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Si riparte da Arezzo. Non da una “platea berlusconiana”, come qualcuno ha scritto nei giorni scorsi, ma dal suo esatto contrario.
Padrona di casa una combattiva Giorgia Meloni che, a dispetto del pancione e delle scorie non ancora del tutto smaltite del caso-Roma, decide di giocarsi una nuova centralità, a partire dal No al referendum costituzionale d’autunno, chiamando a raccolta il ghota di quello che per semplicità chiameremo ancora “centrodestra”, ma che forse per dirla con Salvini avrebbe bisogno anche di un’altra definizione.
Ma lo fa scegliendo di rivolgersi a una platea composta in gran parte di sindaci e amministratori locali: sono più di 200 quelli che in pochi giorni hanno aderito ai comitati “No, grazie” e nei prossimi giorni l’iniziativa si estenderà con l’obiettivo di raccogliere non soltanto gli amministratori dei partiti del centrodestra ma anche e soprattutto migliaia di civici che vivono questa riforma come un pericolo.
Lo fa scegliendo Arezzo, città della Boschi e di Banca Etruria (a proposito, si riempiono la bocca di Costituzione ma hanno fatto carta straccia dell’articolo 47 che impegna la Repubblica a tutelare il risparmio): simbolicamente un attacco al cuore del decadente potere renziano.
Lo fa scegliendo di non arroccarsi su un No “vecchio”, come quello dei tromboni del costituzionalismo di sinistra, ma cogliendo l’occasione referendaria per raccontare un modello istituzionale e politico alternativo.
Si parla di presidenzialismo, la madre di tutte le riforme che naturalmente non ha trovato cittadinanza nella riformicchia renziana: spetta al popolo scegliere direttamente il capo dell’esecutivo e se il governo cade la sua maggioranza cade con lui e si torna a votare. Un messaggio chiaro di fronte al terzo governo di seguito non legittimato dal voto popolare ma, indirettamente, a chi nel centrodestra immagina di prolungare la stagione di Renzi anche dopo l’eventuale vittoria del No.
Si parla di federalismo municipale e di autonomie: aleggia la storica avversione della destra italiana per il regionalismo (come dimenticare l’intervento ostruzionistico fiume di Giorgio Almirante nel 1970) e l’idea di affiancare ad uno Stato forte autonomie forti, applicando davvero il principio di sussidiarietà.
Si parla di voto popolare sui trattati internazionali: ogni volta che i popoli d’Europa votano danno segnali chiarissimi sui guasti di questa Ue, perché gli italiani non dovrebbero poter esprimersi anche loro?
Basterebbe rileggere l’articolo 11 della Carta per farsi venire più di un dubbio sulla legittimità costituzionale della nostra adesione all’Ue e all’Eurozona.. Ma visto che ci siamo dentro (e male purtroppo), è reato chiedere agli italiani di discuterne?
Si parla anche di un tetto alle tasse in Costituzione, un modo semplice per dire che non si può continuare con la spesa pubblica fuori controllo da scaricare poi in nuova imposizione fiscale contro famiglie e imprese.
In tempi di Euro e cambio fisso, sarebbe forse meglio evitare di inserire vincoli macro-economici in Costituzione ma, in effetti, se da Bruxelles ci hanno imposto il pareggio di bilancio perché non cercare un modo per controbilanciarlo?
Insomma, ci sarebbero tutti gli elementi per riscrivere, all’indomani dell’auspicata vittoria del No, la Costituzione “con la mano destra”.
Si alternano sul palco Castelli e Cristaldi, Di Primio e Perrone, Ghinelli e Bitonci, Caprioglio e Canelli: nomi forse poco noti ai non addetti ai lavori ma che governano città importanti e ci danno il senso di un centrodestra che può ripartire dai territori.
C’è poi un lucidissimo Maroni che delinea una trama comune tra chi spinge sul regionalismo e chi sul municipalismo, un coriaceo Toti che ribadisce ancora una volta che le leadership (anche quella ipotetica di Stefano Parisi) si costruiscono col consenso e non a tavolino, Mauro che auspica l’unità di “popolari e populisti”, Fitto che invoca le primarie per la scelta del candidato premier, Salvini che con la consueta chiarezza dice no a nuovi Nazareni.
È così che la centralità di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia (reduce da risultati amministrativi con luci e ombre) si torna a giocare sui contenuti e sulla politica.
Il messaggio è chiaro: campagna a tutto campo per il No, dimissioni di Renzi, rapida modifica della legge elettorale e poi la sovranità torni finalmente al popolo. La strada è tracciata, su tutto il resto qualcosa si muove. Era ora.