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Dario Fo è morto. A giorni i solenni funerali del Nobel ‘97, per i quali prevediamo file indiane di frignanti Vip (ed ex Vip) tutti presi ad intessere le lodi del defunto letterato. E gli argomenti, già lo sappiamo, saranno i medesimi, pappagallescamente ripetuti da un branco di ipocriti di stato. Eccoli: “Fo era un grande artista, ma era pure teso e proteso verso l’impegno civile. La difesa dei deboli, l’amore per la classe operaia e sempre si distinse per la trasparenza e la coerenza”.
Insomma, prevediamo un noia televisiva da far sembrare una commedia rosa anche la Corazzata Potemkim.
Noi, però, che siamo trasgressivi per DNA e polemici per tendenza, dei peana al Nobel ce ne infischiamo. Perché di lui, in parte, crediamo qualcosa di diverso. Facendo salva, ovviamente, la qualità artistica.
Fo, di battaglie, qualcuna l’ha fatta. Fu cacciato dalla RAI e poi ci ritornò (ma pure Battisti e Grillo, che non ebbero il Nobel). Polemizzò con la sinistra e poi da questa fu vezzeggiato per una vita (ma, con argomenti ben più incisivi, pure il grande scrittore Pasolini lo fece).
Insomma, sarà furbizia, sarà fortuna, ma l’uomo la sfangava sempre. Però su qualcosa è inciampato e, per quel trauma, ha zoppicato tutta la vita. Parliamo della sua partecipazione, come militare, alla Repubblica Sociale Italiana.
Ecco uno scampolo di Wikipedia:
“Nel 1975, Giancarlo Vigorelli sul quotidiano Il Giorno scrisse: «Anche Fo sa di avere in pancia l’incubo dei suoi trascorsi fascisti». Fo querelò il giornalista e il quotidiano per diffamazione e la vicenda si concluse con la pubblicazione di una rettifica. Ma il senatore Giorgio Pisanò del Movimento Sociale Italiano, storico e direttore del “Candido”, documentò il trascorso repubblichino di Dario Fo, volontario nei parà e sottufficiale delle Brigate Nere, che si distinse per i rastrellamenti casa per casa nei centri vicini al Lago di Como. Nello stesso anno, il deputato democristiano Michele Zolla presentò invano un’interrogazione al Ministro della Difesa per sapere se rispondesse a verità questo fatto. Nel 1977 Fo accusò Luigi Calabresi (da lui ribattezzato “commissario Cavalcioni”), di avere gettato dalla finestra della questura di Milano l’anarchico Pino Pinelli il giorno dopo della Strage di Piazza Fontana. In seguito attaccò il PM genovese Mario Sossi per aver fatto arrestare l’ex-comandante partigiano Giambattista Lazagna. Nello stesso anno Fo querelò per diffamazione Gianni Cerutti per aver pubblicato su II Nord un articolo che lo attaccava con parole pesanti: «A Fo non conviene ritornare a Romagnano Sesia dove qualcuno lo potrebbe riconoscere: rastrellatore, repubblichino, intruppato nel battaglione Mazzarini della Guardia Nazionale della Repubblica di Salò».
E poi Oriana Fallaci, ne La forza della Ragione, scrisse: «fui esposta al pubblico oltraggio. Istigato, questo, da un vecchio giullare della Repubblica di Salò. Cioè da un fascista rosso che prima d’essere fascista rosso era stato fascista nero quindi alleato dei nazisti che nel 1934, a Berlino, bruciavano i libri degli avversari».
E, da Il Giornale, Bruno Vespa, nel suo libro Italiani volta gabbana, sostenne che più difficile è stato negare la propria fede fascista, da parte di Dario Fo, che a 18 anni si arruolò nel battaglione Azzurro di Tradate (contraerea) e poi tra i paracadutisti del battaglione Mazzarini della Repubblica Sociale Italiana. Nel 1977 Il Nord, piccolo giornale di Borgomanero, raccontò quei trascorsi della vita di Fo: l’attore querelò subito Il Nord, e al processo disse che l’arruolamento era stato soltanto “un metodo di lotta partigiana”. Le testimonianze, invece, lo inchiodarono: la sentenza del tribunale di Varese, datata 7 marzo 1980, stabilì che “è perfettamente legittimo definire Dario Fo repubblichino e rastrellatore di partigiani”. Dario Fo non fece ricorso”.
Ma, alla fine, il letterato, sarà furbizia o sarà fortuna, la sfangò comunque.
Occorre aggiungere altro? Non crediamo, il giudizio, oltre che a Dio, spetta ai nostri lettori.
Ai quali lettori, però, vale la pena di ricordare i Montanelli, gli Spadolini, gli Ingrao ed i Fanfani i quali mai negarono di essere stati fascisti. Ed ancor di più coloro i quali rivendicarono la propria scelta senza rinnegarla per squallida convenienza, ma pagandone un prezzo. Come i Valerio Borghese e tanti altri.