In questi giorni, gli argomenti forti non mancano. Ci ha lasciati Gigi Proietti, uno dei migliori artisti italiani di sempre, e grande simbolo della romanità. L’emergenza Covid infuria, l’Italia è tornata al “lockdown”, la differenza di trattamento fra regioni sta portando a tensioni. Le elezioni presidenziali negli USA non vedono ancora un definitivo vincitore, sono state palesemente truccate (300mila voti che scompaiono, lotti di 37mila schede con solo voti per Biden…) e ciò porterà a degli scontri.

Non solo il grande Proietti: abbiamo salutato anche “Highlander”, l’immortale di Edimburgo, Sean Connery. Che a lungo ha lottato contro la sua identificazione col personaggio cui comunque doveva il suo successo: James Bond, l’agente 007 dei romanzi di fanta-spionaggio scritti da Ian Fleming, e di tanti film a essi ispirati.

James Bond… stamattina mi risuonava in testa (essendo vacua, è un’ottima cassa di risonanza) una canzone di Kate Bush, “James and the Cold Gun”. In questo brano, dal suo primo album (“The Kick Inside”, contenente la ben più nota “Wuthering Heights”), il folletto di Welling immagina d’essere una Bond-girl delusa dal super-agente al servizio segreto di Sua Maestà: sedotta e abbandonata, gli rimprovera d’essere tanto dedito alla violenza, da non riuscire più a provare sentimenti (“Remember Genie, from the casino? She’s still a-waiting in her big brass bed… James, you’re selling your soul to a cold gun”).

Perché prestavo la mia scatola cranica al miagolio stregonesco della grandissima cantautrice albionica? Avendo in essa tanto spazio libero da esserci l’eco, non potevo ospitarvi pensieri più importanti – il duello Trump vs. Biden, ad esempio?

Ero stato spinto a tale rievocazione uditiva da un articolo letto al risveglio, sul notiziario internet TgCom24; al di là d’una considerazione sulla testata in questione – Mediaset non può, non deve permettersi di ripetere per mesi la vanteria sulla qualità superiore dell’informazione che offre, per poi proporre articoli come quello in questione, opportunamente non firmato: un découpage d’interviste tradotte dall’inglese in maniera peggio che dozzinale, imbarazzante: una vergogna, l’ennesimo contributo all’affossamento del giornalismo italiano – il nocciolo della questione è che sembra ormai sicuro che protagonista dei prossimi film su 007 sarà un’attrice di colore: James sarà sostituito da Nomi, interpretata da un’attrice giamaicana mia coscritta, con all’attivo qualche telefilm.

L’articolo (dopo aver definito Connery “mitologico”: sarebbe il momento di smetterla con l’uso e l’abuso di aggettivi impropri – Connery è stato grandissimo, ma la mitologia è altra cosa) comincia sostenendo che Lashana Lynch sarà protagonista sostituirà Daniel Craig già nel prossimo film di 007, “No Time To Die”, la cui uscita, prevista per il febbraio scorso, al momento è prevista per il prossimo aprile: e ciò è falso, perché sì, la Lynch recita in tale film, ma protagonista di esso è ancora il Bond di Craig. Con buona pace dell’informazione sempre esatta e precisa di Mediaset.

L’articolo cita una dichiarazione, che sarà poi ripetuta, dell’attrice: “Devo solo ricordarmi che si aperta una conversazione e che io sono parte di qualcosa di rivoluzionario”. Megalomania a parte: quale “conversazione” si è aperta? Bond chiacchiera con la regina d’Inghilterra davanti a una tazza di thè?

L’articolo stesso smentisce poi la “speculazione”, di “parte della stampa” (quella che, come uno spot di Mediaset ha ripetuto per tutta la scorsa estate, fa informazione scadente – a differenza del colosso di Cologno Monzese) stando alla quale la Nomi della Lynch avrebbe già sostituito del tutto Bond. Eppure, nel primo capoverso si diceva che costei avrebbe “impersonato il ruolo” dello stesso Bond.

Prosegue la traduzione maccheronica di quanto dichiarato dall’attrice: “Li vedi che all’inizio sono due persone molto diverse che devono lavorare insieme in un modo in cui non hanno mai fatto prima”: li vedi chi, i quattro amici al bar di Gino Paoli? L’informazione di qualità non dovrebbe evitare la sciatteria?

Tornando al film “No Time To Die”, il paragrafo successivo afferma che “la giovane attrice si prenderà quindi un ruolo che finora è stato una prerogativa maschile”… quindi Nomi è già protagonista? Kate Bush sostituisce Moneypenny? Anche il gatto bianco di Blofeld è diventato nero? Il cavallo di Napoleone di che colore è adesso?

Un “traguardo” (allora siamo a un risultato definitivo, Nomi è già del tutto protagonista?) che, “come avviene spesso in alcuni tipi di rivoluzione” (addirittura…), “non è stato raggiunto in modo indolore”: gli attacchi, via social network, a Lashana Lynch, “sia come donna sia come persona di colore” (come non pensare alla “mitologica” espressione di Salvini: “lo dico da padre, prima che da ministro”?), l’hanno “costretta a prendersi una pausa dai social media”.

I sacrifici, i patimenti, le avversità affrontate dai rivoluzionari! Gesù sulla croce, i dublinesi asserragliati nel palazzo delle poste cannoneggiato dai britannici, Guevara braccato nella giungla boliviana, i palestinesi che lanciano sassi contro i carri armati israeliani… e la Lynch che disattiva provvisoriamente i suoi profili “social”. Hasta la revoluciòn, Lashana!

“Questo non mi demoralizza” (meno male, altrimenti basterebbe davvero poco), dice la novella Fantine: “la gente reagisce a un’idea che non ha nulla a che fare con la mia vita”. Scusi signorina Lynch, a quale idea? E scusa ancora, ma della sua vita non è che proprio ci curiamo tanto…

“Nell’intervista a Harper’s Bazaar ha detto [chi? d’accordo che lo sappiamo, ma sarebbe buona cosa cominciare un paragrafo col soggetto] che si è preparata emotivamente per ciò che sarebbe stato inevitabile”. Sì, urge una rivoluzione: quella contro il dilagare degli avverbi, o comunque dell’uso pleonastico di espressioni da psicologi del dopolavoro.

“In particolare alcuni gruppi di destra si lamentavano del fatto che il ruolo di 007, precedentemente usato [sic!] solo da uomini bianchi, fosse stato [sarebbe meglio il congiuntivo imperfetto del trapassato remoto, ma non sottilizziamo al cospetto dell’informazione superiore di Mediaset: qualità superiore] assegnato a una donna di colore”. Eccoli, sono sempre loro! I gruppi di destra! Peggio della Spectre, del programma Smersh, della Triade cinese!

Ad Harper’s Bazaar, stando all’anonimo redattore del TgCom24, la Lynch avrebbe detto: “Sono una donna delle donne di colore”. I casi sono tre: l’attrice si è presentata all’intervista in stato confusionale (forse non era ancora “preparata emotivamente”); ad Harper’s Bazaar si sono bevuti il cervello; le pretese di Mediaset di fornire informazioni di livello superiore si scontrano con (tra gli altri problemi) qualche difficoltà con la traduzione dall’inglese.

Ma diamo ancora voce a Miss Lashana: “Ho cercato un momento nella sceneggiatura nel quale i membri della comunità nera potessero annuire con la testa [lorsignori con quale altra parte del corpo annuiscono?], felici di veder rappresentata la loro vita reale”. Quali film, meglio della saga di 007, danno un’idea della vita reale? Una spia super-addestrata che salva il mondo ed è forte come un toro pur fumando come una ciminiera e ingozzandosi di Martini, spie russe con le lame nella punta delle scarpe, sicari con tre capezzoli, donne che vanno in giro a presentarsi come “signorina Figa in Abbondanza”, boss con gli squali nel salotto, uomini alti due metri e mezzo con i denti di ferro, bellone soffocate con la vernice dorata, automobili che circolano sul fondo del mare… ma sì, vicende quotidiane, tutto ordinario.

TgCom24 investe Lashana Lynch d’un importante compito: “superare stereotipi, luoghi comuni e discriminazioni legati all’etnia” – a me, questo periodo sembra formato da tre stereotipi, ma il mio parere non importa. Conclusione affidata a Lashana/Nomi stessa: “Ci stiamo allontanando [noi chi?] dalla mascolinità tossica [a proposito di luoghi comuni: quello, imposto dal pensiero unico, che in questo vago concetto vede un “nemico”] e questo succede perché le donne sono aperte, esigenti”. Oppure, succede perché gli ennesimi burattini fanno signorsì e ripetono sempre le solite banalità: etnia, genere, mascolinità tossica, LGBT, Obama buono, Trump cattivo.

Lasciando da parte il costernante livello dell’articolo (terribile per la forma, e persino peggiore per la sostanza), l’incapacità di Miss L.L. d’esprimere un pensiero, un’opinione, andare più in profondità di quanto richiesto, prescritto dal politicamente corretto, e in nome di questo partire da una pretesa aprioristica (se il lettore condivide il punto di vista del redattore e dell’informata, è bravo, se no è un retrogrado imbecille); il punto è che, per quanto i soliti soldatini (l’articolista come l’attrice) mettano le mani avanti (chi non è d’accordo è brutto, cattivo, reazionario, trumpista, retrogrado, ignorante, mascolinamente tossico e tossicamente mascolino): innanzitutto, si è liberi di non gradire la novità; secondariamente, le vostre baggianate ve le portate altrove.

James Bond non è un personaggio di fantasia: ha tanto impressionato il pubblico, da essersi concretato nel mondo reale. Le sue storie non sono, come crede la Lynch (che del resto è convinta di fare la rivoluzione…), “vita reale”: ma l’immagine di quest’uomo bello, intelligente, abile, a suo agio nel bel mondo e soprattutto con le belle donne, ha tanto colpito milioni di spettatori in giro per il mondo, da aver avuto sul costume degli scorsi decenni più peso di molti uomini di spettacolo, sport, politica realmente vissuti o viventi.

Mi spiace per voi, marionette sterilizzate, sbavanti per le questioni LGBT e per la “body-positivity”, per il politicamente corretto e contro il “whitewashing” e qualsiasi altra parola d’ordine ripetiate per dar retta all’Huffington Post, così rincoglioniti da credere che Obama abbia portato la pace nel mondo, soltanto perché vi hanno detto di ripeterlo. Mi spiace mezze calze adirate contro la “mascolinità tossica”, ma James Bond è un maschio vero: vero perché concretamente reale (quanti uomini si presentano con “cognome, nome e cognome” solo per imitarlo, chiedono il Martini “shakerato, non mescolato”, quante volte è stata citata la “gunbarrel sequence”, o per scherzo ci si mette con la mano destra a forma di pistola davanti allo zigomo sinistro e la mano sinistra sotto il gomito destro, quante discussioni su chi sia più figo tra Connery e Moore?); vero perché con le donne fa il galante in maniera quasi pavloviana, perché è fisicamente vigoroso, perché si mette in cravatta e ha la mania per le automobili.

Nulla di razzista. Per il futuro Bond, era stato fatto il nome di Idris Elba: nessuno scandalo. Un attore molto bravo, assai bello, e con la prestanza fisica giusta; di colore? Chissenefrega: sarebbe stato adatto all’idea di uomo che 007 rappresenta. Un gran figo (perché la “mascolinità tossica” questo è: essere fighi, e al politicamente corretto ciò sta male, perché il politicamente corretto è per smidollati).

James Bond è quello, nessuno obbliga a farselo stare simpatico. Però è così, il suo “quid” è questo. Non vi sta bene? Preferite un altro personaggio, meno maschio (che orrore) e meno bianco (che raccapriccio)? D’accordo, guardatevi qualcosa d’altro.

Magari “Cuties”, il telefilm di Netflix con le ballerine preadolescenti in tuta aderente. Lo consiglia Joe Biden.