Caro Marco, ho letto il bell’articolo di Andrea Lombardi che hai pubblicato su www.destra.it. Che dire? Benché io sia molto ostile al concetto di Occidente e fermamente convinto che oggi, in Occidente, si possa fare solo il soldato o il militare, non certo il guerriero, condivido una buona parte di quello scritto, cui mi piace aggiungere una testimonianza di carattere personale.
Ho passato più di un decennio della mia vita professionale, dalla seconda metà del 1988 ai primi del nuovo millennio, a occuparmi – come consulente – di comunicazione istituzionale per conto del Ministero della Difesa (tramite il CEMISS e il CASD), dello Stato Maggiore della Difesa, di quello della Marina Militare e di quello dell’Esercito.
L’intendimento di partenza era quello di costruire ex novo una comunicazione dell’istituzione militare. Obiettivo mai raggiunto per le ragioni che ho più volte spiegato in varie sedi: nessun supporto politico (i ministri della Difesa si guardavano ben dal supportare questi sforzi, se di Sinistra; di quelli di Destra non parlo, perché io ero ignoto a loro e loro a me, dunque non c’erano problemi di convergenza e/o contiguità) e, purtroppo, scarsi supporti anche da parte militare. Non saprei citare altri – nel lungo periodo da me passato in quei ruoli – che il generale Carlo Jean, il generale Goffredo Canino (quest’ultimo con grande convinzione), l’ammiraglio Guido Venturoni e pochi altri.
Molti sforzi, già allora, erano dedicati a definire una figura di un militare non militare, il mitico “soldato di pace” dedito a tutto meno che a fare il ruolo per cui era stato formato. Sono i famosi “preti senza fede” di cui ho parlato in molti miei interventi sul tema, di cui uno anche su Destra.it, se ricordo bene.
Non intendo più ritornarvi su, perché – prima che gli altri – ho annoiato soprattutto me stesso. In effetti, non c’è stato osservatorio migliore di quello che ho occupato io, dal momento che per anni ho suggerito addirittura a scadenza quindicinale le cose da fare in campo comunicativo per costruire una nuova immagine del soldato italiano. L’unico risultato che ho ottenuto è stato che mi dicevano sempre di sì, salvo poi fare l’esatto contrario di quello che suggerivo…
Il problema vero è uno solo: la maggior parte dei militari italiani non è di formazione guerriera, anzi non sa neppure dove le relative problematiche stiano di casa. Inoltre, se per caso le dovesse condividere e manifestare, non andrà mai molto avanti in carriera.
La carriera è riservata ai politicanti e questi sanno bene che, non potendo rivendicare un’identità d’istituto per le note limitazioni politiche, culturali e religiose, non possono inventarsi altro che i famosi “ruoli da ossimoro”: i “militari di pace”, “i militari crocerossine”, etc., etc. Non serve a nulla, ma serve a salvaguardare stipendi, incarichi, prebende, oltre che a una costante e continua delegittimazione dell’istituzione e della sua funzione.
 Ma proprio quest’ultimo è l’eterno problema italico: la funzione che, erroneamente interpretata, diventa finzione. Si finge di essere militari, come si finge di essere politici, magistrati, etc. etc. etc.
Non credo di aver altro da aggiungere. Dissento con Andrea Lombardi solo sulla questione del tramonto dell’Occidente. Per me, non è nemmeno già morto, non è proprio esistito mai. Un qualche combattente afghano, armato di un fucile, di una dignità e di una fede (non importa in che cosa, in qualcosa…) per me è mille volte meglio di un soldato/mercenario occidentale e, se mai mi fosse capitato di fare il soldato, se fossi stato di buon umore mi sarei guardato bene dallo sparargli  o avrei deliberatamente cercato di mancarlo, e, se fossi stato di cattivo umore, avrei rivolto le mie armi verso i veri obiettivi, che non stavano davanti a me, ma dietro….  Chiuderò con il mio amato Nietzsche, che come sempre pone interrogativi validissimi: “Vedo molti soldati; potessi vedere molti guerrieri!” E invece…