Definire il lavoro di Ainis — Demofollia. La repubblica dei paradossi —, deludente è globalmente l’unico giudizio possibile,  formulato da posizioni politiche, senza equivoci e senza timori, critiche del sistema partitico di ieri e di oggi. Le pagine, guidate e condizionate dalla tribuna giornalistica usata (la cavalcata del pamphlet si svolge sulla base di articoli, magari rimaneggiati o addirittura rifatti ma sostanzialmente identici, apparsi su “Repubblica” e “L’Espresso”), dominano, fino quasi a soffocarle e ad isterilirle, sulle non molte equilibrate e principalmente aperte. Una di queste è quella in cui il costituzionalista, senza sforzarsi di individuare e sottolineare la radice e le responsabilità, avverte “un infiacchimento delle energie morali, dei valori di riferimento, senza i quali ogni percorso esistenziale sbanda, procede con passo da ubriaco”. In chiusura dell’introduzione Ainis spiega la natura e la ragione della pubblicazione. In altri termini traccia la scheda identificativa e confessa la radice non ideale ma meramente ideologica.

Con franchezza non si può non ammettere che gli scarsi passaggi sono condivisibili ed emblematici della destra autentica. Risulterebbe, ad esempio, problematico contestare il cattedratico, nel momento in cui denunzia l’insanabile inconsistenza dell’apparato postbellico con “un infiacchimento delle energie morali e dei valori di riferimento”. Anche se è stata omessa immotivatamente l’indicazione del colore politico, Ainis non cela le proprie critiche e la propria irrisione per gli intellettuali (da sempre solo di sinistra), “che hanno inventato un modo di manifestare senza scendere in piazza: per loro, soltanto per loro, manifestare significa firmare manifesti”.

Va poi decisamente sottoscritto l’articolo, dedicato all’autonomia, in cui il collega sostiene e denunzia i rischi della procedura delle regioni a trazione leghista, dal momento che “fin qui c’è stato uno Stato, domani chi lo sa. E’ questo il rischio cui ci espone l’autonomia differenziata: un processo di disgregazione, una faida tra territori armati gli uni contro gli altri, e in ultimo la rinunzia alla nostra comune identità”. Viene proclamata in sintesi “la fiera degli egoismi. E degli opportunismi”. Ainis, prima di terminare i passi utili, esprime una definizione della democrazia, purtroppo perduta da tutti i partiti italiani, dimentichi del ruolo effettivo dell’opposizione, “un contropotere del governo”.

 Dalla denunzia della conventio ad excludendum del PCI, in realtà mai attuata, considerato il suo progressivo, mai contrastato, impossessamento delle Università, delle scuole e della magistratura, iniziano le pesanti “note dolenti”. Ad esempio, come giudicare, se non in questo senso, le righe in cui Ainis , rilasciata la solita, monotona definizione del fascismo “parentesi dolente”, riconosce che “adesso gli elementi di disgregazione prevalgono, e di gran lunga, sull’integrazione. Ne è specchio la politica, ne è vittima, a suo modo, la lingua. Dal fascismo allo sfascismo”. Senza però riconoscere ed ammettere che la linea devastante e sovvertitrice è figlia del regime postbellico. E’ poi da ricusare la definizione dell’astensionismo, di elezione in elezione, cresciuto in maniera esponenziale, non per delusione, non per confusione, ma per il deciso rifiuto di mentalità e  di metodi dilaganti.

Del tutto negativa è la considerazione da dichiarare sul voto referendario, accettato dal 25% del corpo elettorale senza quorum di partecipazione, obiettivo teorizzato dai grillini, sfuggito ai movimenti di centro e di destra. La democrazia diretta, caro collega, è vera, valida e credibile, se approvata con un consenso consistente e non scadente ed ultraminoritario.

Banali, demagogiche e stantie sono le osservazioni sulla frequenza scolastica, come incerte, vaghe ed inconcludenti appaiono le stesse frasi dell’epilogo sul pericolo da respingere, “che i morti afferrino i vivi, bloccandone il cammino”.  Si tratta francamente di una terapia politica ben lontana dall’essere felice, utile e costruttiva.