Arriva dalla Norvegia la più recente conferma della confusione – meglio, della mancanza di una chiara e coerente visione strategica – con cui le nazioni europee stanno affrontando la crisi siriana. Una risposta, quella europea, che appare incapace di andare oltre un generico richiamo ai principi umanitari e, in concreto, non riesce ad esprimere altro che una acritica obbedienza ai diktat di Washington. A confermarlo, come detto, le notizie che arrivano dalla Norvegia: il quotidiano Klassekampen nell’edizione dello scorso 23 aprile ha rivelato come i ribelli “moderati” addestrati dalle forze speciali norvegesi per combattere contro il Califfato sono impegnati, invece, a lottare contro il governo siriano ed i suoi alleati. Questi sì impegnati sul campo contro Isis ed estremisti islamici di ogni risma.

Nella primavera del 2016 circa sessanta membri delle forze speciali norvegesi sono stati inviati in Giordania per contribuire all’addestramento ed al supporto tecnico ed operativo in favore dei ribelli siriani ufficialmente impegnati contro il Califfatto. Impegno che si è ulteriormente rafforzato nei mesi successivi, quando i militari norvegesi – all’indomani del voto favorevole del parlamento – hanno esteso queste missioni addestrative e di supporto anche al territorio siriano. E proprio presso la base americana di Al Tanf, nella Siria sud-orientale, sarebbero stati addestrati i componenti del Revolutionary Command Army. Formazione che avrebbe dovuto combattere gli estremisti dell’Isis e che, invece, ha scelto di impegnarsi principalmente contro Bashar Assad ed i suoi alleati. La conferma arriva da Muhannad al Talla, un comandante dell’Rca: “Sin dall’inizio – dice il miliziano in una dichiarazione riportata dal sito Analisidifesa.it – ero perfettamente consapevole che dovevamo combattere sia l’Isis che l’esercito di Al Assad. Daesh non è sconfitto, ma è stato indebolito. Ora la priorità è la guerra contro Al Assad”.

Del resto che le varie milizie addestrate dagli statunitensi e dagli europei siano impegnate in questa fase più nella lotta contro l’esercito regolare siriano ed i suoi alleati che contro l’Isis appare evidente: l’obiettivo statunitense è impedire il consolidamento del governo siriano nelle regioni orientali del Paese riconquistate al Califfato grazie al determinante intervento delle forze armate russe.

In questo contesto sarebbe opportuno cercare di trovare risposta a due interrogativi: che ruolo stanno giocando nello scacchiere siro-iracheno le milizia curde addestrate dai militari italiani? Nate per combattere l’Isis sono anche loro ora in campo contro il governo siriano? E soprattutto: davvero la politica perseguita dagli Stati Uniti in Siria, e più in generale nel Medio Oriente, risponde agli interessi italiani in particolare ed europei in generale? Appare davvero difficile crederlo.

Ma con la classe dirigente che il Belpaese si ritrova è davvero difficile immaginare che su questo tema strategico possa aprirsi il benché minimo dibattito.