Giusto sessant’anni fa, nel 1954, Giovannino Guareschi, il padre di Don Camillo e Peppone,  venne condannato per diffamazione, su denuncia di Alcide De Gasperi, a seguito della pubblicazione di due lettere, giudicate false, con le quali il futuro presidente del Consiglio avrebbe chiesto agli anglo-americani di bombardare la periferia della Capitale per demoralizzare la popolazione. A causa di questa condanna Guareschi si fece 409 giorni di galera,  avendo rifiutato l’appello. La condanna divenne esecutiva in quanto lo stesso Guareschi era stato già condannato, nel 1950, con la condizionale,  a otto mesi di carcere per vilipendio al Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, avendo pubblicato, sul “Candido”, alcune vignette di Carletto Manzoni in  cui lo stesso Einaudi veniva raffigurato nelle vesti di un omino claudicante tra alcune bottiglie di vino, di cui era produttore e sulle cui etichette era evidenziata la sua carica di “senatore”, camuffate da corazzieri.

A sessant’anni di distanza niente sembra essere cambiato,  se ora, nell’anno di grazia 2014 (68° della Repubblica) è Francesco Storace a rischiare  il carcere per vilipendio al Capo dello Stato.

La vicenda risale al 2007, quando l’ex presidente della Regione Lazio con una battuta definì “indegno” Giorgio Napolitano. Il caso scoppiò dopo lo sfogo di Storace contro i senatori a vita che con i loro voti tenevano in piedi il  governo Prodi che aveva al Senato una maggioranza risicata. Scoppiò la polemica. Storace puntò il dito contro il premio Nobel e senatore a vita Rita Levi Montalcini definendola “stampella”. Parole che irritarono Napolitano: “Mancare di rispetto, tentare di intimidire la professoressa Rita Levi Montalcini, che ha fatto tanto onore all’Italia, è semplicemente indegno”.

Storace replicò dando dell’indegno al presidente della Repubblica. Fu immediatamente denunciato per vilipendio, reato punito con una pena da uno a cinque anni. L’allora ministro della giustizia Clemente Mastella autorizzò il procedimento penale.

Ora, il prossimo 21 ottobre l’ex ministro della Sanità sarà processato e  se verrà condannato con una pena superiore ai due anni, anche nei suoi confronti scatterà la legge Severino, in base alla quale il condannato sarà estromesso dai pubblici uffici e non sarà quindi più candidabile.

Una vicenda che  Vittorio Feltri sul Giornale, in un editoriale, dal titolo “Assurdo vilipendio. Storace rischia cinque anni per una battuta su Napolitano”, ha  portato all’attenzione della più vasta opinione pubblica sottolineando come Storace sia “vittima di una clamorosa e insopportabile ingiustizia. Basti pensare che  rischia di finire in galera per una bischerata ovvero un reato che tale non è, se valutato secondo logica e alla luce degli attuali orientamenti del diritto. (…) Solo un Paese ubriaco o comunque rimbambito mantiene in vita una norma del genere, e in effetti stiamo parlando dell’Italia dove i ladri più famosi e gli assassini più feroci la fanno franca, ma se uno dice che il presidente è indegno viene trascinato nelle patrie galere”. Feltri ha ricordato altresì che Storace  dopo l’incidente, incontrò Napolitano con il quale si riappacificò: “Una stretta di mano e amen”.

Ed invece eccoci ad un mese da un processo che pare riproporre fatti già visti sessant’anni fa. Storace infatti è deciso, se sarà condannato, a non ricorrere in appello e a farsi ingabbiare. Come accadde per Guareschi.

Allora bastò una vignetta. Oggi una battuta. Ieri come oggi il diritto all’opinione politica sembra essere chiuso nello stesso soffocante perimetro. Ieri come oggi in una Repubblica  che si dice fondata sull’uguaglianza, qualcuno evidentemente è più “uguale” degli altri ed abita al Quirinale.