Jair Da Costa o semplicemente Jair era l’ala destra dell’Inter di Helenio Herrera, la squadra che negli anni sessanta vinse due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e tre scudetti. Jair era facilmente distinguibile in campo perché era l’unico con una fascia bianca alla vita, non ho mai capito se era una specie di pancera o la maglietta della salute che fuoriusciva dai calzoncini. Incidentalmente era mulatto ma per i tifosi nerazzurri era solo uno degli undici leggendari nomi della mitica formazione nerazzurra che si pronunciavano tutti assieme : “SartiBurgnichFacchettiBedinGuarneriPicchiJairMazzolaDomenghiniSuarezCorso”. Mentre negli Stati Uniti Martin Luther King doveva ancora lottare per i diritti della sua gente, in Italia non ricordo in quegli anni alcun tipo di emarginazione per gli uomini di colore.

A commentare le partite in televisione in quegli anni c’era il principe dei telecronisti italiani, Nicolo’ Carosio.

Elegante nei modi e nella dizione, Carosio sapeva raccontare le partite senza verbosità inutili, sobrio nei commenti e lontano da quel calcio urlato di oggi. Un vero signore a cui si accompagnavano altri due radiocronisti di razza come Enrico Ameri e Sandro Ciotti, a costituire un trittico di colti e competenti narratori, appassionati di calcio e di sport.

Poi un giorno ai mondiali in Messico del 1970 , Carosio si trovo’ ad arbitrare Italia-Israele, partita che precedette di alcuni giorni il “Partido del Siglo”, la semifinale Italia-Germania 4-3.

Durante l’incontro con Israele , ad un certo punto venne annullato un gol, pare regolare, di Gigi Riva , per un fuorigioco secondo il guardalinee etiope Seyoum Tarekegn. La partita termino’ 0-0 ed il commento finale di Carosio fu :” Siamo stati sfortunati.” Qualcuno ravviso’ una certa insistenza del nostro telecronista nei confronti dell’errore del guardalinee etiope, peraltro mai documentata.

Fatto sta che il giorno dopo Nicolo’ Carosio venne allontanato definitivamente dalle telecronache Rai e la mitica Italia-Germania affidata a Nando Martellini, il suo vice.

Colpa di Carosio aver definito il guardalinee etiope “negro” o addirittura “negraccio”. A quei tempi non c’era la moviola, nessuno si prese la briga di controllare quella che oggi sarebbe definita una “fake news” , ed il povero grande telecronista scomparve dai teleschermi di tutta Italia,  con l’accusa di un razzismo inesistente, per epiteti mai pronunciati, come documentato decenni dopo.

Per quale motivo ci fu questo accanimento contro Carosio ? Perché nessuno lo difese ?

Allora non c’erano nemmeno La Repubblica o L’Espresso a bollare qualcuno di fascismo o di razzismo, giusto per il gusto di calunniare il prossimo. Pero’ in effetti nella carriera di Carosio esisteva una colpa grave che a qualcuno di sinistra poteva non piacere, anticipando la dittatura del pensiero unico.

Nicolo’ Carosio fu il protagonista delle radiocronache dei due mondiali vinti dalla nazionale azzurra di Pozzo nel 1934 e nel 1938 e delle Olimpiadi di Berlino del 1936. Carosio aveva solo svolto il suo compito di cronista sportivo ma si vede che qualcuno aveva giurato di fargliela pagare, confondendo il suo attaccamento alla nazionale per apologia di fascismo.

Fu Enrico Ameri, il suo collega prima voce di “Tutto il calcio minuto per minuto”, a “vendicarlo”, in un certo senso, affiancando Giorgio Almirante, come testimonial, in una memorabile Tribuna Politica di alcuni anni dopo. In un’altra occasione fu il grande Aldo Fabrizi a sostenere il segretario del MSI. 

Un altro che difese Carosio fu Enzo Tortora compromettendosi con un commento sul Resto del Carlino, affermando che anche  l’Aida di Giuseppe Verdi avrebbe dovuto non essere più trasmessa dalla Rai perché si parlava di etiopi. Quale fine abbia fatto Enzo Tortora, a cui fu tolta la conduzione delle Domenica Sportiva, lo sappiamo tutti e furono pochissimi a difenderlo.

Oggi il pensiero unico spopola in televisione e nella comunicazione in generale, ma fortunatamente non tutte le ciambelle riescono con il buco. Un esempio divertente è l’intervista telefonica, nella trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora”, al papà di Moise Kean, il giovanissimo attaccante della Juventus e della Nazionale, di origine della Costa d’Avorio. Per quanto la trasmissione sia caratterizzata da una certa intelligenza ed ironia, i conduttori cercavano di far recitare al signor Kean la parte dell’immigrato nero che deve ragionare secondo uno schema prefissato.

Vi riassumo in soldoni i punti salienti dell’intervista.

“Suo figlio Moise aspira ad avere la cittadinanza? E’ favorevole allo ius soli ?” domanda in studio.

“Veramente siamo in Italia da trent’anni e mio figlio è cittadino italiano.” La risposta di papà Kean.

“Suo figlio è un ammiratore di Balotelli ?”

“Sicuramente dal punto di vista calcistico, ma gli ho detto di non seguire il suo esempio fuori dal campo.”

“ E in politica ?”

“Simpatizzo per Salvini .”

“Quindi aiutiamo gli africani a casa loro?” domanda formulata con sottile ironia.

“Esattamente.” Risposta decisa e sicura di papà Kean.

Ma come, un nero che pretende di ragionare da bianco, che non vuole stare nel suo ghetto ideologico, che non apprezza la solidarietà dem? Ma chi crede di essere?

“Signor Kean, dobbiamo chiudere la telefonata, pubblicità.”