Da Gerusalemme si avanzano dubbi sull’azione statunitense in Siria contro i fondamentalisti dello Stato Islamico. Secondo il quotidiano israeliano “Jerusalem Post“,  l’appoggio dell’amministrazione guidata da Barack Obama ai ribelli siriani preoccupa anche gli Americani. E’ soprattutto il piano del presidente statunitense di fornire ingenti carichi di armi ai guerriglieri che combattono in Siria a sollevare le perplessità crescenti  di funzionari del Congresso e dell’Intelligence Usa perché non fornisce sufficienti garanzie che le armi non finiscano nelle mani sbagliate, ovvero dell’Isis.

L’invio massiccio di armamenti e munizioni alle forze ribelli siriane presunte “moderate” ha sostituito il piano approntato dal Pentagono per l’addestramento dei ribelli laici, che si è rivelato un imbarazzante fallimento: a fronte di una spesa di oltre mezzo miliardo di dollari, la Central Intelligence Agency statunitense e il Pentagono sono riusciti a individuare appena 180 ribelli privi di legami con l’estremismo islamico; tra questi, ne sarebbero attivi in Siria meno di un centinaio.

Il nuovo piano per “combattere lo Stato islamico” nel nord del paese è stato avviato dagli usa l’11 ottobre scorso, quando velivoli da trasporto strategico C-17 statunitensi hanno paracadutato decine di tonnellate di armi e munizioni ai ribelli. Il nuovo piano, che costerà ai contribuenti statunitense 580 milioni di dollari, non prevede però, secondo fonti d’intelligence e del Congresso, alcuna forma di verifica dell’identità dei beneficiari delle armi, impossibile quindi garantire che non si tratti di organizzazioni estremistiche o addirittura di gruppi qaedisti.

Il deputato democratico Adam Schiff, membro della Commissione d’intelligence della Camera dei rappresentanti Usa, si dice favorevole al piano dell’amministrazione Obama, poiché si concentra su “gruppi di combattenti veterani con cui Washington ha già consolidato un rapporto”. Lo stesso deputato, però, ammette che “la storia di questa guerra ha dimostrato come sia praticamente impossibile garantire che il supporto materiale fornito sul campo resti nelle mani giuste”.

Il Pentagono sostiene di “comunicare direttamente” coi gruppi destinatari delle armi e di monitorare il loro impiego. Il sottosegretario alla Difesa Usa Christine Wormouth ha spiegato che il Pentagono sta tentando di mitigare i rischi anche “fornendo solo armamenti di base, almeno all’inizio”. A sollevare perplessità – scrive la “Jerusalem Post” – è anche la Turchia, che non teme tanto che le armi possano finire nelle mani dei terroristi, quanto delle milizie curde, che pure sono tecnicamente un prezioso alleato della coalizione anti-Isis guidata dagli Usa.