Tra tanti imbarazzi e fastidi è arrivato alla mostra di Roma il film su Jan Palach. Un bel lavoro di Robert Sedlácek. Terribilmente scomodo, ma crudo, vero, autentico.
Ecco la storia. Pochi mesi dopo l’invasione sovietica della Cececoslavacchia, il 16 gennaio 1969 Jan si recò in piazza San Venceslao, nel centro di Praga, e ai piedi della scalinata del Museo Nazionale si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco con un accendino. Morì dopo tre terribili giorni di agonia. Una protesta estrema contro l’oppressione comunista e il silenzio assordante dell’Occidente. Fiamme e morte.

La pellicola di Sedlácek narra il travaglio del ragazzo, la sua convizione fosse suo dovere risvegliare la coscienza di una nazione addormentata e sacrificare se stesso per la libertà del proprio paese.

«Ho avuto l’onore di portare sullo schermo uno dei più grandi eroi della nostra storia – dice il regista – in un film che riflette sulla lotta contro il potere. Ogni popolo ha bisogno di persone che sappiano ribellarsi contro la tirannia non solo con le parole, ma anche con le azioni. Ogni popolo ha eroi che lo rappresentano e uno di questi per noi è Palach, un personaggio fuori dal comune. Ma perché parlare di lui oggi? Perché la sua storia sia da monito per noi e le future generazioni, anche se la situazione dei nostri giorni non è paragonabile a quella dei tempi di Palach, quando bisognava dichiarare che il nero era bianco, il bianco era nero e che l’occupazione era un “aiuto fraterno”. Recentemente sono stato invitato a presentare il film a un festival per ragazzi nella Repubblica Ceca, ed ero molto preoccupato, non pensavo che Jan Palach fosse un lavoro adatto ai giovanissimi. E invece la giuria di ragazzini dagli 11 a 15 anni lo ha premiato. E anche nei licei la reazione è sorprendente».

Dopo più di mezzo secolo Sedlácek continua a sperare. «Credo nella democrazia, anche se il marketing ha preso il sopravvento. Oggi Dio è stato sostituito dal potere di chi ci governa, che utilizza sofisticate menzogne destinate a complicare la comprensione della vita reale».
La sofferenza di Palach è resa anche da una lunga scena che si sofferma sul suo corpo martoriato. «Mi sono molto interrogato su quanto questa scena dovesse durare. Inizialmente era anche più lunga e capisco che possa suscitare grande impressione. Ma non si tratta di manierismo registico: innanzitutto volevo che fosse chiara tutta la drammatica portata di quel gesto. In secondo luogo quel momento riassume il senso dell’intero film: chi si ribella al proprio destino paga un prezzo assai alto». Ma conserva l’onore. Jan non è morto invano.