Per una volta manifesto il mio (parziale) dissenso da Marcello Veneziani. E’ vero infatti che “la cultura [sia] fallita per troppa destrofobia”, ma è altrettanto vero ed innegabile che durante l’”impero“ di Berlusconi, nonostante il suo enorme potenziale (la Mondadori è stata definitivamente acquisita dalla Mediaset nel 1991), quale cultura si è stati capaci di incoraggiare? Quella di Bruno Vespa, di Luciana Littizzetto, che nel 2014 ha pubblicato con la casa editrice ben quattro lavori e di Roberto Saviano (Gomorra nel 2006 e La bellezza e l’inferno nel 2009)? Non dimentichiamo poi che con il ministro dell’Istruzione (?) Gelmini è stato ripristinato il sistema dei concorsi universitari, che hanno riportato in auge le “cordate” e rianimato nelle facoltà letterarie lo strapotere della cultura laico – marxista.

Sul piano politico – giornalistico il foglio della famiglia, pur di continuare l’annosa quanto controproducente ed autolesionistica guerra contro la magistratura, arriva a sostenere persino Napolitano, che “bacchetta Csm e “toghe protagoniste”” e nel corso dell’intervento conclusivo del suo mandato, prolungato anche con il consenso di Berlusconi, arringa il nuovo plenum, al “grido”: “basta con le correnti”, ordinando, come al solito, tra il silenzio assoluto e l’implicito consenso del Cesare di Arcore, di collaborare con il salvifico ed ultraproduttivo governo sulle “riforme”, da mesi giunte a cascata sulle nostre teste, nelle nostre tasche, sulla vita di tutti gli italiani.

Paventa sempre il giornale di Sallusti e Feltri “Un parlamento balcanizzato figlio di 157 cambi di casacca”, senza interrogarsi sui difetti del sistema elettorale dei “nominati” dalle oligarchie partitiche. Berlusconi, intanto, del quale si è già notato l’incredibile consenso offerto per la nomina al Quirinale anche ad un esponente del Pd, perché “il problema non sono le radici politiche”, continua ad offrire “sponde importanti, come quella di venerdì notte quando è stato possibile incardinare al Senato la riforma della legge elettorale per il 7 gennaio solo grazie a 18 senatori di Forza Italia che non hanno fatto mancare il numero legale”. Solo di sfuggita mi piace far presente che il gruppo senatoriale di FI è costituito da 60 parlamentari. Ma cosa non si fa, in nome delle “riforme” e della “governabilità”, pur di appoggiare colui che – nuovo nomignolo da utilizzare – Massimo D’Alema ha definito “un pericoloso autocrate”?

Non risultano denunzie e prese di posizione dei superstiti brandelli della destra sulle mortificanti voci in circolazione sul caso dei marò. Secondo un quotidiano, ripreso da “Libero”, “il governo italiano pare aver offerto pubbliche scuse, attraverso il suo ambasciatore, per la morte dei due pescatori indiani, avanzando oltre tutto un “pacchetto” di risarcimento per le famiglie delle vittime in cambio di un processo per i marò”. Sarebbe auspicabile che la Meloni, forse impegnata nei contatti (o nelle trattative?) con Salvini, indecisa tra uno scatto di dignità ed un balzo nel vuoto dell’annullamento, e Storace, che, a differenza di chi scrive, si dice lontano dalla fazione degli antileghisti viscerali, si decidessero ad una vigorosa quanto netta denunzia dell’ennesimo strafalcione del puffo.

Interessanti sono due articoli apparsi sul “Corriere della Sera”. Nel primo Sergio Rizzo fa rilevare l’ennesima sorpresa della legge, cosiddetta o sedicente di stabilità, rappresentata dalla misura della legalizzazione di 7 mila sale da giochi (genitori e moglie, gioite e ringraziate chi siede lassù, sia chiaro non in Cielo ma a palazzo Chigi o al Quirinale) con commissioni composte da personale statale in quiescenza. Il giornalista non può fare di rilevare che il governo in carica “aveva deciso di vietare l’affidamento di incarichi pubblici ai pensionati statali.

Nel “fondo” Michele Ainis segnala che due strumenti, costituzionalmente previsti come eccezionali e straordinari, i decreti ed i voti di fiducia, sono diventati “la norma, la regola, la prassi”. Infatti il gabinetto attuale ha “sparato”, con l’avallo del presidente della Repubblica, 20 decreti e 30 fiducie, “record planetario”. Rileggiamo la conclusione, senza alcun commento, del resto inutile, pur con l’inevitabile richiamo all’assenza di una minoranza seria ed operativa :”Tu scopri che l’ultimo Consiglio dei ministri si è tenuto alle 4,40 del mattino, t’accorgi che il prossimo è stato convocato alla vigilia di Natale, e allora ti ficchi un elmetto sulla testa: dev’esserci una guerra benché nessuno l’abbia dichiarata. In secondo luogo l’urgenza impedisce programmi a lungo termine [seri], però in compenso alleva misure frettolose, strafalcioni, commi invisibili come quelli votati (si fa per dire) dai senatori sulle legge di Stabilità. […] Perché, laddove sussista una causa di forza maggiore, dovrà pur esserci una causa di forza minore, una vittima sacrificale. Ma quella vittima è la legalità”.