“Il gollismo era la verticalità” – ha dichiarato Alain de Benoist, intervistato in occasione degli anniversari che invitano al ricordo di Charles de Gaulle (nato il 22 novembre 1890 e scomparso il 9 novembre 1970). La “verticalità” di de Gaulle sta certamente nel suo carisma, nella sua “visione lunga”,  nell’idea di una “monarchia repubblicana” che ne ha caratterizzato l’azione politica: pragmatica ed innovativa, “sistema di pensiero, di volontà e di azione” – come egli sintetizzò  nel 1968, fino ad arrivare alla paradossale definizione di Michel Onfray, intellettuale libertario e anticapitalista, che, nel suo recente libro (Vies Parallèles), definisce de Gaulle come “un uomo di sinistra sostenuto dalla destra”.

La verticalità e la trasversalità gollista, il cui valore rimane incorrotto e potrebbe ispirare quanti, oggi, volessero iniziare ad andare – da destra – oltre le sterili contingenze, può essere sinteticamente fissato in tre idee-forza: l’orgoglio nazionale, il presidenzialismo, l’idea partecipativa.

“De Gaulle – scrisse André Malraux (Les chênes qu’on abat, 1971) – è ossessionato dalla Francia come Lenin lo è stato dal proletariato, come Mao lo è della Cina e come Nehru, forse, lo fu dell’India. La Francia è sempre stata per lui come la Chiesa per quelli che la difendono o la attaccano”. Questa “ossessione” lo portò a seguire, nel lungo dopoguerra europeo, un’idea integrale di indipendenza nazionale, realizzata con il graduale sganciamento del suo Paese dalla Nato, pienamente realizzato nel 1966; con l’entrata nel “club atomico” (il primo test nucleare francese è del febbraio 1960) e la creazione della cosiddetta “force de frappe” , forza d’urto militare e nucleare; con la spregiudicata politica estera che portò la Francia al riconoscimento della Cina di Mao (1964), al dialogo con l’Urss (1966) e alla lotta al dollaro, con la richiesta di sostituirlo con l’oro,  come base di pagamento internazionale. Fino all’idea dell’Europa delle patrie, un’Europa unita su base confederale, rispettosa della sovranità degli Stati aderenti, coordinata da un Consiglio dei capi di governo, che – scriveva de Gaulle – dovrà “unificare la politica estera, economica, culturale e di difesa”, elevando il Vecchio Continente a terza forza tra Stati Uniti ed Unione Sovietica.

Sul piano interno, con la riforma costituzionale, in chiave presidenzialista, del 1958 (approvata, attraverso referendum dal 79,50 per cento dei votanti) e l’elezione di de Gaulle, nel gennaio 1959, a Presidente della Repubblica, si inaugura per la Francia la Quinta Repubblica ed un lungo periodo di stabilità politica e di crescita economica e sociale. Così lo stesso de Gaulle (in Memorie della speranza, 1970) sintetizzerà la sua idea presidenzialista: ”Da molto tempo sono convinto che il presidente della Repubblica debba essere eletto mediante il voto popolare. Designato – unico fra tutti – dalla massa dei francesi, potrebbe essere davvero, in virtù di questa nomina, l’’uomo del paese’, investito agli occhi del popolo e ai propri dell’immensa responsabilità che i testi stessi gli attribuiscono. Inoltre, è chiaro, dovrebbe avere la volontà e la capacità di assumersi l’onere della carica. E questo evidentemente, la legge non lo può garantire …”.

E poi c’è l’idea partecipativa, coltivata da tempo ed immaginata come risposta alla “malattia morale”, che segna il capitalismo, relegando il lavoratore al ruolo di strumento o di ingranaggio del sistema produttivo. Nel condannare gli eccessi del “laissez fare, laissez passer” da una parte e della tirannia comunista dall’altra, de Gaulle è spinto a guardare a un nuovo modello sociale, nel quale il lavoratore partecipi direttamente ai risultati dell’impresa, con ciò fruendo “della dignità di essere, per la parte che gli compete, responsabile del progresso dell’opera collettiva da cui dipende il suo destino”. L’auspicio di de Gaulle trova una prima concreta realizzazione nel gennaio 1959, con un’ordinanza che apre la compartecipazione dei lavoratori ai profitti delle industrie, incentivati dalle esenzioni fiscali assicurate dallo Stato, sia nel caso che i contratti tra datori di lavoro e dipendenti comportino un prelievo sui profitti generali, sia che sia stabilita una partecipazione al capitale e all’autofinanziamento, sia che venga costituita una società in cui ogni dipendente, a qualsiasi livello, sia azionista. In questa sua azione riformatrice de Gaulle deve però fare i conti con l’opposizione del mondo imprenditoriale e dei sindacati, che frenano l’attuazione del progetto. L’auspicato progetto partecipativo, a cui egli dedica gli ultimi anni della sua presidenza, tramonta con il suo ritiro definitivo a vita privata dopo il referendum popolare del 27 aprile 1969, che lo vede sconfitto.

Europa delle patrie, Presidenzialismo, Partecipazione sociale: tre idee forza che ci riconsegnano, a cinquant’anni dalla scomparsa di de Gaulle, una visione di Politica ambiziosa e sfidante, ancora oggi, in tempi di debolezza degli usuali sistemi di rappresentanza, di “liquidità” sociale e di crisi delle vecchie appartenenze ideologiche.  A mancare sono gli uomini “alla de Gaulle”, in grado di dare forma alle idee, trasformandole in azioni.