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I due esponenti politici, protagonisti in questi giorni Roma di un infelice scontro sull’intitolazione di una strada a Giorgio Almirante, subito ferocemente avversata dalla comunità ebraica della capitale, dovrebbero rammentare a questi signori, che sarebbe ora di inserire tra i tanti dalle mutevoli posizioni politiche, a fascismo perdente e non trionfante, un certo giovane professore di diritto penale, tra i rappresentanti italiani nel 1939 al congresso berlinese per la difesa della razza, successivamente, tra il loro assordante silenzio, divenuto ministro della giustizia nei governi democratici.

Ai due antagonisti a Roma non sfuggirà l’esito del II turno bolzanino, un esito ancora negativo per la ricetta berlusconiana ed un ulteriore segno della stanchezza e del fastidio degli elettori per le urne e per i raggruppamenti, o come sarebbe meglio dire, per i “minestroni”.

Al ballottaggio, un tempo momento cruciale delle battaglie civiche, ha votato il 41,3% (chissà cosa succederà a Roma?) e si profilano anche giorni difficili, in cui “mettere in piedi una coalizione in grado di governare una città spaccata”, con la prospettiva di risolvere transitoriamente, con il solito trasformismo, contrario alla volontà dei cittadini, di un’ apertura “alle forze moderate di centrodestra”, con tutta probabilità già pronte all’uscio.

L’eventualità è caldeggiata dalla Volkspartei e il nome del partito di raccolta della minoranza tedesca evoca due figure, protagonisti per decenni della difesa dell’italianità dell’Alto Adige, Andrea e Pietro Mitolo. Il loro esempio, magari con ben altro stile, non è andato perduto, visto il risultato raccolto (6,7%) nella domenica di apertura da “Casapound”. Ma i due fratelli, uno avvocato e l’altro ingegnere, erano diversi e distinti dai rappresentanti di “destra” attuali, di cui uno allineato in una coalizione anomala e già mossa con compagni di strada, un tempo impensabili, e segnata dai consueti, noiosi slogans dell’immarcescibile “patron” lombardo.

Un passaggio fra i tanti offerti dal “Corriere della Sera”, impegnato a demonizzare i “populismi”, appoggiati – il particolare sfugge non solo a loro – da tanti suffragi democraticamente espressi, e a placare le risse sul voto referendario delle masse oceaniche degli ex partigiani, strumentalizzati da sempre dalla sinistra, riguarda il problema degli studenti “Erasmus”. Il giornale lamenta, al limite della costernazione, che “solo il 7,4% degli studenti sceglie di venire da noi. Il costo della vita è alto e mancano i corsi di inglese” ed il mercato del lavoro non è brillante. Alla denunzia vanno opposte adeguate risposte: gli altri paesi maggiormente apprezzati dai giovani (Spagna, Germania, Francia e Regno Unito) non vivono però sotto la guida illuminata ed illuminante di Renzi, e non garantiscono davvero corsi per i nostri universitari. Il nostro “premier” alla segnalazione del “non brillante” mercato del lavoro, penserà di varare un nuovo salvifico Jobs Act.

In pensione dal novembre scorso, per 40 anni prima docente e poi professore ordinario di Storia contemporanea, in tutta tranquillità posso affermare di averne incontrati durante le lezioni e durante gli esami decine e decine, tutti pieni di spocchia civilizzatrice, dal pessimo e balbettante italiano, approvati con miseri voti di mera cortesia, di cui oggi, alla luce delle loro affermazioni raccolte dal foglio meneghino, mi pento.