È tornata la fame. Un danno collaterale dell’epidemia. Qualcuno dà l’assalto ai supermercati. Qualche altro chiede, vergognandosi un po’, qualcosa da mangiare intorno ai mercati rionali. Gli aiuti alla Caritas nei centri urbani sono aumentati del 30%. A Napoli, alla nobile tradizione del “caffè; sospeso” s’è aggiunta quella della “spesa sospesa”: si lascia la lista al negozio di alimentari in favore di questo o di quello che passerà a ritirare il suo sacchetto. Sempre nel capoluogo partenopeo da qualche giorno ha fatto la comparsa il “panaro” ( paniere) solidale. Due ragazzi, da quando è iniziata la quarantena, preparano da mangiare per nove senzatetto, e giù dal loro balcone in via Santa Chiara calano il “panaro”. La domenica, come da tradizione, cucinano il ragù per i senza fissa dimora ed i poveri. Al paniere è attaccato un cartello che è un insegnamento di vita: “Chi può metta. Chi non può, prenda”. Un dramma sociale. Una catastrofe morale nella quale sono coinvolte migliaia di persone. Che semplicemente  hanno fame, uno dei bisogni più naturali ed elementari da soddisfare. Chiedono cibo, insomma. Hanno perso tutto con il coronavirus e quando il morbo allenterà la presa si troveranno nella stessa condizione in cui sono oggi. Soprattutto al Sud.

Ma non sono soltanto le risorse che impediscono ai più disagiati di comprarsi da mangiare perché hanno perso il lavoro. È la catena produttiva, soprattutto agricola, che alimenta la fame. Il blocco delle attività ha reso difficile l’approvvigionamento. Nei campi marciscono prodotti di prima necessità. Nessuno si fa carico dell’impoverimento degli agricoltori. E tra la terra e la tavola cresce il deserto. Un problema italiano di questi tempi, ma planetario da tempo immemorabile. Aggravato dall’inspiegabile spreco che si constata a tutte le latitudini, mentre, per astruse leggi economiche, taluni prodotti devono essere mandati al macero – dagli agrumi ai pomodori – allo scopo di mantenere in equilibrio i prezzi. È lo scandalo del profitto. Mentre la fame cresce. Vandana Shiva, una delle voci più autorevoli dell’ecologia mondiale, scienziata che ha applicato i suoi studi alla produzione ed alla distribuzione del cibo, in un suo libro ha rilevato come “il benessere del pianeta, la salute delle popolazioni e la stabilità sociale sono gravemente minacciati da un’agricoltura industriale e globalizzata i cui unici moventi sono l’avidità e il profitto”.

Il cibo, coronavirus a parte, costituisce oggi il più grande problema sanitario mondiale: circa un miliardo di persone soffre fame e malnutrizione, mentre due miliardi sono affetti da patologie che nel mondo apparente, quello che vediamo  e del quale siamo partecipi, facciamo finta che non esistano, tanto per acquietare le nostre coscienze: obesità, diabete, cancro connesso ai veleni contenuti negli alimenti, patologie cardiovascolari. È un’antica questione da quando il cibo ha smesso di essere fattore di nutrimento e si è trasformato in merce.

Del nutrimento hanno bisogno famiglie senza niente e che niente avranno neppure quando il morbo avrà cessato di mordere. Le merci sono numeri indecifrabili ai più relegati nei libri contabili. A Napoli, come in tutto il Sud, si sta sperimentando, grazie alla tragedia in atto, quanto l’insostenibilità della globalizzazione neo-liberista abbia scavato nel fondo fino a portare in evidenza un tema antico come la fame, la più orrenda delle offese all’umanità che davanti a sé vede dispiegarsi risorse che potrebbero sfamare ben più dei sette miliardi di esseri che popolano la Terra molti dei quali vivono di miserie rubate e di autentiche guerre dell’acqua.

Ecco cosa ha portato in evidenza il virus che minaccia non soltanto le nostre vite – molte sono già andate – ma il modello sostenibile di esistenza che abbiamo costruito in decenni di scialo.

Una mattina d’una ventina d’anni fa, ammiravo stupefatto il grande mercato di Stoccolma, forse il più grande d’Europa, dove c’era di tutto per migliaia e migliaia di metri quadrati. Colorato, animato, ricchissimo, perfino elegante a differenza dei mercati mediterranei. Mi chiesi quanto sarebbe durato tutto quello che vedevo, com’era possibile che lì – come altrove – confluisse il meglio da tutto il mondo, mentre interi popoli non disponevano neppure di una ciotola di riso per potersi “sfamare”.

Forse il tempo di una riflessione sul cibo, fortemente spinta dalla natura, è arrivata. E nessuno può chiudere gli occhi davanti a gente che non pratica “espropri proletari”, ma che fino a qualche giorno fa aveva stipendi più o meno dignitosi, per mettere un piatto in tavola, ed oggi assalta e saccheggia i supermercati.

 Ogni mattina, davanti all’edicola dove compro i giornali, c’è una piccola donna che aspetta. Non ne conosco la nazionalità, e del resto poco mi importa. Ha uno sguardo triste e forse un po’ si vergogna a chiedere qualcosa per mangiare, come dice nel suo stentato italiano. Da me si aspetta i pochi spiccioli di resto che mi dà l’edicolante. Abitudine consolidata. Lo faccio con piacere, ma anche con disagio. Per quanto ignobile, l’accattonaggio è pur sempre l’estrema risorsa per sopravvivere. E ho smesso di chiedermi, davanti a un simile quotidiano “spettacolo”, cosa fa la società opulenta per ovviare ad una indecenza ordinaria riscontrabile in tutti gli angoli delle grandi città. Poi, non di rado, nelle mie passeggiate mattutine, mi accade di imbattermi in esseri malconci che rovistano nei cassonetti della spazzatura. E le considerazioni sono analoghe a quelle appena riferite. Cercano cibo, qualche vestito dismesso ma ancora buono per coprirsi, forse dei gadget gettati via per far posto a più sofisticati meccani.

È inspiegabile come si possa addirittura morire per denutrizione in un mondo che offre tutte le possibilità alimentari atte a soddisfare i bisogni più elementari. Squilibri, si dice.

Fame e obesità, è stato autorevolmente osservato, sono le due facce dello stesso problema. Ed è più che scandaloso che ogni anno circa quaranta milioni di esseri umani muoiano per mancanza di cibo e ogni sette secondi, da qualche parte, un bambino si spegne, con gli occhi sgranati, aggrappato alla magrissima mamma, perché denutrito.

Adesso la fame ce l’abbiamo in casa. Spegnerla non sarà facile. Una nemesi?

 (Il Dubbio)