Da una parte chi sradica il proprio passato, dall’altra chi lo ripercorre, lo sfrutta e ne trae spunto per la rinascita. C’è qualcosa di profondamente metaforico dietro quello che in questi giorni sta accadendo in Turchia e nell’estremo Occidente.

Recep Tayyip Erdogan, con una mossa culturale e politica senza precedenti, ha deciso di riprendere l’ex cattedrale di Santa Sofia di Istanbul, oggi museo nazionale, per convertirlo in luogo di preghiera. Un’immagine potente con cui il sultano ha scelto di lanciare un segnale al mondo musulmano e in generale a tutto il pianeta: se la Turchia rinasce come potenza regionale e internazionale, lo fa partendo dalle radici sul suo impero, ovvero l’islam e l’idea di unire i popoli di religione musulmana. Un gesto che non può non scuotere le coscienze. Lo ha già fatto con quelle dei fedeli ortodossi, in particolare i greci, che vedono nella mossa di Erdogan un pericoloso avvertimento che li riporta indietro di secoli, quando la bandiera ottomana svettava dai Balcani fino ai territori arabi e del Nord Africa. Ma dovrebbe smuovere anche le coscienze di altri popoli, che dovrebbero ricordare cosa ha significato la caduta di Costantinopoli per la storia dell’uomo e cosa potrebbe invece significare la scelta finale del presidente turco di “cancellare” la storia recente di Ankara riconvertendo in moschea Santa Sofia e la Turchia in impero di matrice islamica.

Ma l’impressione è che questo, come tanti altri gesti di Erdogan, non potrà essere compreso né capito nella sua profondità. L’Occidente non può farlo non perché non ne avrebbe la capacità, ma perché è ormai completamente ignaro della valenza dei simboli e considera anzi fondamentale eliminare tutto ciò che rappresenta le proprie radici. La furia iconoclasta che in queste settimane ha investito l’America e l’Europa dopo la morte di George Floyd è un punto di non ritorno per capire fino a che punto stia crollando l’importanza della storia e delle radici nel mondo occidentale. Le statue di Cristoforo Colombo, decapitate, abbattute o rimosse, come fossero quelle di un dittatore sanguinario dopo una rivoluzione, mostrano come il dado ormai sia tratto.

L’Occidente, nella sue forme più progressiste, ha scelto la via del parricidio, consumando un crimine che non porterà ad alcuna rinascita ma semplicemente all’autocondanna. Cancellare la storia senza ricostruire nulla non darà alcun impulso a un miglioramento della vita del nostro mondo. Ma darà modo a chi lo contrasta di penetrare come coltello nel burro, perché non avrà alcuno schermo culturale e storico a fare da freno.

Erdogan lo sa benissimo. Ma lo sanno benissimo tutte le grandi potenze orientali, che non a caso non hanno dimenticato né rinunciato alle proprie radici. Certo, tutto ha un prezzo. Ripercorrere le proprie radici potrebbe anche segnare la fine di un’evoluzione per rinchiudersi nell’idea meravigliosa di un passato mitico da cui prendere spunto. E il rischio che la Turchia intraprenda questa pericolosa strada verso la regressione esiste e non può non mettere in allarme la società civile turca. Ma di fronte a questa rinascita della Sublime Porta avviata dal Erdogan – che è solo un esempio – l’Europa non ha nulla contro cui ribattere. La rinuncia alla propria storia, anzi, la netta condanna verso se stessa, non sta scatenando alcuna reazione critica né costruendo qualcosa di forte per sostituirla, ma sta semplicemente annientando il passato che ci ha permesso di essere considerati, per secoli, uno dei fari del mondo. Ma la rinuncia al proprio passato è rinuncia alla propria cultura e al proprio futuro, cosa che è metaforicamente rappresentata dalle statue di Colombo, abbattute per lasciare il nulla.

Chi alzerà la voce se Erdogan metterà a rischio i mosaici di Santa Sofia? Chi potrà dire al sultano che quella antica cattedrale presa con la caduta di Costantinopoli rappresenta ancora oggi un simbolo per milioni di greci e ortodossi? Quale forza culturale e quindi politica potrà dire qualcosa alla Turchia se l’occidente per primo dimentica e sradica se stesso? Nessuna. L’America e l’Europa decapitano il passato, la Turchia lo ricostruisce. E Santa Sofia è la risposta a chi crede che il passato sia solo un problema da rinchiudere nei libri di Storia. No, il passato è il presente e per molti popoli è anche il futuro.

Lorenzo Vita, Il Giornale.it, 12 luglio 2020