La sfiducia genera inquietudine e per tenerla sotto controllo i governi scelgono di solito la strada più breve: l’adozione di politiche “securitarie” per ristabilire l’ordine. Ma la repressione, doverosa in molti casi onde evitare tragedie, provoca l’indignazione le cui motivazioni sono quasi sempre riconducibili alle reazioni contro corruzione, costo della vita, disordine sociale, emergenza climatica, compressione dei diritti civili, pensioni. Il tutto fa parte di un quadro dai colori lividi che possiamo, senza esagerazione, intitolare al neo-liberismo che ispira tanto le scelte economico-sociali che le modalità per difenderle. Insomma, il popolo contro i le élites o le oligarchie è un fenomeno contagioso che se fino a poco tempo fa era diffuso nelle società affluenti adesso si verifica anche in quelle meno progredite sotto il profilo della ricchezza e della dilatazione dei bisogni e dei desideri.

Si ha la sensazione che il disordine mondiale stia prendendo piede senza alcun coordinamento, creando le premesse di una sorta di “rivoluzione permanente” contro il potere “ammaestrato” dal grande grande capitale finanziario, che non di rado alimenta il malaffare tanto nei regimi militari che quelli sedicenti democratici.

Insomma, la sfiducia generale nelle pratiche globaliste che attengono alla distribuzione della ricchezza e all’alimentazione di necessità fittizie, veicolate da una tecnologia sempre più aggressiva della quale, paradossalmente, gli “indignati” sono attratti ed affascinati salvo poi contestarne gli esiti che si riassumono nelle devastanti ineguaglianze sociali, sta facendo breccia ovunque, ma soprattutto nei Paesi nei quali sono piuttosto consolidati gli aspetti democratici e di controllo.

Il “caso francese” è emblematico al riguardo. E giornali e televisioni   non possono fare a meno di documentare la più massiccia e continuativa contestazione al potere in un Paese europeo dalla fine della guerra che ha delegittimato il presidente e il suo governo. La Francia di Emmanuel Macron è un laboratorio di contraddizioni che sono fuori controllo. E sul banco degli imputati, per quanto lo si nasconda, vi sono le politiche neo-liberiste del presidente nato e cresciuto negli ambienti dell’alta finanza che al momento opportuno se n’è servito per consolidare le sue posizioni turbo-capitaliste.

Il malessere ha cominciato a manifestarsi nell’autunno 2018. I gilets jaunes lanciarono il primo sasso. Macron si era messo in testa di aumentare il carburante agricolo per incamerare quattrini ai danni degli agricoltori. Il ceto medio comprese che non era soltanto una categoria ad essere penalizzata poiché la filiera del disagio avrebbe coinvolto tutti e si unì ai contestatori. Sbocciò da qualche parte l’idea, tutt’alto che peregrina, secondo la quale Macron era davvero il “presidente dei ricchi” che lo avevano eletto costruendogli un partito in grado di eliminare quelli tradizionali.

Si sono poi aggregati i ferrovieri e gli studenti, ma le fiamme si sono alzate quando il governo ha varato la riforma delle pensioni che sta facendo diventare la Francia incandescente poiché riguarda tutti anche gli avvocati che disertano le udienze e platealmente gettano le toghe davanti ai Palazzi di Giustizia.

Con la riforma pensionistica, che non tocca i più abbienti, Macron ha istituzionalizzato una rottura generazionale, dal momento che i lavoratori nati prima del 1975 non rientreranno nel nuovo sistema che contemporaneamente stabilisce, come ha scritto Serge Halimi su “Le Monde diplomatique”, “con il pretesto dell’uguaglianza, che i quadri superiori non avranno più una pensione a ripartizione oltre un certo stipendio”. Ciò significa che dovranno rivolgersi ai fondi pensionistici per assicurarsi la quota complementare. Chi gestisce tali fondi sono i privati che si arricchiranno maggiormente con la trovata macroniana, mentre il Presidente ha promesso un regime derogatorio per tutti coloro che “assumono funzioni sovrane di protezione della popolazione”, vale a dire i poliziotti, le forze dell’ordine. I beneficiari della politica “securitaria”.

A Macron ovviamente interessa  far quadrare i conti, ma a spese delle classi più deboli.  Come ha osservato Sylvain Cipel sull’americano “The New York  Review of Books”, la riforma porterà “necessariamente un appiattimento verso il basso delle pensioni per milioni di lavoratori, e i vantaggi persi non saranno compensati da stipendi più alti”.

Perché lo sta facendo? Certo, per ridurre il debito pubblico mettendo le mani nelle tasche dei cittadini più indifesi, come i pensionati appunto. Tuttavia il vero obiettivo, come ha sottolineato il giornale americano, “non è tanto gestire in modo più efficiente le pensioni, ma ridurre i costi. E la strategia del governo per farla approvare è stata dividere i lavoratori, dicendo a quelli del settore privato che per tutelare le loro pensioni era necessario abolire i privilegi di quelli del settore pubblico”.

Insomma, teoria e prassi della diseguaglianza formulate e portate avanti da un presidente che, come ha detto un intellettuale tra i più noti in Francia, il quale da giovanissimo previde la fine dell’impero sovietico con un libro di raro acume, La chute finale, Emmanuel Todd, “la lotta di classe è tornata”. Contro ogni possibile immaginazione mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri e tutti insieme contro il governo, dagli agricoltori ai pensionati, dagli studenti ai ferrovieri, agli avvocati a coloro che immaginavano, dopo aver letto il libro-manifesto di Macron, Révolution del 2016, che una nuova stagione s’apriva, ma non pensavano nel modo opposto a come la descriveva il giovanotto di Amiens.

Per fortuna, tutti hanno capito che a beneficiare della riduzione delle pensioni e dei salari sarà l’élite che ha “inventato” Macron verso il quale la stragrande maggioranza dei francesi  comincia a pensare che nutra “obiettivi nascosti”.

In aggiunta, per compiacere l’industria del lusso o del superfluo, legata al l’establishment, il  sindaco socialista  di Parigi, Anne Hidalgo,  mentre finge di perorare cause ecologiste,  lascia che i grandi edifici della città vengano rivestiti  di luminescenti ed obbrobriosi cartelloni pubblicitari di marchi glamour e telefoni cellulari; il ministro dei trasporti sponsorizza carriere nel suo settore e fa sapere che nei prossimi anni serviranno trentamila autisti per mettere  sulle strade gli “autobus Macron” in un Paese nel quale l’ecosistema non è dei migliori. E il trasporto ferroviario? Va penalizzato perché il numero dei dipendenti è eccessivo, come in tutte le imprese pubbliche. L’iperliberismo viaggia su gomma a Parigi.

 La Francia fa più notizia degli altri Paesi, ma non è sola nel quadro della disintegrazione del sistema economico, finanziario ed anche morale.

La rivolta tunisina che dieci anni fa inaugurò la mostruosità politica delle “primavere arabe”;  la nascita coeva del movimento degli Indignados in Spagna che mise soqquadro il Paese, ma si fermò prima di varcare i confini per la risibilità di una organizzazione senza idee, animata da rancore e risentimento; la successiva mobilitazione degli studenti cileni, e  nel 2009, l’apparizione a Wall Street di  Occupy,  fenomeno poco indagato che comunque diede voce ad  un malessere diffuso, sono stati derubricati ad episodi estemporanei di insoddisfazione delle classi subalterne. Ma quei fuochi si sono mai del tutto spenti. E di tanto in tanto in altre forme emanano bagliori. 

Per esempio, nessuno poteva immaginare disordini a Beirut, dove si protesta contro la corruzione che le élites finanziarie mondialiste stanno alimentando a scapito dei ceti più deboli, appropriandosi delle ricchezze nazionali e dove infuria la “guerra islamica” tra bande contrapposte.

A Santiago del Cile, dove nell’ottobre scorso una rivolta, tenuta in qualche modo sotto controllo, originata da una protesta studentesca per l’alto costo dei biglietti dei mezzi pubblici, tiene il agitazione la popolazione: da più di tre mesi, infatti,  i manifestanti si riuniscono a Plaza Italia (ribattezzata Plaza Dignidad) che divide i quartieri ricchi da quelli poveri della capitale, invocando una società più giusta; le rivendicazioni, che riguardano  la sanità, l’istruzione, il sistema pensionistico, i trasporti, hanno un dato comune: il cambiamento della Costituzione che è ancora quella dell’80 voluta da Pinochet. Il fuoco di Santiago potrebbe incendiarne il Cile e in allarme non è non soltanto il presidente Sebastian Pineira, bensìla popolazione immiserita da una gestione dissennata da parte del governo la cui politica è  funzionale alla tutela delle classi più agiate contigue al potere che ha progressivamente depauperato il Paese  fino a creare sacche di vero e proprio disagio sociale al quale hanno tentato di reagire sia  i più poveri che cospicue fasce del ceto medio.

Anche in Sudan (la rivolta del Pane) si lotta contro il carovita responsabile dell’ impoverimento progressivo di tutti coloro che non partecipano al banchetto dell’oligarchia, mentre l’Iraq non si sa più se è una nazione e la mattanza continua “normalmente”, favorita dall’Iran dove pure manifestazioni di segni diversi e contraddittori hanno mandato in confusione gli ayatollah e nello Yemen si uccide per un boccone di pane o per un’ oncia di  khat, la droga dei poveri.

Ogni giorno in questi Paesi – al netto di quelli dove sono in corso vere e proprie guerre, a cominciare dalla  Siria – c’è qualcuno che muore o viene arrestato. Come a Hong Kong, dove da mesi, il regime cinese ha lanciato un’offensiva che non si placa per zittire chi protesta contro l’estradizione verso Pechino (che non era nei patti del ricongiungimento), mentre è alle prese con la conquista del mondo ed una strana malattia che sta facendo centinaia di migliaia di vittime.

L’America Latina, dall’Ecuador al Perù, dalla Bolivia al Brasile, è attraversata da un malcontento diffuso alimentato da profonde diseguaglianze socio-economiche. Per non parlare della crisi endemica che sta letteralmente facendo saltare il Venezuela una volta tra le più floride nazioni sudamericane.

L’Algeria – e non è il solo Paese africano dove tensioni acutissime rischiano di sfociare in violenze di regime e riapparizione di terroristi – vive giorni  di grande incertezza dopo le elezioni-farsa del successore di Bouteflika ed il controllo ossessivo dei militari sulla società, mentre l’inquietudine attraversa il Marocco dove da mesi non si sa che fine abbia fatto la regina: lotte di potere che minano l’azione di governo. Nel contempo tra Marocco, Algeria e Mauritania, popoli dimenticati come i Saharawi si stanno letteralmente estinguendo perché non rientrano nei piani del Fondo monetario internazionale: la fame e l’indignazione li distrugge, il loro capitale è la povertà assoluta, senza patria e senza speranza di averne una.

L’anno appena passato, insomma, è stato segnato da una serie di rivolte popolari che hanno contestato duramente l’ordine economico globale, chi nutre la corruzione a spese dei più deboli, chi se ne frega del mondo che soffoca nei miasmi della produttività che deve garantire il profitto a pochi, gli avanzi a tutti. E megalopoli oscene, dall’Africa all’America Latina, si popolano di disperati e di immondizia nociva che dal mondo dei ricchi viene venduta a chi si nutre di scarti e veleni, prima o poi esploderanno e non sarà per dare ad esse un nuovo ordine, ma per reclutare il terrorismo nelle pieghe del malessere, come avviene in Nigeria, nel Mali, in Sierra d’Avorio, mentre la malavita imperversa tra la povertà delle favelas brasiliane, ecuadoregne, boliviane, chiudendo  bocche e lo stomaci con droga e prostituzione (da consumare nel nord del mondo, ovviamente) a milioni di disgraziati.

Popoli in rivolta. Angosce planetarie. Il fashion style illumina la povertà più indecente. E l’Occidente libero e l’Oriente rosso sono sempre di più la stessa cosa. Del resto si sono spartiti la disperazione pagandola con le illusioni a poco prezzo. È la prassi dei coloni del neo-capitalismo per chi non l’avesse capito.

Il Dubbio, 12 febbraio 2020