Forse, semplicemente, gli italiani sono davvero ingovernabili. La nostra naturale propensione a dividerci in fazioni l’una contro l’altra armate, annulla quegli ambiti di confronto e dialogo che – altrove – finiscono per smussare le frizioni ed individuare una sintesi.

Siamo così faziosi in tutto, dallo sport alla cucina, dalla cultura alla moda, dall’arte all’ambiente, fino alle cure sanitarie; persino sulle vacanze c’é il popolo del mare contro quello della montagna. E chi fa parte di un gruppo é convinto di essere un profeta della verità indiscussa (in genere in misura inversamente proporzionale alle dimensioni del proprio microcosmo), e gli altri sono eretici, ignoranti o traditori (la categoria cui, almeno una volta nella vita, ogni italiano é stato associato).

Non poteva sfuggire la politica.

Così, mentre ovunque nel mondo ci sono due principali filoni ideali in cui si semplifica l’opzione, da noi la guerra é anzitutto verso il proprio simile, giacché il comune avversario é tale per definizione, ed é quindi quasi inutile occuparsene. Io stesso, me ne rendo conto, non sono immune da questo tarlo.

Non si può dire che Reagan, Bush e Trump abbiano molto in comune tra loro, come Mitterand ed Holland, Blair e Corbin, Kennedy e Carter, De Gaulle e Giscard, Churchill e Thatcher, Merkel ed Adenauer. Eppure, nessuno ha mai trovato singolare, nei loro paesi, che ciascuno di loro rappresentasse – mettendone insieme le sfumature più diverse – l’intera area di riferimento nel preciso momento in cui brillava la propria stella. Destra o sinistra, repubblicani o democratici, socialisti o conservatori. Nel più sta il meno, punto e basta.

Da noi, nell’ultimo ventennio, si é provato (da ogni parte) a semplificare linguaggio, opzioni e comportamenti. La creazione delle coalizioni prima, il tentativo dei “partiti unici” dopo (il PDL ed il PD) dovevano contribuire a “sprovincializzare” il nostro modo di scegliere e condividere.

Alla prova dei fatti, l’esperienza é fallita. Dopo la disintegrazione del PDL, é ora il turno del PD tornare a parlare di scissioni e frazionamenti. Il comune denominatore dei due casi, sta nel fatto che entrambi non reggono ai livori ed alle invidie interne, che scoppiano puntuali quando il leader del momento sembra all’apice di una fase incontrastabile (il Berlusconi del 2010, il Renzi del 40% alle europee del 2014).

Così, oggi, ci si appresta a metter mano alla legge elettorale (che chiunque vi racconti che basta il risultato delle due sentenze della Consulta per votare subito, vi prende bellamente per il culo, sia chiaro), ciascuno in cuor suo privilegiando un sistema proporzionale, in cui coltivare e conservare il proprio orto (con le verdure più belle e salubri, ça va sans dire), e soprattutto impedire che la propria area possa correre il rischio di vincere, giacché non si trova l’intesa su chi dovrebbe esserne il condottiero.

A destra il “sovranista” (che cazzo di termine, poi…) dà dell’impuro e corrotto a chi vuole meno Stato nella vita, nelle tasche, nelle scelte di persone e famiglie; e questo considera un po’ straccione ed impresentabile il primo. A sinistra, il custode dell’ortodossia di quel pensiero che ha generato morti e fallimenti nel globo, mal sopporta (eufemismo) chi sa che per governare devi anche discutere con chi hai sempre dipinto come il diavolo nelle sezioni e nelle piazze. E ciascuna delle 4 sotto-famiglie, é a sua volta composta da gruppi di varia dimensione e “specificità”.

E ciascuno di questi sa che, per formare e mantenere consenso,dovrà anzitutto esacerbare ed involgarire differenze e contrasti con quelli che, da qualsiasi altra parte nel mondo, starebbero nella tua metà del campo. Perché l’italico elettore quello cerca; vuole il derby, il livore, l’odio.

Orazi o Curiazi, Dante o Petrarca, Michelangelo o Raffaello, Medici o Borgia, Stato o Chiesa, Coppi o Bartali, Mazzola o Rivera, Armani o Valentino, Cracco o Cannavacciuolo

È così che si tiene desta l’attenzione, che la gente si diverte, si producono i talk-show, si vendono i giornali, si mantiene la partecipazione.

Della necessità di governare, in fondo, chi se ne fotte?