E’ fresco di stampa (marzo 1917) il lavoro di Francesco Giavazzi (nella foto) e Giorgio Barbieri, I signori del tempo perso. I burocrati che frenano l’Italia e come provare a fermarli. Nel 1996 Guido Melis, cattedratico e poi deputato del PD, ha pubblicato un denso e documentato volume, dal significativo titolo, Storia dell’amministrazione italiana (1861 – 1993). Operando sul piano scientifico e supportato da una dettagliata bibliografia, è privo della vena taumaturgica squadernata dagli autori del pamphlet, ha sintetizzato, riprendendola da Sabino Cassese, studioso in questi anni più che criticabile, le cause recenti della maladministration italiana: “il rafforzamento dei poteri locali, l’istituzionalizzazione dei partiti, la confusione legislativa, la debolezza dell’amministrazione, l’assenza dei controlli”. Cassese stilava questa diagnosi addirittura un quarto di secolo or sono ed è semplice notare quanto la situazione da grigia sia diventata nera con la degenerazione irreversibile delle regioni, l’autocrazia imperante nei gruppi politici (un tempo partiti) con i vari Berlusconi, Renzi e Grillo, satrapi indiscutibili, la giungla normativa, l’arroganza paralizzante della burocrazia grazie all’inesistenza dei controlli da parte di un potere centrale, caduto nelle mani di figure tanto impreparate quanto spocchiose, autentici “errori della storia”.

Giavazzi, professore universitario ma anche editorialista del “Corriere della Sera”, e Barbieri, giornalista di “Repubblica”, a seguire il piego di copertina, pretendono di aver individuato la causa della corruzione in grado di prosperare “in mercati chiusi e senza concorrenza, dove pochi riescono ad estrarre ricche rendite”. Dimentichi delle vergognose vicende bancarie degli istituti di credito toscani e veneti, addebitano la responsabilità ad “un potere, sconosciuto ai più, che trascende la politica e si manifesta soprattutto nella capacità di rinviare e addirittura bloccare le decisioni”. Giavazzi e Barbieri assegnano impropriamente un ruolo ancillare alla politica, che invece ed in realtà lascia spadroneggiare il ceto burocratico per potere raggiungere i propri obiettivi solo spiccioli e di basso profilo, così come guarda senza intervenire alle manovre ed ai giochi del potere economico ed imprenditoriale, che tutto guida e tutto determina.

Uno sguardo su alcune pagine campione rende l’ idea della visione degli autori, visione tutt’altro che condivisibile. Con boom alto e potente va commentato il passaggio secondo il quale “la rivolta dell’amministrazione preoccupata di perdere privilegi secolari” sarebbe stata “una ragione ancor più importante” della sconfitta sancita il 4 dicembre scorso dal popolo. Nelle pagine successive si dipinge Renzi come battuto dalla burocrazia quando invece alla radice determinante è la solita sua arroganza, abbinata ai pessimi consigli impartitigli.

La prova dell’insufficienza e del dilettantismo, presenti nella riforma, è recata dal vaglio indispensabile del Consiglio di Stato, capace di opporsi con la sua sensibilità giuridica radicata all’arrogante disegno del governo. Del tutto da rifiutare è la ricetta delle liberalizzazioni, che grottescamente hanno l’unico risultato di rendere tutti più poveri, più confusi e più preoccupati del futuro. Almeno paradossale è la “caccia alle streghe”, la demonizzazione, esasperata ed ingiusta, scatenata contro una categoria professionale, quale quella dei farmacisti, da secoli presente nel tessuto profondo e tradizionale della società italiana.

Dopo aver più volte manifestato un culto esagerato ed immeritato per il settore privato, aperto ed attento solo alla speculazione, Giavazzi e Barbieri concludono, invocando “il ritorno alla responsabilità politica”. E’ un obiettivo impegnativo, se non impossibile da raggiungere, dopo la caduta e la mortificazione delle idee e delle sensibilità tipiche del nostro Paese, dopo lo smantellamento della scuola, dopo la dispersione e l’affossamento dei valori tradizionali, dopo la perdita di identità della Chiesa.