C’è un motivo se la Francia è da secoli una potenza europea e l’Italia invece solo un’espressione geografica. Per capirlo non c’è nemmeno bisogno di conoscere la storia, materia oramai misteriosa soprattutto per chi si occupa di politica, basta seguire le cronache e l’attualità.

Il Cicciobello di Parigi, assediato da settimane da una rivolta sociale che non accenna a placarsi, oramai sull’orlo di una crisi di nervi decide di puntellare lo scarso 23% che gli attribuiscono i sondaggi francesi (non che i voti effettivi che lo hanno spedito all’Eliseo fossero molti di più) inscenando un gesto teatrale nella speranza di stuzzicare l’orgoglio dei galletti di Francia.

Indignato per il plateale appoggio fornito dai dilettanti a 5 stelle ai suoi arcinemici col gilè giallo, il cocco delle oligarchie euriste richiama in patria il suo ambasciatore in Italia. Tralasciamo il casus belli, vale a dire la ridicola e maldestra sguaiataggine con la quale Di Maio & C. hanno infastidito il ragazzo dell’Eliseo a colpi di allusioni al Franco CFA o di moine ai gilet jaunes.

Questioni serissime, intendiamoci, ma che andrebbero affrontate nei modi opportuni, non sparacchiando a caso parole senza nemmeno conoscerne il significato.

In realtà anche a Parigi sanno benissimo che i grillini sono più che altro un fenomeno folkloristico italiota e che quelle esternazioni valgono quanto l’abolizione della povertà o il nuovo boom economico.

Anzi, a proposito di parole in libertà (come direbbero i futuristi), Di Maio si è mostrato tutto sommato un sincero ammiratore dei parenti serpenti francesi accreditandoli addirittura di una “democrazia millenaria” (ah la storia, sempre lei…) retrodatando di molte centinaia di anni la Rivoluzione Francese.

Ovviamente non è questo il problema.

Il problema del puopon seduto sullo scranno che fu di de Gaulle, dei suoi goffi creatori e dei suoi fastidiosi fiancheggiatori (come il sempre più insopportabile Pierre Moscovici, che non a caso ha ricominciato ad esternare stupidaggini a mercati aperti) si chiama elezioni europee, un appuntamento che per i suddetti signori rischia di essere una disfatta peggiore di quella della Beresina visto che, venendo meno la compiacente legge elettorale francese, al momento l’unico problema è quantificare il vantaggio di madame Le Pen, con tutto quel che me conseguirebbe in un’Europa nella quale i sovranisti potrebbero fare il pieno.

Ma torniamo a noi.

La pochade del giovane Macron ha innescato la solita sceneggiata nostrana, replica di una rappresentazione infame che va avanti da secoli: quella degli zelanti camerieri italiani che si mettono con entusiasmo al servizio degli stranieri contro altri Italiani. Per dirla con Goffredo Mameli gli Italiani “calpesti e derisi perché non siam popolo, perché siam divisi”.

Pensando di ottenere qualche vantaggio nel piccolo cabotaggio della politica nostrana è partita la corsa dei collaborazionisti verso il carro francese. Qualcuno, giusto per non esagerare, tira fuori un ridicolo paragone con il 1940, spacciato per l’unico precedente del genere (la storia, ancora lei…).

Peccato che in caso di guerra gli ambasciatori non vengano richiamati ma proprio ritirati fino all’eventuale ristabilimento delle relazioni diplomatiche. Il richiamo in tempo di pace, anche tra nazioni amiche, è solo una forma di protesta politica per via diplomatica. Proprio quelli che oggi strepitano per lo strappo francese poco tempo fa, quando erano al governo, hanno adottato lo stesso provvedimento nei confronti di una nazione amica, nonché importantissimo partner strategico, come l’Egitto per via del caso Regeni. Provocando, oltretutto, gravi danni agli interessi nazionali e facendo un grosso favore proprio ai Francesi (sarà un caso?), che non aspettavano altro per sfilarci il petrolio della Cirenaica e importanti commesse industriali.

Poi arriva il carnevale delle bandiere: prima il Comune di Cuneo, poi L’Università di Torino espongono in segno di solidarietà il tricolore francese.

Avete capito bene: istituzioni italiane che scelgono platealmente di essere solidali con una nazione dichiaratasi ostile e ostili con la propria. Il rettore di Torino, Gianmaria Ajani, addirittura sogna mille bandiere francesi appese alle finestre della città, in pratica una città di collaborazionisti.Poteva il PD farsi scappare l’occasione di dimostrare la propria bassezza e mediocrità? Naturalmente no.

Pazienza per Renzi, (“Come cittadino italiano ed europeo provo vergogna”, come se noi non provassimo vergogna di fronte ad Italiani come lui), oramai una macchietta che lascia il tempo che trova, ma le parole di sottomissione e servilismo indirizzate dal capogruppo PD al Senato Andrea Marcucci all’ambasciatore francese richiamato sono veramente oltre il limite della decenza: “Siamo allibiti dal crescendo di accuse ed ingerenze che il governo italiano sta rivolgendo alla Francia. A nome mio personale e di tutto il gruppo del Pd le rinnovo il sentimento di amicizia che lega storicamente i nostri due Paesi […] La prego di trasmettere anche al Presidente Macron il nostro dispiacere e la nostra opposizione al comportamento del governo di Roma, e di rinnovare a tutto il popolo francese, il nostro rispetto e la nostra amicizia”.

Parliamo, d’altra parte, di un partito nel quale abbondano i cavalieri della Legion d’onore, onorificenza napoleonica che ricompensa i servigi resi alla Francia (sarebbe interessante sapere quali), alla quale l’imbelle governo Gentiloni aveva anche cercato di regalare una bella fetta delle acque territoriali italiane.

Peccato che nessuno dei solerti camerieri del PD prima di assicurare “rispetto ed amicizia” ad un governo straniero abbia riflettuto sugli avvenimenti degli ultimi anni, a cominciare dal Trattato di Aquisgrana di pochi giorni fa che cristallizzando l’egemonia franco tedesca, anzi tedesco francese, sull’Unione Europea relega l’Italia ad un ruolo marginale di perenne vassallaggio.

Se i bravi collaborazionisti piddini conoscessero la storia (sempre lei…) si renderebbero conto che in fondo l’Europa che Francia e Germania stanno realizzando a nostre spese somiglia molto a quella ipotizzata dal ministro del Reich Walther Funk nel 1942: moneta unica espressione dell’economa tedesca, asse con una Francia normalizzata, le economie compatibili dei paesi minori integrate con quella tedesca, gli atri paesi periferici riserva di risorse e area di sfruttamento per le esigenze dell’economia tedesca.

Proseguendo con l’Italia “vomitevole” perché si arroga il diritto di controllare le sue frontiere esattamente come fa la Francia, i cui porti non si sono mai aperti a nessuno, con le sue. Poi l’esproprio dei cantieri STX, che Fincantieri aveva rilevato dal tribunale fallimentare ma che il governo “amico” francese non ha voluto lasciare in mani italiane nonostante la razzia del fior fiore delle aziende nostrane degli ultimi anni (anche qui grazie a complici servizievoli).

E ancora: lo scippo, anche per l’incapacità dei governi italiani, della Cirenaica, la destabilizzazione della Libia, le risate di Sarkozy (anche quelle applaudite dai camerieri nostrani).

E se poi volessimo risalire ancora più indietro troveremmo altre simpatiche manifestazioni della “storica amicizia”: i Goumier del generale Juin, le mire su Fiume nel 1919, il Patto di Londra disatteso a Versailles, la Tunisia sfilataci nel 1881, il bidone della pace di Villafranca, le razzie di Napoleone, la Corsica…. su su fino a Carlo VIII che nel 1494 venne in Italia per impadronirsi del ricco Regno di Napoli e salvare il suo dalla bancarotta.

Almeno quella volta, però, ai francesi andò male: incalzato dalla lega degli staterelli italiani, per una volta uniti, il re francese perse il ricchissimo bottino e buona parte del suo esercito e dovette tornare a casa a mani vuote. In compenso ci lasciò il mal francese, portato dal suo esercito e qui rimasto per i secoli a venire…

Begli amici, i francesi…