Libano è una nazione piccola e deliziosa ma tormentata. Vaso di coccio tra i vasi ferro, il Paese dei cedri da decenni resta sospeso in una parentesi di «non guerra» e «non pace». L’equilibrio, sempre precario, tra comunità e fedi si regge su una serie di compromessi e tanta corruzione.

Un buco nero che ha arricchito a dismisura un ceto politico rapace quanto inetto e ha finito per scatenare lo scorso ottobre la rabbia dei pazienti e molto disincantati beirutini provocando le dimissioni del primo ministro Saad Hariri. Si tratta di una protesta di popolo trasversale e multiconfessionale, del tutto inedita per un Paese uscito da una lunga guerra civile e tutt’oggi imperniato su una rigida spartizione dei poteri in base alle confessioni (il presidente deve essere cristiano, il premier sunnita, il capo del Parlamento sciita). Insomma, i massimi responsabili del collasso hanno ricostruito, loro malgrado, una traccia d’identità nazionale.

A fine novembre, per tentare di calmare le piazze il presidente della Camera Nahih Berri, ha proposto una vasta amnistia comprendente gli estremisti sunniti, i narcotrafficanti sciiti e (guarda caso) i «colletti bianchi» implicati nelle frodi fiscali e nel riciclaggio di denaro sporco. Insomma, una sorta di «liberi tutti» con una sola, significativa, eccezione: i reduci dell’Armée du Liban-Sud (ALS), la milizia cristiana fondata da Saad Haddad nel 1976. La questione è spinosa per tutti. Lo scorso 4 settembre è rientrato a Beirut, dopo un lungo esilio negli Stati Uniti, Amer Fakhoury, uno dei comandanti dell’ALS condannato a 15 anni per collaborazionismo con Israele. Appena atterrato l’uomo è stato arrestato e la sua pena è stata subitamente allungata di cinque anni per «crimini contro l’umanità» e a nulla è valso l’appello alla clemenza lanciato dai deputati cristiani della Courant patriotique libre un cartello sostenuto dalle Forces Libanaise di Samir Geagea e dal Kataëb dei Gemayel che nel 2011 avevano fatto approvare una legge (mai applicata per il veto di Hezbollah) che prevedeva processi equi per i miliziani che rientravano e assicurava garanzie alle loro famiglie.

Resta così aperto il pluridecennale nodo dei circa 7500 cristiani libanesi che per vent’anni hanno combattuto sulla frontiera meridionale a fianco d’Israele, prima contro le formazioni palestinesi e poi contro Hezbollah. Costretti, dopo il ritiro di Tsahal nel 2000, ad abbandonare il Libano, gran parte di loro vive da allora nello Stato ebraico che ha concesso a questa piccola tribù di «soldati perduti» e ai loro familiari cittadinanza e passaporti; faticosamente integratisi nel contesto israeliano, gli antichi militari svolgono per lo più attività nella sicurezza privata o si sono riciclati come agricoltori e, con l’aiuto della chiesa maronita di Haifa, cercano di conservare la loro identità, le loro tradizioni senza rinunciare a una malinconica fierezza. Elias Noura, uno dei rappresentanti della comunità, continua a difendere le scelte del passato. «Nella nostra regione non vi sono traditori. Noi siamo soltanto gente che ha imbracciato le armi per difendere i nostri villaggi. Poi, alla fine della guerra, i vincitori hanno potuto decidere chi era un traditore e chi no, chi poteva parlare e chi doveva tacere».

Tutto iniziò nel 1975 con lo scoppio della guerra civile e lo smembramento dell’esercito libanese divisosi tra sunniti pro palestinesi (l’Armée du Liban arabe) e cristiani filo occidentali (l’Armée de libération libanaise); al sud il maggiore greco-cattolico Saad Haddad e il suo battaglione si unirono ai loro correligionari con l’obiettivo di liberare le province meridionali dai fedayn palestinesi: considerati i rapporti di forza uno scontro impari e dall’esito scontato. Per sopravvivere Haddad, personaggio pragmatico e realista, si rivolse allora a Israele, il «nemico storico», che da subito non lesinò aiuti agli imprevisti quanto provvidenziali alleati. La vera svolta arrivò nella notte tra il 14 e il 15 marzo 1978 quando Gerusalemme lanciò un’invasione in piena regola che si fermò a quaranta chilometri sopra la frontiera, sulle rive del fiume Litani. Formata una «zona di sicurezza», gli israeliani ne affidarono il controllo proprio a Haddad che nell’aprile proclamò la creazione dello «Libero Stato del Libano», ribattezzando il suo piccolo esercito, rimpolpato da volontari drusi e sciiti, Armée du Liban-Sud. Nel giugno 1982 i miliziani parteciparono all’ennesima invasione israeliana contro l’OLP di Arafat e arrivarono sino alle porte di Beirut. Una vittoria brevissima. L’assassinio, il 14 settembre, di Bachir Gemayel, presidente della Repubblica e leader del Kataëb, infranse i sogni dei cristiani e privò i «sudisti» di un alleato di peso. Nel 1984, morto Haddad, il comando dell’ALS passò al generale Antoine Lahad; nel 2000 il nuovo ministro israeliano Ehud Barak decise di disimpegnarsi dal Libano meridionale: la fine della milizia e del «Libero Stato».

Per evitare rappresaglie e vendette, Lahad e i suoi si rifugiarono in Israele e in Francia. Un esilio amaro e senza fine. Considerati in patria «traditori e collaborazionisti» e puntualmente esclusi da ogni possibile amnistia, i più si sono adattati alla loro nuova vita pur continuando, come Noura, a rivendicare il loro patriottismo: «Noi siamo come i curdi abbandonati dagli americani. Abbiamo difeso la nostra terra e avevamo una sola bandiera, la nostra. Israele alla fine ci ha venduto a Hezbollah per i suoi interessi, con il tacito accordo dell’Occidente. Abbiamo pagato il prezzo ma non siamo dei rinnegati».