Wuhan è l’epicentro di un incubo moderno. Il paradigma di tutte le paure, dove si concentrano le incertezze più spaventose. Si pensa al nome di una città mai sentita prima, e l’umanità frastornata ritrova la fragilità che la teologia tecnologica sembrava aver spazzato via. Quanto è grave e già estesa l’epidemia di coronavirus influenzale in Cina, in Asia, nel mondo? Quanti i portatori inconsapevoli del morbo? Arriverà alle nostre porte? La si può fermare chiudendo città, aeroporti, mettendo in quarantena milioni di persone?

Cala dal nulla il male e non c’è autocrate che possa fermarlo. Una maledizione antica. Ritornano le pagine manzoniane. Ci si ricorda di quelle di García Márquez. Si rivedono come spettri i monumenti che in mezza Europa richiamano epidemie lontane oggi mai tanto vicine. Come la peste, il colera che distruggevano popoli e nazioni con la rapidità violenta di un vento spaventoso. Epidemie che si manifestavano come per mitigare la voglia di vivere. E mettevano in ginocchio civiltà progredite. Qualcuno ricorda la “spagnola”, più vicina a noi ebola.

E paradossalmente la scienza progredisce grazie alle tragedie. Fu così con la SARS nel 2002/2003. È accaduto lo stesso con l’HIV, se non sconfitto del tutto almeno messo sotto controllo. Ma ogni volta che una catastrofe umanitaria si affaccia all’orizzonte, tornano gli antichi fantasmi che ha hanno accompagnato i destini umani lungo i millenni. E sempre si è impreparati, psicologicamente e culturalmente. Perfino le fedi vacillano. Quando sarà pronto il prossimo vaccino che dovrebbe debellare l’ultima mostruosa apparizione dell’Apocalisse?

Un’epidemia diventa pandemia in men che non si dica. E veicola il terrore. La morte di siede tra di noi. Nessuno può sottrarsi almeno al pensiero che possa accadere vicino, sempre più vicino.

 Da dove viene questa antica mostruosità che ha fatto irruzione nella nostra esistenza impreparata al Male Assoluto? Dalle nebbie dell’imprevisto di tanto in tanto si fanno strada incubi che ci soggiogano. Ci nutriamo di dimenticanze. Perciò ignoriamo, fin quando possiamo, che qualcosa di oscuro, misterioso, inafferrabile può, senza preavviso, trascinare i nostri destini in un gorgo dal quale non c’è ritorno. E ci culliamo nella certezza che nulla, in fondo, è irreparabile, non foss’altro perché a qualcosa bisogna pure aggrapparsi. Nel momento in cui l’irreparabile si manifesta non abbiamo parole per pregare, né fedi da invocare, né illusioni da coltivare. Abbiamo bruciato tutto nel braciere dell’effimero. Ci rimane soltanto l’umano terrore a cui tenerci aggrappati. Ma alla disperazione non si sfugge. E se c’è un Dio che ci possa salvare, per lo più non è alla nostra portata poiché i miracoli li abbiamo relegati nel capace armadio delle tradizioni incapacitanti, miti che sviano, distolgono, distraggono. Poi, però, qualcuno che ricorda c’è. E ci avverte che le civiltà di cui non ci prendiamo più cura sono state distrutte da venti maligni che si sono insinuati nelle vite pur solide di genti avvezze a parlare con le divinità, a frequentare il sacro, a espiare quand’era il caso. E a rassegnarsi che dal cielo piovevano catastrofi.

Ma oggi, nel trionfo del razionalismo, dopo che abbiamo sacrificato ogni cosa, a cominciare dall’anima, alla divinità più sconcia, la Ragione, come facciamo a spiegare a noi stessi che quel che ci accade e si sovrappone alle nostre esistenze fragili non è spiegabile? Magari ci si porrà rimedio, i danni saranno limitati, la catastrofe che si dispiega sotto i nostri occhi si arresterà. Certo, rimarranno frantumi e lutti, ma la vita continuerà a girare, sia pure attorno a un dolore che coinvolgerà l’umanità intera. Resta il fatto che siamo impreparati.

Pan e demos. Tutto e popolo. Pandemia, appunto. Che appartiene a tutto il popolo. Una malattia, un cataclisma, una catastrofe? Si ammalano i corpi, illividiscono le anime, perfino le pietre non hanno più i colori che avevano. L’ora della disperazione è la più nera. E si ritorna così, ai quattro angoli del mondo, a guardare in faccia al dolore. Negli occhi di un bambino che se ne va senza salutare, nelle mani di un anziano che si ritraggono, nelle rughe di una donna vecchia che si distendono e di tanti ammalati ai quali nessuno aveva pronosticato una fine diversa da quella per la quale si erano preparati. Non si può dire dove arriverà, a quali porte busserà, quali palazzi inonderà il Male oscuro che terrorizza il mondo oggi, come l’ha terrorizzato nel passato. E perché, dunque, se l’umanismo ci assale all’improvviso, dovremmo meravigliarci, vergognarci, nasconderci? Siamo, per nostra fortuna, creature bibliche, nel senso di partecipi di storie primordiali scandite da dolorose figurazioni e trionfanti rinascite. Non dovremmo dimenticarlo. Eppure, quando anche la pandemia sarà passata, faremo di tutto per dimenticarla. Fino alla prossima. Fino a quando un’altra volta tutto il popolo sarà coinvolto. E Dio avrà le sembianze di un antidoto, di un vaccino, di una cura, di un camice bianco svolazzante. Dio come speranza profana? Meglio di niente. Anche il vecchio Heidegger sarebbe stato soddisfatto: l’Essere si può trovare perfino in una malattia che tende ad annientarci. Le mani alzate di Cioran di fronte a un «funesto demiurgo» non dovrebbero indurci alla rivalsa contro il nulla, ma alla pietà che si deve alle anime piegate, come lo sono tutte, quelle di «tutto il popolo»: pandemia nel senso proprio.

Nei giorni in cui ci guardiamo con insolita curiosità, cercando di frugarci fin dentro le fibre più nascoste, di scorgere espressioni rassicuranti o sconvolgenti dietro mascherine improvvisate negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie, per le strade, la domanda che ci poniamo non riguarda soltanto la salvezza di tutti e di ciascuno, ma la resistenza di ognuno di noi di fronte al Male.

Non sarà un’influenza, per quanto atroce e spaventosa, a spazzarci via, ma l’infezione che penetra ovunque come faremo a tenerla sotto controllo, a debellarla, e chi ci dice che non si ripresenterà in forme ancora più aggressive? Nei nostri stessi occhi leggiamo la paura quando pensiamo al peggio.  Come è scritto nell’Apocalisse. Ma l’eterno ritorno di un sentimento che ci pervade, nascosto tra le luminescenze false della modernità, è segno che l’umanità non è perduta, che la speranza ancora può tenerci in vita.

La pandemia è una meditazione sulla morte, ma anche sulla vita. Sul silenzio di cui abbiamo un disperato bisogno e sulla preghiera da ritrovare. Sul Dio nascosto e sulla blasfemia della riduzione di un canto a rumore. Non è la vendetta del Maligno, ma l’epifania di una rinascita. Con il rispetto che si deve alla paura e con la gioia con cui si accoglie la speranza.

Il Dubbio, 27 gennaio 2020