Lo confesso ho provato terrore, sgomento. Quando ho ascoltato le ultime parole di James Foley, quando ho visto il coltello affondare nel collo, quando ho sentito il suo rantolo mi sono immaginato al suo posto.

Ho sentito la lama trapanarmi l’esofago, inseguirmi la giugulare. Ho tremato dalla paura. Ed ho esitato. Ho desiderato cancellare quell’immagine, spegnere la mia debolezza di uomo, annullare la mia curiosità di giornalista. Ho creduto di dover cedere alla loro barbarie, piegarmi al loro orrore, infilar la testa nella sabbia. Ho desiderato fingere che nulla fosse successo, che la morte di James fosse come quella di un collega ucciso da un qualsiasi altro arnese di guerra.

Ma in quell’assassinio non c’è nulla di banale, nulla che possa venir ignorato. In quella mattanza c’è una precisa liturgia di morte. C’è una sceneggiatura mefistofelica ponderata in ogni dettaglio. C’è una rappresentazione surreale studiata per turbare i nostri sonni, alimentare le nostre incertezze, infonderci la convinzione di non poter affrontare un simile avversario. Pensateci. James è oltremodo dignitoso, fin troppo coraggioso. Dal primo all’ultimo secondo. Eppure per ottenere la morte liberatrice è costretto ad assecondare un atroce, lento copione. A recitare in ginocchio, con i paramenti arancioni un atto d’accusa contro il proprio governo, contro il proprio fratello. Un atto d’accusa culminato in quelle parole terribili – (« I guess all in all, I wish I wasn’t American » Tutto sommato desidererei non essere mai stato Americano) con cui rinnega la propria patria. Non so. Non giudico. Ma ricordo le parole di Quattrocchi. E mi chiedo «cos’han fatto a questo uomo? Come son riusciti a trascinarlo a questo punto?». Poi capisco. La forza devastante di quella rappresentazione è tutta nella contraddizione tra la dignità della vittima e la sua compiacenza nei confronti degli assassini. Una compiacenza estorta con una prigionia d’oltre seicento giorni corredata dalle torture fisiche e psicologiche descritte da Domenico Quirico.

Una prigionia che non incrina la tempra e l’ardore di James, ma lo spinge a dubitare di tutto piegandone le certezze, costringendolo a credere solo al ristretto, subdolo universo disegnato dai suoi carnefici. Gli psicologi la chiamano sindrome di Stoccolma. In quel video è il corto circuito che fulmina le nostre certezze. In quella contraddizione tra coraggio e smarrimento, in quella confusione tra compatrioti e aguzzini si nasconde l’agghiacciante sensazione di terrore. Dalla decapitazione di Nick Berg nel 2004 fino alla recente, raccapricciante immagine di una testa mozzata nelle manine del figlioletto di un jihadista australiano in vacanza di sangue in Siria ci siamo abituati a guardar quasi tutto.

Quel che non sappiamo ancora accettare è un uomo costretto a morire dopo aver rinnegato le proprie certezze. Dopo esser stato svuotato della propria anima. Se James si fosse dibattuto, avesse pianto, urlato, si fosse aggrappato alla mano del carnefice tutto ci sarebbe sembrato terribilmente, comprensibilmente umano. Invece il regista ci costringe ad assaporare il terrore di una realtà rovesciata, disarmante, incomprensibile. Per questo l’America di Obama, i suoi media, il mondo dei social network di Twitter e Facebook ci chiedono di non vedere, non guardare, non condividere.

Per questo, per un bel po’ ho tremato, vacillato, titubato. Poi gli han posato la testa sul petto ed in quel momento ho sollevato gli occhi. Era di nuovo il consueto, disgustoso cortometraggio dell’orrore. Chi manipola un prigioniero, chi dissacra un cadavere non è forte. Non è invincibile. É solo uno zombie, un corpo vuoto. Un sacco nero colmo di fanatico zelo, ma privo di anima e pensiero. Per questo ho sgranato gli occhi. Per questo ho guardato e riguardato. Per questo alla fine mi son detto: «Possiamo ancora vincere».

il Giornale, 21 agosto 2014