Come spesso accade in questi casi, i commenti feriscono più delle notizie, già molto gravi. E’ accaduto anche per la vicenda di “Mafia Capitale”, l’inchiesta che sta facendo emergere, a Roma, un quadro di connivenze e intrecci affaristici tra criminalità e ambienti politici, di destra e di sinistra. Al di là dei dettagli inquietanti, resi palesi dalle intercettazioni, con l’emergere di tangenti e di autentiche porcherie amministrative, pagate dalla collettività e da chi di certi servizi era il beneficiario, sono le note politiche “a margine” a rendere ulteriormente penoso il quadro, in particolarmente per quella destra “dura e pura” che aveva sempre fatto della sua differenza morale una bandiera politica inattaccabile, forse perché – ci si affretta a chiosare – mancavano le occasioni.

E’ un dato di fatto che certa destra, dopo essere stata, per decenni, prigioniera del “mito incapacitante” , collegato all’attesa della “fine del ciclo”, si sia ammantata del mito del “buon governo”, dimostrandosi inadeguata a reggere le nuove sfide. Qualcuno – bisogna dirlo per onestà intellettuale – c’è anche riuscito a ben governare, senza farsi travolgere dagli scandali. Ci vengono in mente – da Sud a Nord – Adriana Poli Bortone, a Lecce, Ajmone Finestra, a Latina, Marco Zacchera a Verbania. Con loro tanti amministratori che il proprio dovere hanno provato a svolgerlo con onestà, ma anche – bisogna dirlo – senza grande lode, magari in continuità con amministrazioni di segno opposto.

Certo, è più facile criticare che “fare”. Ed è facilissimo comiziare, sparando slogan demagogici ed invettive contro l’avversario di turno (prima i comunisti, poi la partitocrazia ed i poteri forti, oggi gli immigrati, l’Euro e la Grande Finanza). Più complicato è passare dalle “parole d’ordine” alle azioni concrete. La stessa onestà, quando c’è, non basta a fare il buon politico. L’onestà è un prerequisito. Poi deve esserci la competenza, la capacità decisionale, la voglia di prefigurare gli scenari futuri, di realizzare un “progetto”, che risponda veramente agli interessi della gente piuttosto che a quelli dell’amico di turno.

E’ mancato insomma il “rimescolamento della carte”, da troppo tempo atteso, con il risultato di perdere di vista quelle idee, quei valori, quei punti di riferimento spirituali che, anche in anni difficili, avevano permesso di non smarrire la rotta. Perciò, tra tante frustrazioni e delusioni, è necessario ripartire da lì. Dalle idee,  avendo tuttavia ancora la voglia di misurarle e di misurarsi sulla realtà, colmando la separatezza tra cultura e politica, tornando a leggere questa realtà per ripensarla nuova, trasformando la voglia di cambiamento in concreta proposta di governo.

Certo, le idee, da sole non bastano. Come scriveva Mazzini, nei suoi “doveri”, “gli uomini buoni fanno buone le organizzazioni cattive, i malvagi fanno tristi le buone”. E dunque – non nascondiamocelo – di uomini autenticamente nuovi, in grado di incarnare certi principi, c’è un gran bisogno. Non certo però per coltivare l’idea minimalista del ricordo o peggio dell’opposizione demagogica. Oggi c’è bisogno più che mai di rivendicare il senso dello Stato, l’identità nazionale, la dignità del lavoro, la meritocrazia. Su queste “linee” si può misurare la voglia di autentico cambiamento per un’Italia confusa e senza rotta.

Tornare al “mito incapacitante” dopo avere smarrito quello del “buon governo” sarebbe, questa sì, un’imperdonabile sconfitta.