Le elezioni politiche in Danimarca regalano una vittoria ai socialdemocratici: un risultato positivo per la sinistra europea all’indomani di una lunga serie di batoste – ultime e pesantissime quelle rimediate dal Ps francese e dall’Spd tedesca lo scorso 26 maggio -, tuttavia a ben guardare il sorriso sul volto degli eurosocialisti è destinato a svanire presto ad una più attenta analisi. Il perché è presto detto: il programma che ha portato la 41enne Mette Frederiksen a diventare il primo ministro più giovane della storia danese è ben lontano da quello proposto, anche in occasione delle recenti elezioni europee, dalla stragrande maggioranza dei partiti socialisti e, più in generale, della sinistra del Vecchio Continente. Ad iniziare dal tema maggiormente divisivo di questi ultimi anni: l’immigrazione.

A caratterizzare il programma dei socialdemocratici danesi è, infatti, una lunga serie di “no” in materia di immigrazione, tale da ribaltare completamente la tradizionale politica di accoglienza dei Paesi scandinavi. In buona sostanza i socialdemocratici vincono le elezioni dopo aver fatto proprie tutte le principali proposte avanzate dal Partito del Popolo Danese, la formazione più a destra dell’intero schieramento politico locale, formazione che non a caso ha visti dimezzati i propri consensi elettorali. Oltre alla quasi scontata promessa di vietare l’utilizzo del burqa in pubblico, Mette Frederiksen si è impegnata a rivedere in senso più restrittivo la legge sul diritto d’asilo – arrivando ad ipotizzare la creazione di campi speciali in Nord Africa dove attendere l’esito della richiesta dei rifugiati o sedicenti tali -, ad aumentare i rimpatri, finanche a finanziare il mantenimento a carico dello Stato degli immigrati confiscando loro eventuali beni e gioielli. Il tutto con l’obiettivo di “porre un tetto all’immigrazione non occidentale”. Scelte che non inseguono gli umori popolari, ma che sarebbero maturate all’indomani della costatazione da parte della leader socialdemocratica del fallimento dei modelli di integrazione danese ed europei, sostiene il suo biografo Thomas Larsen.

Un pacchetto di proposte, quello sull’immigrazione, da far invidia a quello messo in campo dalla Lega. Ma non è solo su questo punto che Mette Frederiksen ha consumato la propria rottura programmatica – e pragmatica – con la maggioranza delle forze di sinistra europee. I socialdemocratici danesi hanno scelto di rompere un altro tabù: quello delle politiche di austerità. Per Frederiksen lo Stato deve riprendere a spendere, puntando in primo luogo su sanità, istruzione ed assistenza. Certo, le condizioni generali dell’economia danese sono migliori di quella italiana – giusto per fare un paragone domestico -, ma è il rifiuto della logica dei tagli sulla spesa sociale a segnare una netta inversione di tendenza. Una scelta che in realtà non dovrebbe meravigliare, venendo da un partito di sinistra, per quanto moderato. Eppure – paradosso tutto europeo – tra i più strenui difensori delle politiche di rigore, tradottesi in lacrime e sangue per i ceti più deboli, ci sono stati – in Italia come negli altri principali Paesi europei – proprio i  partiti del Pse e della sinistra in generale. Tanto che posizioni come quella del Pc di Marco Rizzo sono rare eccezioni nel panorama della sinistra europea.

Insomma i socialdemocratici danesi vincolo le elezioni politiche con un impegno a limitare l’immigrazione – dunque a difendere l’identità del popolo danese – e rilanciando il ruolo dello Stato in economia, ad iniziare da settori fondamentali come quelli della sanità e dell’istruzione. Insomma vincono con un programma di destra sociale. Di quella destra che in Italia – in buona parte – per un ventennio si è lasciata abbagliare dal mito del mercato, salvo scoprire che alla fine a pagare il conto sono stati i soliti noti: le fasce sociali più deboli. Speriamo che la lezione sia stata appresa, alla fine.