Non occorreva davvero leggere le affermazioni, dettate, secondo inveterato costume, con tono oracolare, da Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle “Brigate Rosse” riguardanti il sequestro Moro, sul quale “c’è una verità accettabile: ci sono cose che non possono venir dette” per osservare la verità, una verità senza aggettivi, consolidata ed immutabile.

Sul caso Moro, così come sull’intero capitolo dello stragismo e del complottismo rosso e soprattutto nero, pilotato e orchestrato da centrali operative, mai verrà a galla la realtà dei fatti e mai emergeranno le responsabilità, perché alte e insondabili sono state le manovre ed irraggiungibili risultano gli autori.

Anche a conclusione della lettura del lavoro di Marco Damilano, troppo spesso autobiografico e troppo spesso influenzato o determinato proprio dalle esperienze personali, gli interrogativi rimangono e paiono caparbiamente mantenuti, quasi tutelati.

Galli della Loggia, in una recensione al limite della stroncatura, parla di “inanità del disegno di Moro” e immeritatamente, al pari dello stesso Damilano, offre spazio e riguardo al progetto doppiogiochista di Craxi, a Roma alla guida del Paese con la DC e negli enti locali al potere con il PCI, mai decisamente denunziato dalla Destra.

Non è affatto condivisibile l’idea che “la Repubblica ha cominciato la sua agonia il 16 marzo 1978 e poi il 9 maggio con la morte di Moro. E terminò il giorno del lancio delle monetine contro Craxi”. Il fallimento, a lungo covato, non è esploso e si è concluso nelle tre occasioni ma è continuato e si è accumulato fino a sfociare nella grottesca e confusa situazione odierna, priva di luci e di guide adeguate e responsabili. Persino Aldo Cazzullo riconosce che “lo psicodramma di questi giorni, con leader palesemente impreparati sul piano culturale e forse anche umano, è il seguito di una tragedia nazionale cominciata quarant’anni fa”.

E’ necessario comunque guardare onestamente ad un aspetto, del tutto sottaciuto, quello del rapporto aspramente critico di Moro con il fascismo, verso il quale è perentoriamente repulsivo. Nel discorso al congresso della DC del novembre 1973 lo definisce: “Un conservatorismo spaventato che giunge fino alla reazione, l’incapacità a cogliere il nuovo anche nelle sue forme più umane, una certa ottusità intellettuale e insensibilità morale, un fondo ineliminabile di autoritarismo, tutto ciò spiega la preoccupante rinascita della destra e addirittura del fascismo in Italia. Il fascismo è l’altra faccia, quella negativa del grande moto rinnovatore del mondo”. E Damilano, concorde, partecipe e ammirato commenta: “Quanti leader, anche a sinistra, avevano avuto e avranno in seguito il coraggio di una definizione di fascismo così potente, e così limpida”.

Avendo letto in anni lontani il lavoro di Nino Tripodi, “Italia fascista in piedi !” e averne tesaurizzato il senso e le intenzioni, è stato facile ritornare a quelle pagine, alle tante pagine in cui il parlamentare calabrese cita o segnala Moro. La migliore e più efficace sintesi di trascorsi indelebili e innegabili è colta in questa cronaca giornalistica del 14 aprile 1938 sui “littoriali” palermitani: “Le osservazioni più interessanti si sono avute sempre nel senso universale del fascismo di fronte alla storia: e l’universalità della dottrina fascista come principio di dominio storico è posta in luce originalmente da Aldo Moro di Bari”.

Si tratta di una semplice omonimia o di un incredibile, fenomenale caso di “girellismo”?

 

 

MARCO DAMILANO, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, Milano, Feltrinelli, 2018, pp. 271. €18,00