italia ha il record, l’arretramento riguarda quasi il 100% delle famiglie”. E la situazione nel biennio dell’E.R. (era renziana) è tutt’altro che migliorata.

La diagnosi di fondo sulle “ferite degli elettorati”, se non errata, è abbondantemente insufficiente e parziale. Non si può rinvenire “la vera causa della rivolta” nella “stagnazione economica”, se non la si abbini, se non la si vincoli ad altre cause, più remote, più recondite e quindi più difficili da combattere, da estirpare, da vincere.

Ragioni, che sono – consentirà l’opinionista – morali, sociali, ideali ed identitarie. Tanto per soffermarci su due casi di questi giorni, con buona pace di Mieli la legalizzazione della cannabis (la predicazione nefasta di Pannella, immeritatamente pianto, continua post mortem) e il sì alle unioni civili non rappresentano affatto “una nuova conquista sul fronte dei diritti” in una terra (personalmente evito da tempo l’uso dei sinonimi “Stato” e tanto meno “Nazione”), che ha reso desueto e presto abolirà il termine “doveri”.

Dopo la manifestazione di Arezzo, disinteressandoci di Salvini, momentaneo e temporaneo compagno di strada, dalla cui volgarità recentissima contro la Boldrini la dissociazione è totale, sarebbe auspicabile vedere e sentire la Meloni, alla vigilia della maternità, vicina ai 40 anni, emancipata dall’anacronistico servaggio a Berlusconi, sensibile e attenta, come linea politica portante, alle lamentele e alle istanze dei milioni di astenuti e non alle richieste dell’effimero civismo e al fascino, smentito e sconfessato, del federalismo municipale e regionale.