Alla Casa Bianca, il Presidente americano, Donald Trump, ha “mostrato i denti” alla sfera mondiale orientale, sottolineando che “finché sarò presidente l’Iran non avrà mai l’arma nucleare”, confermando nuove sanzioni economiche, ammonendo Germania, Francia, Cina, Gran Bretagna e Russia ad abbandonare definitivamente l’accordo sul nucleare del 2015. Trump è comunque disponibile alla rinegoziazione di nuovi accordi, al fine di evitare una ritorsione militare per gli attacchi missilistici iraniani. Nonostante sia stato da più parti accusato di aver agito in modo incompetente e improvvisato, le parole di ieri mostrano invece come Trump si sia mosso nell’ambito di una logica che, alla fine, potrebbe rivelarsi efficace. Non a caso, nella conferenza stampa alla Casa Bianca, il presidente ha rivendicato con forza l’uccisione del generale iraniano, Qasem Soleimani. E proprio a quell’eliminazione bisogna tornare per cercare di capire quale strategia Trump abbia messo in campo nel suo serrato confronto con Teheran. L’uccisione di Soleimani ha consentito innanzitutto a Washington di ristabilire la deterrenza contro la Repubblica Islamica: una deterrenza che, negli ultimi mesi, si era progressivamente erosa sotto i colpi di provocazioni e minacce.

Eliminando il generale, il presidente americano ha ripristinato una netta linea rossa, lasciando chiaramente intendere agli ayatollah di essere intenzionato ad intervenire in caso di salvaguardia della sicurezza nazionale: un chiaro avvertimento a chi considera il responsabile della Casa Bianca un semplice isolazionista. L’uccisione di Soleimani ha nei fatti permesso agli Stati Uniti di eliminare una delle figure politicamente più rilevanti della Repubblica Islamica: non solo il generale coordinava l’azione di Teheran nella regione mediorientale ma pare fosse candidato alle presidenziali iraniane del prossimo anno. Con la morte di Soleimani all’Iran è venuto meno un attore di alto profilo politico e militare, dandogli un duro colpo istituzionale.

L’assalto di dimostranti filoiraniani all’ambasciata statunitense di Baghdad lo scorso 31 dicembre: un atto che Soleimani avrebbe organizzato non solo in ritorsione per un raid statunitense avvenuto qualche giorno prima ma per spingere gli Stati Uniti a reagire e alimentare così il malcontento della popolazione irachena nei confronti di Washington. La strategia del generale defunto si è dimostrata però di taglio terroristico, infatti la protezione delle ambasciate è un principio base degli Stati Uniti e Trump ha voluto evitare quanto accadde con gli ostaggi in Iran del 1979 o con l’attacco terroristico di Bengasi del 2012: se il primo evento determinò la fine politica dell’allora presidente americano Jimmy Carter, il secondo ha rappresentato (e continua a rappresentare) un’oscura controversia per l’ex segretario di Stato, Hillary Clinton.

Nel suo discorso Trump ha criticato la politica estera, attuata da Barack Obama. “I missili che hanno lanciato ieri sera contro di noi e i nostri alleati sono stati pagati con i fondi messi a disposizione dall’ultima amministrazione”, ha dichiarato. E’ della campagna elettorale del 2016 che Trump critica l’accordo sul nucleare con Teheran di Obama e John Kerry come un’intesa mal negoziata. Il presidente ha ribadito però la volontà di aprire delle trattative, che l’inquilino della Casa Bianca vuole condurre da una posizione di forza rispetto all’interlocutore. Posizione che è stato proprio lui a costruirsi a partire dall’eliminazione di Soleimani.

Trump ha aperto il suo discorso smentendo le Guardie della Rivoluzione iraniana, secondo cui la pioggia missilistica avrebbe fatto circa ottanta vittime. “Tutti i nostri soldati stanno bene”, ha sottolineato. Non solo una rassicurazione alla nazione ma anche un modo per sottolineare l’inefficacia dell’attacco di Teheran. Un attacco che aveva mostrato dall’inizio limiti e incertezzze, con il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, che si era affrettato quasi subito a dire che la Repubblica Islamica non volesse un’escalation: posizione che strideva con i toni bellicosi, assunti invece dall’ayatollah Alì Khamenei e dal presidente Hassan Rohani. L’attacco missilistico non ha ricevuto avvalli dai principali alleati della Repubblica Islamica. Infatti secondo quanto reso noto dal premier iracheno, Adil Abdul Mahdi, l’Iran aveva avvertito Baghdad poco prima dell’operazione e Baghdad stessa potrebbe aver preallertato Washington.

Aspettando eventuali reazioni dell’Iran, sembra che Trump stia chiudendo in suo favore una crisi che sembrava essersi aperta nel peggiore dei modi. Si potrebbero adesso verificare delle influenze sulla campagna elettorale statunitense per le presidenziali del 2020, una delle principali critiche che viene rivolta al presidente dagli attuali candidati alla nomination democratica è la mancanza di una strategia in politica estera. Un’accusa che, adesso, Trump potrebbe essere pronto a rivoltare verso gli avversari. I democratici vogliono infatti presentare una risoluzione alla Camera per limitare i poteri del presidente sul dossier iraniano: circostanza che nasce dall’accusa, secondo cui Trump non avrebbe chiesto l’autorizzazione al Congresso per l’uccisione di Soleimani. L’intento potrebbe rivelarsi un boomerang, i sondaggi mostrano apprezzamento per l’eliminazione dell’alto ufficiale iraniano.

La linea dei democratici appare evanescente, nel 2011 Obama avviò l’intervento bellico in Libia senza chiedere alcun permesso al Campidoglio. Trump potrebbe così rafforzarsi. “Il responsabile della Casa Bianca ha dimostrato di non essere un lunatico che procede a tentoni ma di avere una sua logica e una sua strategia”. Trump ha una strategia realista, guidata dal principio di deterrenza e limitato pragmatismo negoziale. Una strategia che sta affascinando e convincendo aquile e falchi conservatori.