Abbiamo scritto, lo scorso dicembre, dell’ottimo film di Roman Polanski sul caso Dreyfus: “L’ufficiale e la spia”. Abbiamo scritto anche della diatriba che lo ha accompagnato: essendo stato presentato in concorso alla mostra di Venezia, il film ha ricevuto – prima che la rassegna cominciasse – l’ostilità della presidente di giuria, Lucrecia Martel. La regista argentina non rimproverava nulla al film in sé (al quale è difficile trovare pietre dello scandalo, a parte le apparizioni del bambolotto Garrel e dell’inerte Seigner): protestava però per la presenza al concorso dell’opera d’un uomo ricercato per stupro.

L’indignazione della Martel era un’ovvia ricerca di visibilità: dopo mesi dalla scelta dei film in concorso, sceglieva proprio l’inaugurazione per dirsi contrariata da un’inclusione contro la quale non si era mai espressa. Luca Barbareschi (co-produttore del film) reagiva con la consueta, superfluo veemenza; il diretto interessato rifiutava di replicare ma in un’intervista ammetteva d’essere triste per una persecuzione para-giudiziaria che sembra non aver mai fine, il resto della giuria faceva spallucce e assegnava quattro premi al film, tra cui il Leone d’Argento (per quello d’oro, gli si preferiva uno dei film meno interessanti di sempre: il “Joker” di un regista che col cinema d’autore non ha nulla a che fare, Todd Philips – se non si sono assecondate le ire femministe, almeno il “mainstream” andava accontentato).

Capitolo chiuso? Nemmeno per scherzo. In Italia abbiamo i David di Donatello, nel Regno Unito hanno i BAFTA, negli Stati Uniti si insultano il cinema, la qualità e l’intelligenza con gli Oscar; in Francia, ci sono i César. Il sottoscritto è pronto a incantenarsi di fronte alla Salle Pleyel, qualora alla nomination per la miglior attrice ricevuta da Eva Green per “Proxima” non faccia seguito una vittoria (lo scrivente non ha visto né la sua, né le prove delle altre candidate, ma questo è un dettaglio da nulla); e non è il solo ad assumere un atteggiamento acritico da tifoso.

Infatti le femministe francesi (e non solo) si sono scagliate contro la prossima (28 febbraio) edizione dei César: perché “L’ufficiale e la spia” è il film con più nomination (12: si è parlato di record, ma questo è detenuto dal “Cyrano de Bergerac” di Jean-Paul Rappenau e “Il profeta” di Jacques Audiard, che nel 1991 e nel 2010 ne ricevettero una in più; dodici è anzi un numero piuttosto ricorrente fra le nomination dei César) e no, alle femministe non interessa che il film sia di qualità, e che riguardi un tema della storia francese che tuttora affascina la Nazione.

Non ritengono accettabile che un film diretto da uno stupratore sia acclamato e candidato a premi (data la quantità di nomination, è poi improbabile che non riceva una quantità discreta di sculturine – il nome del premio è un omaggio a César Baldaccini, l’artista che ha realizzato il prototipo del trofeo).

Dicevamo in un precedente articolo: è sin troppo ovvio che quanto fatto da Polanski alla Geimer sia indifendibile. Lo stupro è un crimine orrendo, tanto peggio se ai danni d’una minorenne (sarebbe ovvio anche che l’omicidio e la pedofilia sono altrettanto riprovevoli, ma certa “intellighentsia” non ha trovato nulla di male nei delitti commessi da Cesare Battisti e da Gabriel Matzneff).

Resta però il fatto che, come in qualsiasi crimine, il colpevole debba rispondere soltanto agli inquirenti e alla vittima. I primi non sono mai riusciti ad acciuffare Polanski, e comunque hanno già emanato una sentenza; la seconda ha detto e ribadito d’aver perdonato il suo violentatore.

Non è chiaro cosa abbiano da aggiungere alla sentenza dei primi, e al perdono della seconda, delle feroci giustizialiste da “social network”: a parte idiozie come lo strillo “dodici nomination a Polanski come dodici sono le sue vittime di stupro” (spesso chi è in preda a manie inquisitrici aggira la differenza – fondamentale, non un cavillo – tra accusatori e vittime: dodici sono le accusatrici di Polanski, ma la vittima accertata è una; e delle accusatrici, è provato che più d’una stava millantando).

Ribadiamo anche che Polanski, nel 1969, ha perso la moglie, il figlio che aspettavano e quattro amici nell’orrore hippy del massacro di Bel Air. Da allora, la vita di Polanski e la sua visione del mondo sono stati improntati a “un pessimismo totale… una perenne insoddisfazione”; pensare quindi che all’epoca del caso Geimer, nel 1977 (appena dopo aver diretto e interpretato “L’inquilino del terzo piano”: un film cupo, opprimente, allucinato – eloquente, anche per i molti dettagli autobiografici, riguardo il suo stato d’animo), Polanski fosse un uomo completamente lucido e padrone di sé, sarebbe assurdo.

Non è una attenuante, tanto meno una giustificazione. Ma che donne completamente estranee alla vicenda, oltre quarant’anni dopo il fattaccio, scatenino un linciaggio mediatico contro un uomo tanto colpevole quanto stanco, vecchio, fragile e sofferente, fa di loro non delle giustiziere (di chi, d’una vittima che non ha il minimo desiderio di vendetta?), ma delle vigliacche.

È atteso per l’estate “Wonder Woman 1984”, sequel del film (semplicemente “Wonder Woman”, 2017) diretto da Patty Jenkins nel quale la supermodella israeliana Gal Gadot, erede dell’americanissima Lynda Carter, interpreta Diana di Themyscira, supereroina dei fumetti.

Il seguito avrebbe dovuto essere diretto da Brett Ratner; ma costui è stato investito dallo scandalo “Me Too” (a una prima accusa di molestie se ne sono aggiunte, forse per semplice emulazione, altre cinque), e la sua (scadente) produzione si è interrotta.

Sdegnata dalle accuse rivolte a Ratner (non da una condanna, infatti mai arrivata), la Gadot (la cui carriera cinematografica, almeno fino all’inclusione nel cast del prossimo film di Branagh su Poirot, non è più nobile di quella dell’accusato) si è compiaciuta d’averne imposto ai produttori il licenziamento (e la sua sostituzione con la ritrovata Jenkins). Ci si potrebbe chiedere perché l’incantevole figlia d’Israele, che al cinema interpreta una paladina dei bambini (fatene piangere uno, e Diana manderà gambe all’aria interi reggimenti), non si scandalizzi altrettanto per i massacri di bimbi palestinesi: anzi, pubblicamente ne sostenga la liceità.

A nessuno mancherà il mediocre cinema d’azione di Ratner (che tanto qualcun altro realizzerà, su commissione, al posto suo: come la natura, Hollywood non tollera vuoti), ma non c’è nulla di nobile nel gloriarsi d’aver distrutto la carriera a qualcuno; tanto più se la sua colpevolezza è tutt’altro che provata. C’è solo una tronfia esibizione di strapotere da parte del pensiero unico.

Quel pensiero unico che a Hollywood spadroneggia con una manciata di parole d’ordine. Una è appunto “Me Too”, il movimento scatenato dal rancore di attrici fallite nei confronti del (colpevolissimo) produttore Harvey Weinstein, a seguito del quale le attrici di Hollywood si sono divise tra: quelle in disarmo, contente di essersi vendicate; quelle affermate, che come la Gadot usano lo spauracchio del “Me Too” per imporre il proprio capriccio, spada di Damocle per tagliare teste dei “white male” meno graditi.

Appunto, “white male”: il “maschio bianco” è il bersaglio preferito degli strali di attrici, giornalisti, opinionisti, blogger. Lo si può usare per qualsiasi cosa: da questioni che riguardano il pianeta (Greta Thunberg è un’eroina perché strilla contro Donald Trump, epitome delle colpe dei “white male”), la storia e la letteratura (bisogna espungerne i protagonisti che siano sia maschi che bianchi… salvo accorgersi che sia la storia che la letteratura l’hanno fatta costoro), vicende private (Amber Heard si compiace di poter calunniare, in tribunale, l’ex marito Johnny Depp perché “nessuno crede più a un maschio bianco”).

L’altra parolina magica è “Obama”. Partecipando, con altri protagonisti dei film sui supereroi Marvel, alla domanda su chi fosse il suo eroe o la sua eroina nel mondo reale, l’attrice Brie Larson rispondeva, senza togliersi di dosso la solita espressione bovina (la Gadot almeno ha carisma), “Michelle Obama”; non forniva una spiegazione per la scelta – semplicemente, non ci sono motivi validi per individuare nella moglie del presidente statunitense più nocivo di sempre una “eroina” (a meno di accontentarsi della battaglia contro l’obesità – sacrosanta, ma condotta con poca convinzione e ancor meno risultati). La biondina californiana ha semplicemente obbedito ai soliti dettami della Hollywood liberal: Trump è Satana, Obama guarisce i lebbrosi col tocco e sua moglie cammina sull’acqua, i protagonisti dei film possono solo essere di colore e le rivendicazioni LGBT sono le questioni più importanti del pianeta.

Il concetto espresso da questa attrice hollywoodiana è dello stesso livello di quello ripetuto dalle torme di ragazzini che affollano i concerti d’una cantante pessima come Beyoncé e, ai giornalisti che fuori dagli stadi chiedono cosa li spinga a pagare biglietti costosissimi per venerare una urlatrice sguaiata ricoperta di pailettes, rispondono pavlovianamente “è una paladina dei diritti ellegibbitì”.

Il Pentagono sembra però tenerla in conto: Alison Brie è infatti protagonista di “Captain Marvel”, film realizzato con la consulenza del Pentagono, che ne ha anche curato la presentazione. La macchina propagandista del pensiero unico fa stare a braccetto femminismo sempliciotto, liberalismo straccione, disinformazione, paccottiglia e un militarismo degno di Reagan. Si tratta pur sempre della gente che vedeva in Obama un profeta di pace e in Trump un falco guerrafondaio… prima che entrambi cominciassero i rispettivi mandati.

Una confusione politica simile a quella di un “Truth – Il prezzo della verità”, un film nel quale Cate Blanchett interpreta la storia, realmente accaduta, di Mary Mapes, giornalista della CBS perseguitata per aver indagato sul passato di George W. Bush. Nella versione italiana dei dialoghi, la protagonista rivendica il suo diritto a essere “una liberale”, asserendo che sarebbe questo il motivo dell’accanimento giudiziario nei suoi confronti.

Nella narrazione del pensiero unico, tribunali di reazionari inquisiscono spiriti liberi, e il liberalismo è fatto coincidere con libertà e giustizia. Ma quanto sia credibile che negli Stati Uniti d’America l’ordine costituito guardi con sospetto “una liberale” è misterioso. A meno di leggere tra le righe una dicotomia destra-sinistra, ma così il discorso diventa ancor più confuso, pasticciato, disonesto: vuoi perché questa dicotomia, di fatto, negli USA non esiste; e vuoi perché anche a imbastire una sfida tra Repubblicani a “destra” e Democratici a “sinistra”, non è chiaro cosa abbiano i primi contro “una liberale”, e perché questa possa stare soltanto con i secondi.

Qualcuno ha gettato un sasso nello stagno della Hollywood conformista, nichilista, piaciona, vacua, laida. Ricky Gervais è sempre stato un pessimo comico (non per nulla David Bowie, artista immenso ma notoriamente dotato d’un umorismo terrificante, lo adorava): ma quando, ai Golden Globe di qualche settimana fa, ha negato dal palco che Jeffrey Epstein (il tycoon pedofilo morto in carcere prima di rilasciare testimonianze, portandosi nella tomba i “segreti” dei Clinton, dei settori più tenebrosi del Partito Democratico e di tante star) si sia suicidato, e ha accusato esplicitamente lo “star system” di essere una setta profondamente marcia, ha compiuto un atto di grande coraggio. Di fronte a lui, gli sguardi imbarazzati e infastiditi di attori e registi liberali e fighetti, gli arroganti che da anni pretendono di rappresentare l’America pulita e intelligente, in contrasto con la cafoneria di Trump e dei poveracci di provincia che lo votano: Robert De Niro, Matt Damon, Tom Hanks, Meryl Streep… tutti consapevoli, come il parlamento italiano sfidato da Craxi, che le accuse di Gervais sono non soltanto fondate: sono esatte.

Disinformazione, parole d’ordine, pressapochismo, pensiero unico. La rassegna in cui è cominciato l’ennesimo linciaggio ai danni di Polanski, la Mostra di Venezia, fu inaugurata da Mussolini col motto: il cinema è l’arma più forte. Qualche ospite americano deve averci scritto un appunto, e Hollywood ne fa ancora tesoro.