L’isteria “antirazzista” innescata dalle proteste per l’uccisione di George Floyd sta oramai superando i limiti del buon senso e del ridicolo. Se in Svizzera la famosa catena di supermercati Migros ha deciso di ritirare immediatamente dai suoi scaffali i dolci chiamati “moretti” o, in tedesco, “mohrenköpfe”, cioè teste di moro, in USA la piattaforma di video in streaming HBO Max ha eliminato dalla sua offerta “Via col vento” il film più visto di tutti i tempi, pietra miliare della storia del cinema, vincitore a suo tempo di otto premi Oscar, poi di altri due Academy Awards onorari, da decenni una celebratissima icona della memoria collettiva.

Uno degli otto Oscar, quello per la migliore attrice non protagonista, era stato assegnato per l’interpretazione di Mami a Hattie McDaniel, prima afroamericana ad avere una nomination e a vincere l’Oscar in una società ancora fortemente segregazionista nella quale i neri erano ancora lontanissimi dal vedere riconosciuti i loro diritti. Un fatto che in quel contesto assume una valenza significativa, che dovrebbe indurre a ricordare il kolossal di Victor Fleming tratto dal romanzo omonimo di Margaret Mitchell come una piccola tappa dell’emancipazione razziale, non del razzismo.

Ma l’ossessione politicamente corretta non guarda in faccia nessuno e non ama le analisi equilibrate per cui il portavoce di Warner Media, proprietaria di HBO Max, ci fa sapere che “si tratta di un prodotto del suo tempo e raffigura alcuni dei pregiudizi etnici e razziali che, purtroppo, sono stati all’ordine del giorno nella società americana. Queste rappresentazioni razziste erano sbagliate allora e lo sono oggi e abbiamo ritenuto che mantenere questo titolo senza una spiegazione e una denuncia di quelle rappresentazioni sarebbe irresponsabile”.

Già il suo tempo, vale a dire l’America degli anni ’30, un paese profondamente razzista nel quale nel 1896 la Corte Suprema con la sentenza Plessy vs Ferguson aveva definitivamente sancito la legittimità della segregazione razziale secondo la dottrina del “separate but equal” (separati ma uguali), favorendo l’emanazione di leggi (le cosiddette Jim Crow Laws) e prassi che l’avevano estesa rapidamente a tutto il paese ed a tutti i settori della società.

Un’epoca nella quale a oltre 70 anni dal proclama di Lincoln che aveva abolito la schiavitù, gli afroamericani si trovavano ancora in condizioni di profonda sottomissione e non godevano dei diritti civili né di effettivi diritti politici e men che meno della parità con i bianchi, peraltro nemmeno adesso pienamente raggiunta.

La Baseball Color Line, la regola non scritta che impediva ai giocatori di colore di giocare nella Baseball Major League, ad esempio, venne infranta solo nel 1947, quando Jackie Robinson fu ingaggiato dai Dodgers e divenne, non senza problemi, il primo giocatore professionista di colore del baseball e solo un anno più tardi, nel 1948, il presidente Truman pose fine alla segregazione nelle forze armate, iniziata nel 1863 con la creazione nell’armata Unionista delle United States Colored Troops. Che l’esercito dei liberatori dell’Europa praticasse per legge la discriminazione razziale è un fatto troppo spesso dimenticato, così come la constatazione che il baluardo della libertà e della democrazia contro le dittature fosse sempre stato in realtà un paese profondamente razzista nei confronti delle sue minoranze etniche, dai nativi americani ai discendenti degli schiavi africani. In un contesto del genere “Via col vento” non dovrebbe certo essere un problema, casomai il contrario come si è detto.

Piuttosto per capire bene di cosa stiamo parlando si dovrebbe valutare il comportamento di un intoccabile, di un venerato padre della patria come Franklin Delano Roosevelt che nel 1936 per motivi elettorali si era rifiutato di ricevere alla Casa Bianca Jesse Owens reduce dal trionfo alle Olimpiadi di Berlino. Lo stesso Owens che la propaganda dell’epoca dipingeva come un eroe antirazzista, simbolo della opposizione americana al razzismo tedesco.

“Hitler non mi snobbò affatto, fu piuttosto Franklin Delano Roosevelt che evitò di incontrami. Il presidente non mi inviò nemmeno un telegramma”, scrive Owens nelle sue memorie (The Jesse Owens Story, 1970).

Impegnato in una dura campagna elettorale dall’esito ancora incerto, FDR non poteva permettersi di inimicarsi l’opinione pubblica degli stati del Sud ed i potenti notabili del suo partito che li governavano da sempre con politiche duramente segregazioniste.

Mostrarsi con un campione nero e celebrarne pubblicamente il trionfo sarebbe stato un grave errore politico che Roosevelt evitò accuratamente, ignorando del tutto Jesse Owens e dando vita allo squallido paradosso di un atleta americano di colore allo stesso tempo eroe (forse suo malgrado) della lotta al razzismo fuori dagli USA e vittima del razzismo in patria.

“Dopo tutte quelle chiacchiere su Hitler ed il suo disprezzo, sono tornato nel mio paese ma sull’autobus non mi potevo sedere liberamente, ero obbligato a restare nella parte posteriore. Non potevo vivere dove volevo. E allora quale sarebbe la differenza?” osserva ancora Jesse Owens nella sua autobiografia.

Non sarà certo con l’ipocrisia a buon mercato della censura a “Via col vento” o abbattendo le statue di Cristoforo Colombo o del Generale Robert Lee che la società americana risolverà un problema vecchio come gli Stati Uniti (i cui padri della patria, Washington, Jefferson, Franklin, erano tutti proprietari di schiavi) come aveva già osservato de Tocqueville nel 1835.

Ovviamente qui da noi non potevamo certo rimanere esenti dal tributo all’ignoranza politicamente corretta.

Una sconosciuta ma ideologicamente ben collocabile associazione denominata “I sentinelli di Milano” ha deciso di dare un patetico contributo alla campagna iconoclasta e ha chiesto la rimozione della statua (per la verità piuttosto brutta) di Indro Montanelli dai giardini pubblici.

“A Milano ci sono un parco e una statua dedicati a Indro Montanelli, che fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l’aggressione del regime fascista all’Etiopia. Noi riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti e richiamiamo l’intero consiglio a valutare l’ipotesi di rimozione della statua, per intitolare i Giardini Pubblici a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città Medaglia d’Oro della Resistenza” [non poteva certo mancare… NdR].

Così tuonano gli sconosciuti “sentinelli” anche se non si capisce bene chi siano e chi rappresentino, a parte l’ignoranza e la misera sottocultura di una certa sinistra, subito seguiti ad altri loro simili come l’ARCI Milano.

Di per sé la notizia sarebbe assolutamente insignificante: i bar, i circoli delle bocce, le assemblee di condominio sono pieni di soggetti abituati a sfornare proposte ridicole e bizzarre. Solo che l’esaltazione del momento ha fatto si che la sparata venisse ripresa con grande evidenza da tutti i giornali fino ad approdare al Consiglio Comunale dove qualche consigliere PD è persino riuscito a prenderla sul serio, come Diana De Marchi che pare sia disposta a farsi portatrice della proposta e potrebbe chiedere il dibattito in aula a Palazzo Marino: “Ne parlerò con il gruppo quando riceveremo la richiesta. Certo, sarebbe tema della mia commissione e la storia tra Montanelli e una giovanissima donna eritrea così descritta era una brutta pagina per i diritti”, seguita dal collega di partito Alessandro Giungi che non vede perché evitare di perdere tempo a discutere di stupidaggini: “In aula discutiamo di tutto e se ci sarà richiesta in tal senso, perché non dovremmo farlo?”.

A questi fantomatici “sentinelli” e ai loro seguaci comunali ricordiamo che se fossero rigorosi non dovrebbero fermarsi a Indro Montanelli, essendoci a Milano molti altri titolari di vie e statue politicamente scorretti: Cristoforo Colombo, già preso di mira in USA, Giuseppe Garibaldi, trafficante di schiavi in Sudamerica, Andrea Doria, che oltre ad avere finanziato la spedizione di Pizarro in Perù vendeva come schiavi i prigionieri saraceni, George Washington, latifondista della Virginia e proprietario di schiavi, persino Dante Alighieri, tutt’altro che incline alla tolleranza verso religioni e stili di vita diversi dai suoi. Per non parlare dei Romani, notoriamente grandi sfruttatori di schiavi, abituati a sottomettere e maltrattare brutalmente le popolazioni sottomesse: Giulio Cesare, Augusto, Traiano, Settimio Severo, Marco Aurelio, Adriano, tutti presenti nella toponomastica milanese.

Perché quando si innesca la stupidità senza controllo si sa dove si inizia ma non dove si va a finire.